L’illusione del bagnun e il risveglio del corpaccione savonese tra padelle brandate e sogni tropicali
In questa Savona che si stiracchia tra i caruggi e le periferie sbiadite, assistiamo a un fenomeno di sdoppiamento collettivo che farebbe impallidire i filosofi dell’antica Grecia. Siamo immersi in una sindrome di Stoccolma culinaria e sociale, dove amiamo perdutamente le catene della nostra stessa inerzia, celebrando il passato come un feticcio mentre fuori il mondo corre verso orizzonti incomprensibili. È un editoriale per voi, bulli di periferia che scendete in Piazza Sisto con lo sguardo torvo e la volontà di potenza compressa in un giubbotto di marca taroccato, pronti a conquistare un centro che vi guarda con lo sconcerto di chi ha visto troppe epoche passare.
Attraverso la lente di una nostalgia viscerale, quasi patologica, ci aggrappiamo ai sapori di una volta come naufraghi a un leudo, quella barca dal nome che profuma di cabotaggio e viaggi verso la Corsica. Etimologicamente, il leudo ci riporta a una navigazione lenta, una resistenza fluida contro il tempo che scorre. E mentre le vecchiette assediano i medici della mutua e i negozianti di Via Paleocapa con l’ostinazione di chi cerca un’udienza eterna per i propri acciacchi, noi celebriamo la panissa, quel cibo di strada che dal termine latino panicia, ovvero panico, ci riporta alla semplicità di un legume povero trasformato in oro fritto nelle fugassette imbuttìe. Qui, tra le massaie che imprecano al discount di Legino per il costo del burro, si consuma il rito della torta pasqualina: trentatré sfoglie di dedizione casalinga, un omaggio numerologico agli anni di Cristo che oggi sembrano pesare sulle spalle di dipendenti pubblici demotivati, intenti a timbrare cartellini in uffici dove il tempo si è fermato al secolo scorso.

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Eppure, in questo acquario di conservazione ad oltranza, irrompe una notizia che ha del semiridicolo nella sua enfatica pretesa di novità: pare che il corpaccione della nazione, e dunque anche quello savonese, si stia risvegliando. Si parla di un nuovo protagonismo popolare, un ritorno di fiamma per la politica che dovrebbe far tremare le poltrone dei circoli bene, dove i soloni della cultura pontificano con la bocca sporca di zucchero a velo degli amaretti di Sassello. È un annuncio che profuma di speranza, un sentimento che per molti qui è ormai sconosciuto quanto un bilancio comunale in attivo. Immaginate gli imprenditori di Vado e Quiliano, colti da attacchi di panico al solo sussurro della parola industria, che ora dovrebbero credere in una classe dirigente più trasparente e capace. È quasi commovente pensare agli amministratori perseguitati dalle ristrettezze, quegli economi della penuria, che leggono di un’Italia che vuole tornare a votare con la stessa foga con cui si branda il merluzzo nel brandacujùn. La maieutica ci insegna a tirar fuori la verità attraverso il dialogo, ma qui la verità è che il savonese preferisce scuotere la pentola con il bacino – gesto goliardico che dà il nome al piatto – piuttosto che scuotere le istituzioni.
Questa presunta riattivazione democratica viene descritta come un movimento tellurico sotto la crosta del disincanto. Ma cosa ne sanno gli automobilisti in coda sulla variante, che sognano di vincere al superenalotto per non dover più guardare il lunario, di questo protagonismo trattenuto? Loro, come i falliti di ogni ordine e grado che popolano i bar di Zinola sognando atolli tropicali, sono pronti a innamorarsi del proprio carceriere, ovvero quel rumore mediatico prodotto dalle estreme che eccita gli animi ma non riempie le pance. È la sindrome di Stoccolma applicata al dibattito pubblico: siamo sedotti da ciò che urla di più, ignorando la domanda di serietà che giace compressa sotto il peso di insegnanti disperati e genitori molesti.
Mentre gli studenti sognano ad occhi aperti guardando il Priamar, ignorando i libri per sgranocchiare intelligenze artificiali sui propri smartphone, la notizia di questo ritorno alla politica sembra il pesce d’aprile di pan di spagna che le pasticcerie locali vendono fino al due aprile. È una torta glassata che copre le fattezze di una realtà ben più amara: una città che boicotta il progresso per paura di perdere il sapore della buridda di stoccafisso. La notizia B, questo presunto risveglio nazionale, viene celebrata con un’enfasi che rasenta il grottesco: si parla di una speranza che torna immaginabile, di un corpaccione che chiede politici migliori come se cercasse il miglior bacio di Alassio o la tira perfetta di Cairo Montenotte.

Ma noi sappiamo bene che a Savona si preferisce il conforto del già noto. Preferiamo i sanitari ipocondriaci che ci prescrivono esami per confermare che siamo ancora vivi, piuttosto che una politica che ci chieda di essere cittadini attivi. La nostra volontà di potenza si esaurisce nel parcheggiare in doppia fila per correre a comprare l’ultima farinata bianca, quella nata dal dispetto dei genovesi che interrarono il porto e ci costrinsero all’ingegno del grano. Siamo figli di quella resistenza gastronomica, una comunità che si sente coesa solo davanti a un piatto di bagnùn cucinato sui carboni di un passato che non vuole spegnersi.
Così, tra una bestemmia al discount e un sogno tropicale mai realizzato, continuiamo a vivere in questo limbo surreale. Siamo un’umanità varia ed eventuale che guarda con sospetto chiunque prometta trasparenza, preferendo la nebbia rassicurante delle tradizioni. Perché in fondo, che cos’è questa notizia di un Paese che torna alla politica, se non l’ennesima variante di una ricetta che non abbiamo nessuna intenzione di cucinare? Meglio restare seduti al circolo, a sgranocchiare un amaretto, aspettando che il tempo passi, tra un timido tentativo di progresso e un fragoroso ritorno al sapore di casa.
