Leibniz, la scuola e lo stretto di Hormuz: variazioni sul miglior mondo possibile tra Fanfulla, Calimero e una Pulzella sotto pressione
Leibniz, la scuola e lo stretto di Hormuz: variazioni sul miglior mondo possibile
tra Fanfulla, Calimero e una Pulzella sotto pressione
La riforma Valditara, le recalcitranze sindacali, il surmenage di Meloni, la visita romana dello scimmiottino Rubio e il duello a sinistra tra nonna Abelarda e un Superpippo amareggiato, letti attraverso il prisma dell’intesa Usa-Iran. Per boomer colti che hanno fatto il ’68 e oggi sono la spina dorsale dell’opinione pubblica.

Gottfried Wilhelm Leibniz
Chi ha vissuto la fine degli anni Sessanta tra un’assemblea alla Bocconi e un volantinaggio alla Statale sa che la perfezione, in politica, è un miraggio borghese. Lo sapeva bene Leibniz, filosofo tedesco di tre secoli fa: viviamo nel migliore dei mondi possibili. Non certo il più giusto, né il più bello, bensì quello in cui il rapporto tra ciò che può andare male e ciò che effettivamente va male tocca il suo minimo storico. Per un boomer – e oggi i boomer sono la quota maggioritaria dell’elettorato italiano, quelli nati tra il ’46 e il ’64 che hanno fatto il Sessantotto e ora leggono i giornali con realismo disincantato – questa non è una consolazione da salotto, ma una lente per guardare il caos senza farsi prendere dall’isteria.
Proviamo ad applicare questa lente a due notizie che sembrano lontane ma che si illuminano a vicenda. La prima è la cronaca interna: il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara prova a riformare la scuola, ma ogni suo annuncio genera proteste, scioperi, carte da rifare. Sembra Fanfulla che si crede Maciste.
Per i boomer che hanno frequentato il cinema dei fratelli Manenti o le retrospettive al Filmstudio, Fanfulla (Luigi Visconti) era l’attore comico per eccellenza: voleva fare il duro ma inciampava. Maciste (Bartolomeo Pagano) era l’eroe muscoloso del muto, capace di spostare montagne. Il paragone dice: Valditara cerca di fare il potente risolutore, ma combina pasticci perché non ha la forza che immagina. Accanto a questa goffaggine, il ministro è anche un Calimero: quel pulcino nero con mezzo guscio in testa, nato dalla matita dei fratelli Pagot, che si lamenta sempre di un’ingiustizia ma intanto sbaglia tutto da solo. Così Valditara incolpa i sindacati e i presidi, ma non evita errori su errori.
Questi pasticci creano per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni un accumulo di surmenage. Termine francese che i boomer hanno imparato sui “Quaderni Rossi” e sulla sociologia del lavoro degli anni Settanta: eccesso di fatica nervosa, la stanchezza di chi deve sistemare troppe cose insieme. La Meloni si atteggia a Pulzella d’Orleans – Giovanna d’Arco, la giovane contadina che guidò l’esercito francese e finì sul rogo – per mostrarsi come una leader votata al martirio.
Ma nella realtà è una pulzella sotto stress, perché in questi giorni arriva a Roma Marco Rubio, il senatore americano che è lo scimmiottino di Trump. Scimmiottino: piccola scimmia che imita i gesti del padrone. Rubio ripete i toni secchi, le pose da falco, l’interesse per i dazi, ma senza la statura del presidente. Meloni deve trattare con lui mentre la scuola le scoppia tra le mani, e deve dimostrare che l’Italia è fedele alleata.
Sullo sfondo, la sinistra si combatte per la leadership. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, viene chiamata nonna Abelarda. Abelardo fu il filosofo medievale del “Sic et Non”, capace di ragionamenti complessi ma astratti, lontani dalla vita concreta.

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L’espressione indica una persona colta e idealista che fatica a parlare alla gente comune. Giuseppe Conte, ex presidente, è invece un Superpippo amareggiato. Superpippo (Goofy) risolve i problemi a caso ma con allegria; Conte ci prova da mediatore, ma con un tono stanco e rancoroso. Ha perso la leggerezza.
E qui entra la seconda notizia, quella che funge da prisma lusinghiero. Leggiamo: “Usa e Iran vicini all’accordo, Israele: «Non sapevamo nulla, eravamo pronti all’escalation».
Mediatori ottimisti: «Siamo a un passo». L’intesa prevede la fine della guerra e lo sblocco totale di Hormuz”. Anche lì, tensione massima, un attore (Israele) che non è stato informato, tutti pronti a colpire. Eppure si parla, si tratta, c’è ottimismo. Se applicassimo Leibniz anche a quella vicenda, diremmo: è il migliore dei mondi possibili perché la guerra non è ancora scoppiata, Hormuz può essere riaperto, i mediatori esistono. Il caso non è bello, ma è meglio di un’esplosione nucleare.
Allo stesso modo, la confusione sulla scuola italiana – le fanfullate di Valditara, i lamenti da Calimero, il surmenage di Meloni, lo scimmiottino Rubio, le liti tra nonna Abelarda e Superpippo amareggiato – è il migliore dei mondi possibili non perché funzioni, ma perché poteva andare peggio. Per un boomer che ha visto gli anni di piombo, il crollo del muro, tangentopoli e il berlusconismo, questo disordine ha il sapore amaro ma familiare della democrazia ancora viva. Ci sono giornali che criticano, sindacati che scioperano, professori che protestano. C’è una opposizione che litiga, ma almeno litiga. C’è un governo che sbaglia, ma almeno si muove. E c’è uno sceriffo americano che viene a parlare, non a imporre.
Perciò, cari compagni di strada post-sessantottini, non cerchiamo la perfezione. Non aspettiamoci un Maciste che sistemi tutto con un pugno, né un Calimero che trovi giustizia piangendo. La realtà non si cambia con i sogni, ma con le mani: con la pazienza di chi sa che questo mondo – con la scuola pasticciata, Hormuz ancora aperto, e due sinistre che si detestano – è, per ora, l’unico posto dove mangiare. Come diceva un vecchio slogan del ’68: “La realtà non è perfetta, ma è l’unica che abbiamo”. Leibniz, in fondo, non avrebbe detto diversamente.

Un pezzo brillante e pieno di riferimenti, che gioca bene tra filosofia e satira. L’uso di Gottfried Wilhelm Leibniz come chiave di lettura funziona: l’idea del “miglior mondo possibile” diventa quasi una giustificazione ironica del caos contemporaneo.
Un articolo intelligente, che fotografa bene una verità scomoda: più che il migliore dei mondi possibili, spesso ci accontentiamo del meno peggio… e lo chiamiamo normalità.