Le parole di Vannacci
Le parole di Vannacci
La paura, speriamo giustificata, dell’uomo nuovo che rompe le uova nel paniere
Vannacci? È solo un ometto piccolo piccolo, parola di Marco Revelli, vecchio rivoluzionario da salotto e gigante della “scienza della politica” (mi scuso per le virgolette ma non so bene in cosa consista). Un complimento per Vannacci in confronto alle analisi sofisticate che lo liquidano come omofobo, sessista, fascista, un cialtrone che vellica la pancia dell’uomo della strada, da fermare prima che diventi un pericolo per la nostra democrazia.

Marco Revelli e Roberto Vannacci
Un attacco a palle incatenate da destra a sinistra passando per il centro. Si oscilla fra la noncuranza, la derisione, la preoccupazione; un lebbroso che tutti vogliono tenere a distanza, un traditore, parola di FdI, uno che ha usato la Lega come un taxi (ma non sarà che sia stata la Lega a usarlo per raccattare qualche voto?), uno che ha violato il codice militare (non si sa quale), un colpo messo a segno da Putin (parola di Calenda), un nauseante oscurantista secondo Carofiglio, l’ex magistrato che ha riportato in auge la nostra letteratura. E, al solito, uno al quale deve essere impedito di parlare, come sentenzia la presidente dell’Anpi fiorentina in occasione della “passeggiata identitaria” di Futuro Nazionale.

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È azzardato giudicare un leader o un partito politico dal programma o dagli ideali che dice di perseguire: sarebbe come far coincidere Mussolini e il fascismo col programma di San Sepolcro o con la carta di Verona, rimasti lettera morta e del tutto ignoti agli avversari come ai simpatizzanti del futuro Duce prima e di ciò che restava del Duce dopo. A spianare la strada alla dittatura furono gli anarchici, le ambiguità e l’astrattezza dei socialisti, il disperato bisogno di ordine e normalità della gente comune. Del resto nel Popolo d’Italia non c’è sentore né delle grandi realizzazioni del regime – le straordinarie opere pubbliche, la liquidazione della mafia, lo slancio produttivo, l’esplosione culturale, i provvedimenti sociali – né dei clamorosi errori: non c’è l’Ovra, non c’è la censura, non c’è l’insensato bellicismo come non ci sono il compromesso con la monarchia e il mantenimento di privilegi consolidati. E soprattutto non c’è traccia del potere personale che caratterizzò il regime e che Mussolini non impose con la forza perché gli venne da un carisma ingigantito dal rapporto erotico con la nazione, pagato duramente nel momento della caduta. Insomma quale che sia l’opinione che ci si può fare del Ventennio questa si deve basare sulle caratteristiche del Ventennio, sulla politica interna ed estera, sulle condizioni della società italiana, sui comportamenti dei rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni del regime, non su una presunta “ideologia”. Ciò che va condannato, assolto o rimpianto non sono idee ma fatti e comportamenti: la repressone del dissenso o l’Opera nazionale maternità e infanzia, l’imbonimento o la scolarizzazione di massa, le leggi razziali o l’emancipazione femminile, in una parola le luci e le ombre di un periodo storico chiuso due volte, il 25 luglio del 1943 e il 25 aprile di due anni dopo.
Vannacci e il suo partito, Futuro Nazionale, vanno invece giudicati per quel che il generale dice o ha scritto, per il programma del partito o per quel che sono le persone che Vannacci si porta dietro. Con la doverosa premessa che quali che siano le parole di Vannacci è ridicolo qualificarle come “fasciste” per il semplice motivo che non esistono idee fasciste e neppure ispirate al fascismo.
Ma quali sono le idee di Vannacci, le parole di Vannacci, qual è, se esiste, il progetto politico di Vannacci?
La remigrazione
La remigrazione è quella attualmente più enfatizzata. Del termine non c’è traccia nel vocabolario Treccani ma si trova come neologismo nella sua edizione digitale; non si trova neppure nel più prestigioso Battaglia, che riporta invece il verbo remigrare, col significato di tornare nel luogo di provenienza, già attestato in Bruno: “la divinità, remigrando in cielo, lasciarà l’Egitto deserto”. Il sostantivo è invece un recente neologismo di matrice latina rimbalzato dall’inglese remigration, ripreso in Germania dall’AfD e reso popolare in Italia proprio da Vannacci. Chi non ha titolo per rimanere in Italia – o in Europa – va spedito nel suo Paese d’origine; chi è entrato illegalmente deve essere rimandato indietro. Sono due formulazioni diverse, entrambe suscettibili di interpretazioni più o meno restrittive. Mi soffermo sulla seconda: quanti sono entrati illegalmente (tutti) l’hanno fatto alla luce del sole, non di nascosto – clam –, e il più delle volte sono stati addirittura scortati nei nostri porti dalla nostra marina militare o fatti entrare dalle nostre guardie di frontiera. Non solo: il ragionevole sospetto che il traffico non sia frutto di iniziative estemporanee ma venga pianificato da organizzazioni presenti sul territorio nazionale potrebbe diventare certezza se solo lo si volesse ma questo metterebbe in imbarazzo non solo privati e aziende ma soprattutto i politici che si spendono per dimostrare che i migranti sono necessari alla nostra industria e alla nostra agricoltura e si spingono fino a sostenere che saranno loro a pagare le nostre pensioni. È superfluo rimarcare due evidenze: su cento “clandestini” che sbarcano novanta ce li troviamo a bighellonare per le nostre strade, ai semafori, a spacciare, a delinquere; un costo sociale enorme per l’utile di chi usa gli altri dieci; quei dieci che non servono tanto a sopperire alla mancanza di manodopera quanto ad abbassarne il costo e a deprimerne la qualità: una sciagura dal punto di vista dell’efficientamento del sistema produttivo; e per uno che lavora con i ricongiungimenti ne arrivano altri cinque che gravano sul nostro stato sociale fra redditi di inclusione, mense scolastiche, insegnanti di sostegno.
La remigrazione metterebbe a nudo la complicità dei governi e delle forze politiche, di destra e di sinistra. A sinistra si parla di deportazione, si agita il fantasma dell’Endlösung der Judenfrage, si silenzia quel che cuoce in pentola nel Regno Unito, si cerca disperatamente di mettere una cortina fra le parole di Vannacci e il proprio bacino elettorale; a destra si fanno spallucce: i rimpatri li stiamo facendo noi, coi fatti e non con gli slogan, dicono – mentendo senza pudore – e bombardano i telespettatori col mantra del modello albanese che i mondo ci invidia e a cui guardano come esempio tutti i Paesi europei. Difficile dire chi la spara più grossa. Grottesca e economicamente insostenibile l’idea circolante negli ambienti della maggioranza di favorire i rimpatri volontari pagando chi si decide a levare il disturbo.
L’italianità
Se fra i criteri di esclusione da un concorso pubblico o da un’accademia militare ci fosse il colore della pelle sarebbe un’intollerabile discriminazione su base antropologica. Questo non toglie che la norma per un italiano corrisponda alle caratteristiche etniche caucasiche; negarlo o temere che col tempo queste caratteristiche vengano alterate sono semplicemente segno di stupidità. Una discriminazione intollerabile, ripeto, basata sull’idea che nazione e razza coincidano e che la razza debba essere messa a riparo da contaminazioni. Su questo punto la posizione di Vannacci è chiara come lo è quella della Lega, emendata dalle originarie pulsioni xenofobe: ci sono militanti di colore in Futuro Nazionale come in quello che era il partito del nord.
Ma la realtà non è organizzata secondo i canoni della logica e quel che vale per singoli casi può non valere per i grandi numeri: se il flusso di migranti – quale che sia il colore della loro pelle – diventa tale da modificare non solo i tratti somatici ma la cultura stessa di una nazione la prospettiva cambia radicalmente. Fermarlo diventa una necessità e a quel punto anche una stretta nei criteri di ammissione in un corpo militare sarebbe giustificata. Se è lecito, come dice Virgilio, parva componere magnis, sarebbe come se nella nazionale di calcio ci fossero undici giocatori tutti neri e musulmani; la cosa in quel caso riguarderebbe gli amanti del calcio ma se la difesa della patria fosse affidata agli stranieri di seconda o terza generazione ci sarebbe di che preoccuparsi.
Gli omosessuali e la diversità
Quindi una discriminazione sulla base del colore della pelle è intollerabile ma da considerare in uno scenario più complesso. Nessuna complessità può essere invece invocata se dovesse essere motivo di discriminazione l’orientamento sessuale. Ma su questo la posizione di Vannacci è assolutamente chiara. Ci sono territori privati nei quali nessuno deve provare ad entrare senza permesso e che ciascuno è tenuto a custodire gelosamente. Proselitismo ed esibizione sono invece fattori di disturbo sociale: il confronto, la libera circolazione delle idee, l’accettazione del diverso sono una cosa, l’imposizione agli altri della propria diversità è una cosa ben diversa.
Ma non è la diversità che fa paura: la diversità, in ogni campo, è il sale della terra. Vannacci non è un conformista né un fautore della omologazione ma è correttamente consapevole che la diversità ha un senso proprio in rapporto alla norma, proprio perché non è la norma. Eppure quello che ha scatenato il primo furibondo attacco contro di lui è stata la frase del suo Mondo al contrario: “cari omosessuali normali non siete, fatevene una ragione”, per la quale il ministro della difesa ha sollevato la sua mole per puntare il dito contro il generale avviando improvvidamente un’azione disciplinare contro di lui. L’omosessualità non è la norma: un’ovvietà incontrovertibile. L’omosessualità è presente in molte specie animali, non è un tratto culturale ma una caratteristica “naturale” ma non è la norma: se lo fosse la specie si estinguerebbe per il motivo semplice che le coppie omosessuali sono sterili. Punto. Detto questo è stata la Chiesa, è stata la morale borghese a far passare un’anomalia naturale per una aberrazione morale e un peccato mortale: se si sentono emarginati gli omosessuali se la prendano con la religione e col conformismo seguito all’avvento delle plutocrazie. In una società di uomini liberi il diverso può suscitare curiosità, imbarazzo, perfino invidia nei singoli individui ma il patto sociale che la lega non consente che si guardi nel buco della serratura.
Nella nostra scuola, fra i nostri giovani chi legge classici o ascolta musica colta è un diverso; mi vien da dire che al punto in cui siamo chi è intelligente è un diverso: può essere ammirato e diventare un leader ma rischia anche di essere marginalizzato. Nel caso delle attitudini sessuali non c’è niente da ammirare o da esecrare: in condizioni normali, se lo Stato non impone censure o pregiudizi non c’è alcuna necessità di educare alla tolleranza o di fare violenza alla natura perché la biologia è una cosa e ci fa maschi e femmine ma cosa fare della propria mascolinità e della propria femminilità è una faccenda squisitamente personale. Ma Vannacci pretende che i figli siano il frutto di una coppia eterosessuale o addirittura che crescano in una famiglia tradizionale, con padre e una madre. Se la polemica si sposta su questo terreno non è più questione di norma o deviazione dalla norma ma di buonsenso e di salute mentale: l’omosessuale che aspira ad avere un figlio non è uno fuori della norma ma un prepotente che intende violare le leggi della società oltre che quelle della natura. Solo in una cultura decadente ha potuto attecchire l’idea che al padre e alla madre si possa sostituire genitore uno e genitore due. E se Vannacci non accetta questa follia la gente comune, la gente sana, compresi gli omosessuali, sono dalla sua parte.
La scuola
Gli viene rimproverato di parlare di scuola senza saperne nulla. Bene, chi finora ne sapeva molto ha finito per distruggerla, fino al punto che anche il più distratto degli umarell si è convinto che le aule scolastiche siano un covo di nullafacenti senz’arte né parte. È il risultato di decenni di attacchi al nozionismo, all’autorità, alla cattedra, alla valutazione. Vannacci non entra nel merito delle discipline, dei programmi, degli obbiettivi ma chiede una scuola dura e selettiva. Non so se sia un’aspirazione realistica visto il materiale umano disponibile ma l’alternativa è una pietra tombale su venticinque secoli di storia.
I temi che ha toccato, dalle classi di merito all’inclusione degli alunni con problemi cognitivi, sono complessi e meritano di essere affrontati seriamente, cosa che in Italia non si riesce a fare. Resta il fatto che un ragazzo affetto dalla sindrome di Down o da un grave disturbo dello spettro autistico è costretto a subire una lezione di grammatica greca o di psicopatologia: un’enormità possibile solo nel Paese di Pulcinella.
Il femminicidio
Se la vittima di un omicidio è una donna diventa femminicidio. Fa il pari con l’attacco alla grammatica, per la quale in presenza di soggetti maschili e femminili si usa il plurale maschile. Non è questa la strada per la pari dignità dei generi, ammesso e non concesso che sia messa in discussione. Si grida allo scandalo perché di fronte ai 97 casi di omicidio con vittime donne su un totale di 286 omicidi – dati relativi al 2025 – Vannacci ha osato sostenere che la nuova fattispecie di reato è non solo inutile ma è una mostruosità giuridica tanto più che nel codice penale italiano c’è già l’uxoricidio quando la vittima è la moglie (o il marito). Lo scandalo semmai è la resistenza bipartisan a sanzionare con pene severe quanto l’omicidio lo stupro, una resistenza che origina dalla circostanza che i colpevoli sono nella quasi totalità stranieri e giustificata dalla dilatazione del concetto di stupro, con l’assimilazione dello stupro seguito all’aggressione da parte di un estraneo ad episodi di violenza privata interna ad una relazione coniugale o affettiva, il più delle volte impossibile da dimostrare. Sacrosanto il diritto al no ma la coppia non è una gabbia e per fortuna l’idea che una divinità si sia scomodata per legare due persone con un vincolo indissolubile è ormai relegata fra le follie della storia; nessuno obbliga una donna – o un uomo – a subire le attenzioni non gradite del compagno o della compagna ma se la qualità della comunicazione interna alla coppia è compromessa fino al punto di rifiutare il contatto fisico non vedo altra strada che non sia la rottura della coppia.
L’Unione europea e la Russia
A differenza della truppa di eurodeputati di destra centro e sinistra che a Strasburgo, quando ci vanno, scaldano gli scranni e dormicchiano con la mente rivolta alle loro laute prebende Vannacci non ha perso un’occasione per attaccare l’Unione, la Commissione e la sua presidente. Interventi che il nostro sistema di informazione ha diligentemente impedito che varcassero le Alpi. Il popolo bue deve rimanere all’oscuro di quel che dice ma deve convincersi che il generale è un pericoloso sovranista che vorrebbe isolare l’Italia, privarci delle risorse che l’Europa ci elargisce, esporci indifesi alle zampate dell’orso russo. Perché Vannacci non è uno che sostiene che fra l’Italia e la Russia non c’è alcun motivo di conflitto, non è uno che sa che in Ucraina è in atto l’aggressione anglo-franco-tedesca contro la federazione russa e che non ci sarà pace finché il piano di Macron, di Merz, di Starmer non verrà smascherato ma un emissario del Cremlino, una spia di Putin, un traditore della patria, come grida Calenda, quel patriota col tridente ucraino tatuaggio sul polso che sogna per Vannacci una solenne fucilazione alla schiena.
E quindi?
Vannacci è un flebile lumicino in fondo al tunnel nel quale siamo bloccati ed è naturale che le larve che vivono nell’oscurità e dell’oscurità facciano di tutto perché si spenga. Oscurantismo è nascondere la verità, far passare Putin per un aggressore, l’Iran per una spietata tirannide, Israele per il baluardo della democrazia, l’occidente per il depositario della civiltà; oscurantismo è scambiare l’oscena esibizione del sesso per libertà e il genere per una imposizione culturale. Oscurantismo è anche scambiare per cultura la paccottiglia che occupa gli scaffali delle librerie.
Io sono tutt’altro che antifascista. Il fascismo è stato un momento importante della nostra storia al quale guardare con lo spirito e gli strumenti dello storico. Continuare a rimpiangerlo o a maledirlo non serve a nulla ed è solo un modo per confondere il presente. Se Vannacci ha veramente la forza dell’uomo nuovo per comodità può anche accettare l’etichetta di destra ma si guardi bene dal portarsi dietro qualche frammento, oltretutto farlocco, del passato. Per dirla più chiaramente: stia attento ai vecchi missini e dica apertamente che la dicotomia destra-sinistra è solo un trucco per ingannare il popolo bue e per stornare lo sguardo dai bisogni e dallo stato reale della società. Vanno bene i transfughi dalla vecchia destra purché coscienti del suo fallimento ma non si lasci sfuggire quello che il Pd considera la sua proprietà privata, il suo inalienabile patrimonio elettorale. E fa bene a imbarcare Alemanno, vittima di un’inaudita persecuzione giudiziaria orchestrata da chissà chi, ma non dimentichi Rizzo, che la sua traversata nel deserto l’ha fatta e ha lo sguardo sgombro da pregiudizi e capace di guardare lontano.
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Quadro senza filtri della posizione della coppia Vannacci + Rizzo. Purtroppo mi sembra una trasposizione odierna del duello di Davide contro Golia, con Davide sommerso dagli anatemi dell’intero establishment. Eppure, dobbiamo crederci, ripeterci che quel duetto non dice “quello che dicevano Salvini e Meloni” in campagna elettorale, perché io non credo sia riducibile a questo, ma sia portatore di istanze completamente nuove, nel senso che sono “sistema” sano contro il vigente anti-sistema, marcio e corrotto fino al midollo. Speriamo che attragga sempre più consensi, fino al giorno del voto. Per inciso, mi stupisco che la Meloni non ne anticipi la data, prima che il fenomeno Vannacci-Rizzo si ingigantisca troppo. Ma prevarrà la spinta per arrivare alla scadenza naturale e non perdere gli scandalosi benefici dei “4 anni, sei mesi e 1 giorno di legislatura” che le regole accordano alle centinaia di signorsì. Premio alla quotidiana perdita di dignità.
Voglio qui aggiungere lo strano effetto che ho provato nel vedere il papa a Lampedusa esibirsi compiaciuto in un patetico show in stile hollywoodiano: solo, sulle rocce di sbarco dei migranti, confermando di essere il più autorevole alleato dei negrieri che ingrassano dietro il traffico di esseri umani. Bella immagine, da parte di chi guida uno Stato che più chiuso agli estranei non potrebbe essere: il Vaticano, che, col recente Decreto del 19/12/2024, prevede “da uno a quattro anni di reclusione e multa da € 10.000 a € 25.000” per chiunque entri illegalmente nel suo territorio. Come dire: fate come dico, non come faccio. Del resto, è la regola non scritta della Chiesa; e papa Leone XIV non fa che confermarla
Vecchia storia caro Marco Giacinto quella del padre Zappata. In questo caso però mi verrebbe da dire che il papa predica male ma in casa sua razzola bene. Quello che mi lascia perplesso è che nessuno, compreso la Chiesa, si chiede chi paga il viaggio del “migrante” e chi lo spinge a migrare. Per il resto la tua opinione è per me il migliore viatico.
L’articolo affronta un tema che la politica italiana evita troppo spesso: discutere il merito invece delle etichette. Definire ogni frase di Vannacci “fascista” può essere una scorciatoia polemica, ma non aiuta a capire se le sue proposte siano realistiche, costituzionali o utili al Paese. Allo stesso tempo, però, anche chi sostiene Vannacci dovrebbe accettare che alcune sue parole e alcuni concetti – come la remigrazione – suscitino interrogativi legittimi sul piano giuridico, politico e umano. La democrazia funziona quando le idee vengono messe alla prova dei fatti, non quando vengono assolte o condannate per appartenenza ideologica. Il rischio è che, da una parte e dall’altra, si preferisca lo scontro simbolico al confronto concreto sui problemi reali dell’Italia.