L’Angelo dalla Faccia Sbronza, il Primo Ministro Ballerino, e la Nobile Arte di Farsi Ammazzare in Carcere
C’è una certa categoria di individui, cari miei, che non impara mai. Li riconoscete dal colletto della camicia sempre un po’ troppo stirato, dalla parlantina fluida come l’olio di motore, e da una strana abilità di trasformare ogni disastro personale in una messinscena da palcoscenico. Da una parte, sepolto nei polverosi dossier di cronaca nera, c’è stato Francis Turatello. Dall’altra, sventolante come una bandiera su Twitter, c’è l’attuale Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Due uomini separati da decenni, latitudini e leggi penali. Eppure, se li guardi con l’occhio giusto – quello del cinico che ha già finito i popcorn – ballano lo stesso, identico, tragicomico valzer. Quello in cui la realtà è un dettaglio, le regole un optional, e il nemico è sempre un complotto ordito da qualcun altro.
Partiamo dal primo, giusto per scaldare i muscoli della memoria. Francis Turatello, detto “Faccia d’Angelo”. Non lasciatevi ingannare dal soprannome: era un metro e novanta di muscoli, pugile mancato, ladro d’auto diventato re della mala milanese. Un tipo che, per capirci, alla faccia d’angelo univa la sostanza chimica della rapina a mano armata. La sua ascesa è un perfetto esempio di carriera all’italiana: dalle bische clandestine allo sfruttamento della prostituzione, fino a rapine da film – come quella al circolo del bridge Brera, dove tenne ottanta ricconi con le bretelle a vita bassa per ore. Era un personaggio: generoso come un nababbo, vanesio come un pavone, e convinto di poter comandare il mondo anche da dietro le sbarre.

Francis Turatello
E qui arriva il primo colpo di genio. Turatello, arrestato nel ‘77, non si diede per vinto. Anzi. Dal carcere, come un direttore d’orchestra col bacchetta di telefonate illegali, continuava a dirigere i suoi affari. Ma la musica, si sa, stona sempre. La sua banda gli si rivoltò contro, i suoi uomini caddero uno a uno – un amico ucciso, la sua ex compagna assassinata, il suo avvocato freddato. Lui, imperterrito, continuava a credersi intoccabile. Fino al 17 agosto 1981, nel carcere di Badu ‘e Carros, in Sardegna. Qui la tragicommedia si fa tragedia pura: in un cortile, sotto il sole, viene bloccato, accoltellato e, secondo le voci più raccapriccianti, sventrato con una ferocia da film horror. Morale della favola? Puoi essere “Faccia d’Angelo”, puoi avere il carisma e la parlantina, ma se giochi col fuoco nel circo dei delinquenti, prima o poi ti bruci. E ti bruci male.
Ora, facciamo un salto. Apriamo il giornale. Chi vediamo? Benjamin Netanyahu, il leader che sembra scolpito nel basalto, che sfida tribunali, procure, avversari politici e persino la logica elementare. Da mesi, forse anni, l’uomo è al centro di un processo penale per corruzione, frode e abuso di fiducia. La risposta del Primo Ministro? Una serie di acrobazie politiche degne del miglior funambolo ubriaco. Ha tentato di smantellare il sistema giudiziario, ha attaccato i poliziotti, ha definito il tutto una “stregoneria” e un “tentativo di colpo di Stato” da parte della sinistra. Mentre il paese andava a rotoli, con governi che cadevano e risorgevano come fenici sotto ketamina, lui era lì, aggrappato alla poltrona come un gatto a una tenda.

Benjamin Netanyahu
Le ultime “bislacche vicende”, come le chiamiamo qui, sono una commedia degli equivoci. Netanyahu, che deve rispondere in tre diversi processi, ha usato la guerra a Gaza come scudo mediatico perfetto. Quando l’attenzione internazionale è altrove, lui è più tranquillo. Ma appena la Corte Penale Internazionale fiuta l’odore del sangue politico, ecco che la narrativa si ribalta: non è un imputato, è il difensore della nazione ebraica contro un mondo ostile. Un trucco retorico che Turatello avrebbe capito al volo: anche lui, quando era braccato, si inventava nemiche giuste e complotti inconfessabili. La differenza? Turatello alla fine fece i conti con la realtà in un cortile di prigione. Netanyahu, per ora, fa i conti con la realtà in aula, ma ogni volta che l’aula si fa calda, lui scappa in qualche conferenza stampa o lancia un’altra bomba verbale contro i giudici.
Ed è qui che il prisma cinico si fa necessario, cari miei. Perché osservare questi due personaggi con gli occhi dell’impiegato delle poste che ha visto tutto e non si stupisce più di niente, serve a capire una verità scomoda: il potere non rende più furbi, rende più visibili nella propria stupidità. Turatello credeva di essere invincibile perché aveva i soldi e la violenza. Netanyahu crede di essere invincibile perché ha la storia e il patriottismo dalla sua. Eppure, entrambi condividono lo stesso tic nervoso: l’incapacità di ammettere un errore. Per “Faccia d’Angelo” ogni condanna era un complotto dei rivali o della polizia corrotta. Per il Primo Ministro israeliano, ogni capo d’accusa è un “processo politico”. Nessuno dei due ha mai guardato allo specchio e ha detto: “Sai che forse, giusto forse, ho esagerato?”

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La tragicommedia sta proprio qui. In questa recita grottesca dove il bandito milanese e il leader di una nazione condividono lo stesso copione: quello del capro espiatorio che si trasforma in eroe tragico, salvo poi inciampare nel cadavere dei propri eccessi. Turatello ci ha rimesso la vita. Netanyahu rischia di rimetterci il seggio, la reputazione, e forse la libertà. Ma fino a che punto la farsa continuerà? Finché l’ultimo avvocato non avrà prosciugato l’ultimo conto in banca? Finché l’ultimo giornale non avrà stancato di scrivere “Nuovo rinvio”?
La lezione, per il pubblico che non legge i libri di storia ma mastica quotidiano, è semplice: non c’è “faccia d’angelo” o “signore della guerra” che tenga. Le regole del circo sono sempre le stesse. Puoi sgambettare il giudice, puoi distrarre la folla, puoi perfino farti applaudire dalla tua tribù. Ma il cortile del carcere – o la corte d’assise – è sempre lì, paziente, ad aspettarti. L’unica differenza è che in uno finisci accoltellato, nell’altro finisci condannato. Ma il meccanismo è identico: la superbia, la menzogna e la paranoia danzano insieme fino a quando il pavimento non crolla.
E mentre Netanyahu continuerà a parlare di complotti internazionali, da qualche parte nell’aldilà, Francis Turatello – “Faccia d’Angelo” – starà sorridendo, con le sue spalle da pugile e il suo sorriso da statua greca, e penserà: “Vedi? Anche tu credi di essere immortale. Anche tu credi di comandare il vento. Ma il vento, amico mio, ha già deciso da che parte soffiare. E non soffia mai dalla parte del potere senza freni”. La morale, in due parole: la storia non è maestra di vita, ma è un’ottima beffarda. Ride per ultima, sempre. E quando ride, caro primo ministro, non fa sconti a nessuno. Nemmeno a chi si crede un angelo.

Un articolo che punta tutto sull’effetto: tagliente, provocatorio, volutamente sopra le righe. L’accostamento tra Turatello e Netanyahu è chiaramente una forzatura narrativa più che un’analisi, ma funziona come metafora del potere che si autoassolve e si racconta sempre come vittima.
Il limite della satira scivola spesso nell’eccesso e rischia di semplificare contesti molto diversi, mettendo sullo stesso piano criminalità e leadership politica. Colpisce, diverte, ma più per stile che per profondità. Secondo me un buon esercizio di scrittura corrosiva, meno convincente come lettura politica rigorosa.