Le virtù militari e il ritorno dei guerrafondai

Le virtù militari e il ritorno dei guerrafondai
Ciò che nel passato era esecrabile oggi è inconcepibile

Qualche tempo fa un amico, generale in pensione già comandante della Folgore, mi raccontò un episodio capitatogli quando era in servizio. In Germania durante una riunione informale fra vertici militari europei un suo collega tedesco cominciò a esaltare la cultura italiana, il clima e la cucina del Belpaese per concludere che  in guerra quello che riusciva meglio agli italiani era darsi alla fuga, come consigliava una vecchia canzone diffusa durante la Grande Guerra: “prendi il fucile e buttalo giù per terra, noi vogliam pace e non vogliam la guerra…”. Gianni, chiamiamolo così, rosso di collera era scattato in piedi deciso a schiaffeggiare il crucco ma dopo un attimo di esitazione si era rimesso a sedere. Non perché gli mancasse il fegato per farlo ma perché, ahimè, si era reso conto che era stato colpito un nervo scoperto, la presunta scarsa attitudine a combattere del soldato italiano.
Non mi interessa se questo stereotipo sia o meno giustificato. Probabilmente non lo è affatto e origina solo dal rancore che divide l’uno dall’altro i popoli del vecchio continente. E non cado per smentirlo nella trappola di ricordare episodi di fulgido valore nell’albo d’oro dell’epopea risorgimentale e delle due guerre mondiali.

La questione, infatti, va ricondotta sul piano della razionalità e del buonsenso. L’idea stessa di virtù militari è una aberrazione semplicemente perché nella guerra  non c’è alcuna virtù: nel migliore dei casi è solo una dura necessità che costringe a mettere da parte i valori morali. Per gli stessi romani, che passano per un popolo guerriero, il valore supremo era quello della Pace, assurta la rango di divinità. La guerra è il ritorno ad una originaria condizione di barbarie che annulla il significato stesso della vita. Una condizione che comporta il rovesciamento di tutti i valori, la liberazione  del nichilismo, del  cupio dissolvi e della rabbia ancestrale del “cervello rettile”, la negazione del riconoscimento della comune umanità e del confine fra salute mentale e psicopatologia. A tante anime belle fa orrore la caccia ma che dire della  guerra  dove si dà via libera all’omicidio, al tiro a segno contro ragazzi spediti al fronte per difendere cause e interessi altrui: una pacchia per psicopatici assassini e un trauma devastante che segna per la vita persone normali.

Lo stesso nostro inno nazionale è più adatto per il tifo sportivo che come strumento di identificazione patriottica. Invece di celebrare la nostra civiltà millenaria, di riprendere gli accenti commossi di Orazio o di Rutilio Namaziano evoca guerre e vittorie, come se il valore di un popolo risiedesse nell’attitudine a uccidere. Il valore di un popolo è tutto nel contributo che ha arrecato al riscatto dell’umanità dallo stato ferino, nella liberazione dello spirito che si esprime nei manufatti, nella parola, nell’ordine che alleggerisce la stessa brutalità della guerra. Brutalità malamente mascherata dalla retorica, la cui funzione primaria è quella di spedire al macello il popolo bue col suono  della fanfara nella testa.

Intendiamoci: i rapporti fra Stati (non Nazioni come direbbero la Meloni e i suoi, ai quali consiglierei un corso di lingua italiana) riproducono quelli fra individui prima del patto sociale: sono rapporti di forza non governati da alcuna regola. Trattati e alleanze esistono proprio per attenuare o eliminare questa condizione di endemica conflittualità, che rischia  in ogni momento di dar luogo a un conflitto armato. L’Italia entrò in guerra nel1915 proprio perché la fragilità di quei trattati e di quelle alleanze impediva di comporre le conflittualità, dirette per un verso contro la Francia per motivi commerciali e contro Francia e Inghilterra per il controllo del mediterraneo, nonché contro l’Austria per le terre irredente. Forse fu solo un’inutile strage ma il richiamo  patriottico era forte in molti strati sociali e il diffuso sentimento di scontento si univa alla volontà di riannodare  il filo spezzato del Risorgimento con la quarta guerra d’indipendenza che portasse a compimento l’unità nazionale. La stessa irrisolta conflittualità si ripropose dopo due decenni quando ormai il fantasma che Marx vedeva aggirarsi per l’Europa si presentava in carne e ossa per terrorizzare le plutocrazie borghesi. Poi la risultante delle forze in campo finì per portare al matrimonio d’interesse fra il più feroce anticomunista e il comunismo realizzato che rinunciava al proselitismo.

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Insomma due guerre originate da conflitti e rivalità intraeuropei, eticamente esecrabili, disumane l’una e l’altra, la prima con generazioni intere diventate carne da cannone, la seconda con le stragi dal cielo di civili  inermi. Rimaneva la logica perversa sottesa alle guerre del diciottesimo secolo teorizzata da von Clausewitz, per il quale la guerra era la continuazione della politica con altri mezzi. Ma quello che von Clausewitz o, prima di lui Hume, non potevano sapere era l’irruzione sulla scena della politica di due nuovi soggetti, l’opinione pubblica e il Capitale, con i quali alle rivalità dinastiche si sostituivano  pulsioni nazionalistiche e interessi economici spesso occulti. Ed è da questi due soggetti che sono state condizionate le due guerre mondiali, dalle quali l’Italia, solo sfiorata dalle une a dagli altri,  poteva e doveva tranquillamente rimanere fuori. È compito dello storico indagare senza preconcetti i motivi che hanno spinto a violare una neutralità durata un po’ meno di una decina di mesi ma in tutte e due i casi un ruolo forse decisivo l’ha avuto la pressione popolare, un’esaltazione collettiva amaramente pagata dopo la vittoria e  in modo devastante dopo la disfatta.

Detto questo, dopo  Hiroshima e Navasaki, senza dimenticare il criminale bombardamento a tappeto di Dresda, lo scenario cambia e diventa difficile negare l’evidenza: l’olocausto della popolazione civile entra a pieno titolo nella strategia bellica.  Ma la tecnologia va avanti e gli ordigni che hanno scatenato l’inferno sul Giappone ormai sono solo due petardi a confronto della attuale capacità distruttiva, tant’è che si è col tempo affermata la convinzione che gli arsenali nucleari allontanano la probabilità di un conflitto fra grandi potenze. Poi improvvisamente accade che  l’arma nucleare non è più un deterrente  ma una eventualità che spinge a costruire rifugi antiatomici e a mettere in commercio kit di sopravvivenza. Vertici militari, capi di Stato e di governo, analisti  e intellettuali sembra che abbiano dimenticato non dico il rischio ma la certezza di  una catastrofe planetaria capace di compromettere ogni forma di vita. Una prospettiva che confina nel passato, in una pagina chiusa della storia il culto della forzae tutto il sistema di pseudovalori collegato con la guerra.

Chi decide o approva lo stanziamento di centinaia di miliardi di euro sottratti dalle tasche dei cittadini per consentire agli ucraini di difendersi dall’aggressione russa per un altro paio d’anni mente nel merito perché evita anche solo di sfiorare i motivi che hanno provocato l’intervento militare della Russia, che è il vero aggredito e non l’aggressore.   E chi avalla l’ipotesi ridicola di una minaccia russa che l’Europa deve essere pronta a fronteggiare, magari con un attacco preventivo, è un criminale che gli italiani e tutti i popoli europei dovrebbero fermare, qualunque sia il ruolo che occupa. Ma mentre negli altri Paesi europei, anche in quelli guidati dai peggiori guerrafondai come la Polonia e il Regno unito c’è da credere che superato il livello di guardia l’opinione pubblica insorga e si liberi dei pifferai della morte in Italia, sic stantibus rebus, questo non potrà accadere. L’operazione di sistematico lavaggio del cervello è perfettamente riuscita grazie al bipolarismo che ha distinto la politica italiana dal dopoguerra ad oggi trasformano la dialettica fra partiti in una alternativa: di qua o di là, tertium non datur.

Militari durante la missione italiana in Kosovo

Un irrigidimento incompatibile con la flessibilità e la libertà di pensiero che ha dato luogo a ottusi schematismi, ha chiuso ogni  spazio al confronto e ha etichettato le persone come di destra o di sinistra con motivazioni non più serie di quelle che legano il tifoso a una squadra di calcio. Questo dualismo manicheo non solo ha sclerotizzato la politica ma ha favorito l’atteggiamento fideistico ereditato dalla tradizione cattolica che ha consentito ai politici di salire nell’empireo del privilegio e di rompere il circuito di retroazione fra eletto e elettore, fino al punto di costituire  una casta al cui interno il dualismo scompare perché urta contro il comune interesse e una sostanziale omogeneità sociale.
Le conseguenze pratiche di questa perversione della politica si videro già nell’assenza di una seria opposizione  alla sciagurata partecipazione dell’Italia al bombardamento di Belgrado: conservatori e progressisti, sindacati e industriali, circoli Arci e salotti buoni, tutti d’accordo e nessuna reazione, nessuna scossa nell’opinione pubblica, con i media allineati o silenti.
Oggi il copione si ripete ma la posta è molto più alta del Kossovo.

Post scriptum

Mi si perdoni un volo pindarico sullo scoop della Verità. Il politico e il suo consigliere sono una cosa sola, due anime in un nocciolo, mente e cervello, soft e hard. Che uno dica o pensi qualcosa che l’altro non condivide è un ossimoro. Il consigliere scrive, il politico parla; il politico pensa il pensato del suo consigliere. Lo stesso Kennedy è indistinguibile da Sorensen che gli scriveva i più kennediani dei suoi discorsi. E questo vale anche per ciò che deve rimanere al riparo da quel ficcanaso che è la pubblica opinione. Non ci sono eccezioni, nemmeno nel più alto dei colli romani.
Che poi il bersaglio dell’insofferenza quirinalizia siano la Meloni o la Schlein mi pare poco probabile. Se c’è un sassolino nella scarpa è Salvini, l’unico che, finora, sembra immune dal virus bellicista che ha contagiato governo e istituzioni.

Pierfranco Lisorini

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