Libro e Cinema, differenze estetiche tra i due linguaggi narrativi. Appunti per un lavoro teorico più sistematico
Libro e Cinema, differenze estetiche tra i due linguaggi narrativi
Appunti per un lavoro teorico più sistematico
Trasporre un libro in un film, per lo più di genere romanzesco, oppure giallo, o thriller, e non necessariamente di grande successo, è un’impresa non da poco, ciò contrariamente a quanto può sembrare in un primo momento.
Occorre infatti tener presente che la scrittura di un libro non si limita a descrivere con le parole appropriate il modo con cui le cose accadono, o il succedersi di pensieri, idee, concetti, ma in essa si cerca di dare alle parole stesse un suono musicale, in grado di conferire alla frase e ai periodi una composizione gradevole all’udito, qualcosa che può essere per il lettore, a volte, anche molto coinvolgente.

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Il cinema, purtroppo, con le sole parole racchiuse nei suoi dialoghi sonori, questo non lo può fare, in quanto il film ha una durata non comparabile con i tempi di lettura di un libro, esso infatti si articola lungo un contesto temporale diverso, che non consente, a causa della brevità della sua narrazione, un predominio della parola.
Il cinema deve calarsi, rigorosamente, nel suo statuto estetico, che è molto diverso da quello del libro, perché riguarda essenzialmente, attraverso il montaggio, la sintassi dell’immagine in movimento, qualcosa di figurato in modo chiaro, diretto, rispetto alla sintassi scritta del libro che è solo immaginata.
Ciò costringe il cinema ad evitare una eccessiva verbosità sonora, cosa possibile attraverso il solo uso artistico del linguaggio fotografico, ciò avviene costruendo una comunicazione visiva nei confronti dello spettatore dotata di musicalità immaginifica, priva di sonoro, che entra in alcuni tratti in sintonia con la colonna sonora.
Un compito non facile.
Il linguaggio fotografico non ha un vocabolario, perché ciò che l’immagine in movimento vuole dire o vuol far provare può essere creata e assemblata in tanti modi. Ad esempio per quanto riguarda lo scorrere del tempo esso può essere comunicato attraverso un orologio, mostrando a intervalli e tra una scena e l’altra lo spostamento delle lancette (vedi il film Mezzogiorno di fuoco dove ciò è uno degli assi portanti della pellicola) oppure la stessa cosa si può ottenere con un portacenere poggiato su un tavolo, inizialmente inquadrato vuoto e poi via via mostrato colmo di resti di sigarette, oppure la sensazione dello scorrere del tempo, nelle scene all’aperto, può essere data dalle numerose cicche presenti su un asfalto di una via, che dapprima inesistenti vengono poi rappresentate moltiplicate…
Il lavoro del regista è dunque immane, in quanto deve interpretare la sceneggiatura dal punto di vista soprattutto fotografico, creando riprese idonee a sostenere la necessità di un montaggio-sintassi, in particolare deve concentrarsi sulle scene mute che molto devono dire sul piano comunicativo privo di sonoro. Lo scopo è alleggerire il linguaggio sonoro attraverso una riuscita sintassi visiva compensativa, pena un effetto teatro non voluto che al cinema sarebbe del tutto sgradevole.
Biagio Giordano (fotografo coordinatore della sezione fotografia dell’Associazione culturale no profit Renzo Aiolfi di Savona)