Le mani del barbiere nella stanza dei bottoni: quando l’ex procuratore scoprì di non saper più vestire la toga del bandito

Nell’Italia del 1956, Totò si fingeva rapito per spillare soldi alla moglie tiranna; finiva però davvero nelle mani dei fuorilegge, che lo liberavano solo dopo aver ottenuto la loro dose di notorietà. Oggi, il premier britannico Keir Starmer – da “timido chierichetto” della legalità a divo tra i lupanari della realpolitik – compie la stessa vertiginosa parabola. E mentre la sua popolarità tocca fondali mai visti, la “coalizione dei volenterosi” si trasforma nel covo del Torchio, dove per uscire vivi si finisce per svendere l’ultimo brandello di credibilità.

Le mani del barbiere nella stanza dei bottoni:
quando l’ex procuratore scoprì di non saper più vestire la toga del bandito

C’è un film del 1956, diretto da Camillo Mastrocinque, che brilla come una piccola perla comica della nostra cinematografia: “Totò, Peppino e i fuorilegge”. La trama, in apparenza semplice, si snoda attraverso una progressiva, inarrestabile perdita di controllo. Antonio (Totò) è un disoccupato di mezza età che ha sposato una donna ricca e avara, Teresa, la quale lo “tiranneggia e non gli scuce un soldo”. Insieme al barbiere del paese, Peppino, decide così di fingersi rapito dai terribili banditi di Ignazio detto “il Torchio” per spillare alla moglie cinque milioni di lire di riscatto. Il colpo riesce, e i due compari sperperano i soldi in un tripudio di bagordi romani finiti poi, inevitabilmente, persino in televisione, dove la moglie scopre l’inganno. Ma l’intreccio si fa amaro. Poco dopo, Totò viene rapito per davvero dalla banda. E Teresa, convinta che si tratti di una nuova messinscena, rifiuta di pagare. Il povero Antonio, in ostaggio nella caverna del Torchio, deve la sua liberazione non ai soldi della famiglia, ma a un patto ben più squallido: Valeria, la figlia, e Alberto, il suo giovane fidanzato, promettono al bandito l’unica cosa che manca al suo potere efferato: una grande intervista che ne consacri la fama sulla stampa. Totò viene liberato, ma a casa lo attendono l’umiliazione e la cacciata: ridotto a lavorare alle dipendenze del barbiere Peppino, scopre di aver perso persino la dignità della prigionia finta, per essersi venduto alla vera prigionia della vergogna.

Se Totò è l’uomo comune che scivola nel ruolo del fuorilegge, Keir Starmer – da “timido chierichetto” della sinistra umanitaria a “divo dei lupanari” del potere internazionale – ripercorre in questi mesi la stessa, identica parabola discendente.

Keir Starmer

L’inizio della sua storia è quello di un ragazzo di campagna, quasi un sacrestano dello Stato di diritto. Barista nel 1987, poi avvocato specializzato in diritti umani, Starmer si costruisce una reputazione di integerrima sobrietà. Nel 2008 sale alla poltrona di Direttore della Pubblica Accusa (DPP), a capo del Crown Prosecution Service, fino al 2013, guadagnandosi sul campo il titolo di “Sir” e l’immagine di un uomo che parla con il manuale penale in mano. La sua linea è netta, quasi ieratica: leggi severissime per i “benefit cheats”, processo ai terroristi, mano pesante contro i killer della polizia. È il “chierichetto” che non concede sconti. Diventa leader del partito laburista nel 2020, e in apparenza nulla sembra cambiare: la sua voce resta monocorde, i suoi discorsi calibrati, ogni passo scandito dal metro della legalità. Sembra l’uomo che finalmente potrà riscrivere le regole senza sporcarsi le mani.

Ma alla fine del 2024, dopo aver vinto le elezioni, il “chierichetto” si trova di fronte alla stanza dei bottoni della geopolitica. E la tentazione del denaro facile – o meglio, della visibilità facile – si fa prepotente. Come Totò escogita il finto rapimento, così Starmer escogita la sua grande trovata mediatica: la “coalizione dei volenterosi” per l’Ucraina. Sulla carta un gesto di alta statura morale, nella pratica una gigantesca e costosissima operazione di immagine, destinata a far colpo sulla stampa mentre l’esercito reale sprofonda nel fango del Donbass. L’ex procuratore convoca vertici virtuali, promette invii di armi, lancia strali contro Putin: “Putin dovrà prima o poi venire al tavolo” ripete stancamente. È la sua festa romana dei bagordi: i fondi britannici sventolano come fossero le banconote sperperate dai due compari, ogni annuncio è una vetrina in televisione, ogni visita a Kiev un’occasione per strappare una foto abbracciato a Zelensky.

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Ma come nel film, il cerchio si stringe. La moglie avara, in questa politica, è l’opinione pubblica britannica, che dopo un anno di promesse scopre l’inganno. I sondaggi crollano in picchiata: a gennaio 2026, il gradimento è già a -59; ad aprile, YouGov registra un governo approvato solo dal 14 per cento, con il 70 per cento di disapprovazione. Il “chierichetto” si trasforma così in un totem dell’impopolarità. Il mondo – Teresa furiosa – non crede più al finto rapimento.

E allora accade il vero sequestro. Il rapimento reale di Totò sono le crisi che travolgono l’agenda di Downing Street. Starmer viene preso in ostaggio dalla sua stessa retorica: mentre proclama un “cessate il fuoco” a trenta giorni, la Russia lo ignora; mentre chiede una “coalizione dispiegabile”, i partner europei cominciano a sfilarsi uno a uno: l’Italia rinvia, la Germania dubita, l’Irlanda rifiuta, e la Turchia fissa condizioni inaccettabili. Il premier si ritrova prigioniero nella sua stessa caverna. Per uscirne, non c’è riscatto in denaro che tenga. C’è però un prezzo più basso e più sporco: la notorietà. Proprio come Ignazio libera Totò solo dopo aver ottenuto l’intervista, così la diplomazia internazionale può liberare Starmer solo se lui accetta di calare le braghe e svendere l’ultimo patrimonio che gli resta: la credibilità.

E qui la trama si fa più cruda. Per uscire dall’angolo, il premier britannico imbocca una china di cedimenti e populismo penale che il pubblico già conosce bene. Il “timido chierichetto” si trasforma così in divo nei lupanari della comunicazione politica. Le sue interviste non sono più misurate, diventano proclami urlati; le sue posizioni non sono più giuridiche, diventano slogan da talk show; le sue alleanze non sono più strategiche, diventano abbracci imbarazzanti con Salvini e Meloni sull’orlo di una crisi di nervi. L’uomo che era stato incoronato “Sir” per la morigeratezza, oggi si spoglia delle ultime vestigia di moderazione, esibendosi nelle aule parlamentari come un animale da palcoscenico, applaudito non per le idee, ma per le sue gaffe e le sue giravolte. Dalla legalità alla spettacolarizzazione del conflitto, il passo è ormai consumato: Starmer non governa più il paese, lo recita davanti alle telecamere, come un Totò che dopo essere stato liberato scopre di dover comunque lavorare come garzone del barbiere che l’aveva tradito.

Alla fine, la metafora si chiude. Totò torna a casa umiliato e scacciato: “si riduce a lavorare alle dipendenze dell’amico Peppino”. Per Starmer, la scena conclusiva di questa tragicommedia è l’attuale crisi di governo: oltre 80 deputati laburisti hanno chiesto le sue dimissioni, il 55 per cento degli elettori vede il partito in modo sfavorevole, e persino i suoi ministri si rifiutano di parlargli individualmente, ormai convinti che il premier sia solo una controfigura di sé stesso. Antonio, il barbiere Peppino, non è più il complice: sono i nuovi leader interni che già si preparano a prendere il suo posto.

In quella commedia del 1956, Totò partiva da un uomo sottomesso e si trasformava in un finto bandito per un’ora di gloria. Nella politica del 2026, Keir Starmer partiva da un severo procuratore e si è trasformato in un prestigiatore dei media per illudere se stesso e il mondo di poter ancora sedere al tavolo dei grandi. Il finale è identico: il riscatto non basta, la fama non salva, e il ladro finisce per essere più in catene della vittima. Da “timido chierichetto” a divo dei lupanari, passando per la grotta del Torchio: l’unico personaggio che ride, alla fine, non è né Totò né Starmer, ma la satira della storia.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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