L’asse obliquo: quando il silenzio della sinistra e il garantismo della destra sembrano parlarsi
L’asse obliquo: quando il silenzio della sinistra e il garantismo della destra sembrano parlarsi
C’è un filo sottile, quasi impercettibile, che talvolta attraversa la politica italiana non seguendo le linee ufficiali delle coalizioni, ma scorrendo sotto traccia, tra parole non dette, esitazioni simmetriche e convergenze che non osano ancora chiamarsi tali. Non è un’alleanza, non è nemmeno una strategia dichiarata. È piuttosto una logica implicita, una compatibilità culturale che affiora nei momenti di crisi, quando le categorie tradizionali – destra e sinistra, governo e opposizione – sembrano improvvisamente insufficienti a spiegare ciò che accade.

Antonio Tajani ed Elly Schlein
È in questo spazio ambiguo che si colloca l’ipotesi, tutta politica e non certo personale, di una possibile, malcelata sintonia tra Antonio Tajani ed Elly Schlein. Un’ipotesi, appunto. Ma le ipotesi, in politica, spesso anticipano i fatti.
A tesi: la sinistra paralizzata dal mondo reale
Il quadro internazionale descritto nel caso iraniano è brutale. Mentre a Teheran si muore, mentre i sacchi neri attraversano le strade e la repressione colpisce giovani, donne, oppositori, una parte consistente della sinistra occidentale – e italiana in particolare – appare immobile, afona, incapace di tradurre l’indignazione in una linea politica riconoscibile.
Le piazze si riempiono selettivamente. Gaza mobilita, l’Iran no. Non perché manchino le informazioni, ma perché mancano le categorie interpretative spendibili. Il regime degli ayatollah è “scomodo”: nemico dell’America, avversario di Israele, dunque collocato automaticamente in una zona grigia della gerarchia morale del movimentismo globale. Qui la bussola ideologica smette di funzionare.
Elly Schlein, in questo scenario, incarna un disagio più grande di lei. Non è tanto una scelta personale, quanto il riflesso di una sinistra che continua a rifugiarsi nel multilateralismo come formula identitaria, anche quando il multilateralismo non esiste più se non come evocazione retorica. Onu, Ue, diplomazia: parole giuste, nobili, ma svuotate di efficacia immediata. Intanto, però, il tempo storico corre altrove.
Il paradosso è evidente: mentre la sinistra discute di principi astratti, la difesa – interessata, certo – dei popoli oppressi sembra passare per l’America trumpiana, cioè per ciò che la sinistra ha sempre considerato il proprio antagonista naturale. È un cortocircuito epocale. E nei cortocircuiti, spesso, nascono riallineamenti inattesi.
B antitesi: Tajani, il costituzionalista prudente

Antonio Tajani
Sul piano interno, Antonio Tajani si muove con un passo apparentemente opposto, ma non del tutto incompatibile. Da leader di Forza Italia e Ministro degli Esteri, sceglie il registro della cautela istituzionale, del rispetto delle prerogative costituzionali, del rifiuto delle scorciatoie simboliche.

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La questione dell’indicazione del premier sulla scheda elettorale diventa così un banco di prova. Tajani non alza barricate ideologiche, non difende una posizione “di destra” in senso muscolare. Al contrario, solleva dubbi di costituzionalità, richiama il ruolo del Presidente della Repubblica, distingue tra programma politico e meccanismi elettorali. È un linguaggio che parla più alla cultura del limite che a quella della decisione forzata.
Ancora più interessante è il passaggio sulle preferenze: se creano problemi, si possono anche evitare. Non è una posizione identitaria, è una proposta funzionale. E soprattutto è una proposta che, per come è formulata, potrebbe essere accolta – almeno in teoria – anche da settori dell’opposizione. Se non fosse che, come sempre, il riflesso condizionato del “no a prescindere” rischia di bloccare tutto.
Qui Tajani sembra collocarsi in una zona di mezzo: non sfida apertamente il sistema, ma neppure lo irrigidisce. Difende la forma, la procedura, l’equilibrio. Un approccio che, storicamente, è stato più affine alla tradizione riformista e istituzionale della sinistra che non a quella sovranista della destra.
La sintesi implicita: due prudenze che si somigliano
Ed è proprio qui che l’ipotesi prende corpo. Da un lato una sinistra che, sul piano internazionale, teme l’azione unilaterale e si rifugia nel diritto internazionale anche quando questo appare impotente. Dall’altro una destra moderata che, sul piano interno, frena sull’investitura diretta del capo dell’esecutivo e richiama i vincoli costituzionali.
In entrambi i casi, ciò che emerge è una politica della cautela, una diffidenza verso le accelerazioni, una preferenza per la mediazione anche quando il contesto spingerebbe verso scelte più nette. Non è difficile immaginare che, nel tempo, questa comune prudenza possa tradursi in convergenze tattiche: non grandi alleanze, ma accordi puntuali, convergenze su riforme istituzionali, posizioni comuni su dossier europei e internazionali.
Non per affinità ideologica, ma per compatibilità strutturale.
Schlein ha bisogno di tempo, Tajani vive di tempo. Lei per ricostruire una sinistra che oggi appare smarrita, lui per preservare un centro politico che teme di essere schiacciato tra sovranismi e radicalismi. In mezzo, un terreno comune fatto di istituzioni, garanzie, gradualismo.
Conclusione: il futuro non dichiarato
La politica italiana ha spesso conosciuto accordi nati prima nelle prassi che nei programmi. Prima nei toni che nelle firme. L’eventuale sintonia tra Tajani e Schlein, se mai dovesse concretizzarsi, non nascerebbe da un patto esplicito, ma da una lunga consuetudine di posizioni compatibili, da una comune allergia agli strappi, da una stessa difficoltà – o virtù, dipende dai punti di vista – nel decidere controvento.
Per ora è solo un’ipotesi. Ma la storia insegna che le ipotesi più interessanti non sono quelle gridate, bensì quelle che si insinuano piano, mentre tutti guardano altrove.
