Le mafie non vivono solo al Sud: continuare a raccontarlo è un favore alla criminalità
Le mafie non vivono solo al Sud: continuare a raccontarlo è un favore alla criminalità
Ogni volta che si parla di mafia in Italia emerge una vecchia tentazione: quella di considerarla un problema lontano, confinato in alcune regioni del Mezzogiorno, quasi fosse una questione geografica anziché nazionale.
È una lettura comoda. E proprio per questo pericolosa.
Le mafie moderne non hanno più bisogno di controllare il territorio con la lupara o con le autobombe. Oggi controllano flussi finanziari, società, appalti, immobili, logistica, rifiuti, energia e interi settori dell’economia legale. Si muovono dove ci sono soldi, investimenti e possibilità di influenzare decisioni pubbliche e private.
Per questo stupisce e preoccupa ogni scelta istituzionale che rischia di trasmettere il messaggio che la presenza mafiosa sia concentrata esclusivamente nel Sud Italia.
La storia ci insegna il contrario.
A Torino, nel 1983, venne assassinato il procuratore Bruno Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta per le sue indagini sui patrimoni criminali. Non era in Calabria, ma nel cuore del Piemonte. Da allora decine di inchieste, centinaia di arresti e numerosi processi hanno dimostrato che le organizzazioni mafiose hanno messo radici profonde nel Nord Italia.

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Anche la Liguria non è stata risparmiata.
Le cronache giudiziarie degli ultimi decenni raccontano di infiltrazioni negli appalti, nel ciclo dei rifiuti, nell’edilizia, nella logistica e in diversi settori economici. Numerose indagini hanno evidenziato la presenza di gruppi riconducibili alla criminalità organizzata, soprattutto di matrice calabrese, capaci di costruire relazioni economiche e sociali senza necessariamente ricorrere alla violenza visibile.
Il vero problema è proprio questo: quando la mafia non spara più, molti finiscono per pensare che non esista.
In realtà spesso è il contrario.
Quando il denaro scorre indisturbato, quando le imprese vengono condizionate, quando gli appalti diventano terreno di conquista, quando il consenso si costruisce attraverso favori e relazioni, la mafia può risultare persino più efficace e più difficile da individuare.
Nel Savonese questo tema dovrebbe essere affrontato con grande serietà. Il nostro territorio vive di porto, infrastrutture, edilizia, gestione dei rifiuti, energia e grandi opere: tutti settori che storicamente attirano l’interesse delle organizzazioni criminali.
Naturalmente nessuno può permettersi accuse generiche o processi mediatici. Le responsabilità penali appartengono ai tribunali e alle procure. Ma negare il rischio o minimizzarlo sarebbe altrettanto irresponsabile.
La lotta alle mafie non può diventare una gara tra Nord e Sud, né una questione di statistiche o classifiche burocratiche.
Le mafie sono dove circolano denaro, potere e opportunità di profitto.
E oggi quei luoghi sono ovunque.
Per questo il primo antidoto resta la consapevolezza. Perché la criminalità organizzata prospera nel silenzio, nell’indifferenza e nell’illusione che il problema riguardi sempre qualcun altro.
Un errore che l’Italia ha già pagato troppe volte.