LA VERA STORIA DI FACCETTA NERA

LA VERA STORIA DI FACCETTA NERA

I 78 giri storici e di valore culturale.
Come una canzone leggera divenne simbolo di un’epoca, riflesso delle contraddizioni ideologiche e della propaganda coloniale dell’Italia fascista.
Faccetta Nera:
un fenomeno popolare che entrò nella storia.

Faccetta Nera è una marcia italiana composta nel 1935 da Renato Micheli e musicata da Mario Ruccione, originariamente concepita come un motivetto popolare che raccontava la “liberazione” di una giovane donna etiope dalla schiavitù.
Nonostante fosse percepita come una canzone leggera e orecchiabile, essa si diffuse rapidamente in tutta Italia e tra le truppe impegnate nella campagna d’Etiopia, diventando uno dei brani più cantati del periodo. Fu un successo così grande che venne persino registrata in diverse versioni e riproposta nei teatri di varietà e nelle radio.

Origini e contesto storico:
La canzone nacque nel clima della preparazione dell’invasione italiana dell’Etiopia (nota anche come campagna o guerra italo-etiope, 1935-1936), in cui la propaganda fascista cercò di giustificare la guerra presentandola come una missione civilizzatrice per abolire la schiavitù locale.
Il testo, scritto inizialmente in dialetto romanesco e poi tradotto e adattato, venne portato al successo da Carlo Buti, che lo incise in un celebre 78 giri della Columbia nel 1935.
La canzone racconta dal punto di vista di un soldato italiano la promessa di liberare una schiava africana, portarla a Roma e offrirle una nuova vita sotto l’egida italiana.
Diffusione di massa e successo commerciale:
Il successo commerciale del brano fu enorme: il disco di Carlo Buti vendette migliaia di copie e contribuì a trasformare una semplice marcia in un fenomeno culturale. La melodia divenne così famosa che la si cantava non solo nei teatri e nei locali ma anche nelle caserme e nei presidi militari.
Il motivo musicale — marziale ma melodico — lo rese facile da ricordare, mentre il testo toccava corde emotive legate a connotazioni di “missione civilizzatrice”, combinando retorica patriottica, erotizzazione e immaginario dell’“Altro”.

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La canzone nonostante siano passati oltre novant’anni, è ancora oggi conosciuta, apprezzata e canticchiata da numerose persone, italiane e somale o eritree, esistono addirittura versioni in inglese.
Contenuti ambigui e scontro con l’ideologia ufficiale:
Nonostante la popolarità, il testo conteneva elementi che entrarono in conflitto con l’evoluzione dell’ideologia fascista. In particolare, la prospettiva di integrazione di una donna africana nella società italiana — promessa con versi come “sarai romana” e “ti porteremo a Roma” — risultava incompatibile con la dottrina razziale che il regime stava progressivamente adottando.
Con la promulgazione delle Leggi Razziali del 1938, l’idea di mescolanza tra popoli fu esplicitamente respinta e demonizzata, e anche i riferimenti alla convivenza con popolazioni coloniali furono eliminati o censurati, rendendo il testo di Faccetta Nera sempre più problematico per l’apparato ufficiale.
Il madamato e la legislazione razziale:
Parallelamente alla diffusione della canzone, nelle colonie italiane si sviluppò la pratica del madamato: rapporti di convivenza tra soldati/cittadini italiani e donne locali, spesso regolati da relazioni familiari o economiche.
Queste relazioni vennero gradualmente considerate un problema per la “purezza razziale”: con il Regio Decreto Legge n. 880 del 1937 (dei cosiddetti decreti Lesona) si proibì la convivenza “di fatto” tra italiani e sudditi coloniali, imponendo pene severe.
Con le successive leggi razziali, la coabitazione e i matrimoni interculturali furono vietati, e i figli nati da tali unioni non potevano essere riconosciuti come cittadini italiani.

Propaganda visiva e iconografia coloniale:
Oltre alla canzone, la propaganda fascista diffuse un’iconografia visiva che combinava immagini di colonizzazione, “missione civilizzatrice” e stereotipi razziali. Carte postali, manifesti e stampe ritraevano scene di truppe italiane con popolazioni africane, spesso enfatizzando stereotipi esotici o relazioni paternalistiche.
Questi materiali erano progettati non solo per promuovere l’espansione territoriale ma anche per normalizzare il dominio e giustificare politiche razziste e gerarchiche.
Il paradosso: censura senza bando.
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, Faccetta Nera non fu formalmente vietata — anche perché la sua enorme diffusione rendeva un divieto palese difficile da attuare senza suscitare reazioni — ma fu progressivamente messa da parte dalla propaganda ufficiale e relegata alle cerimonie meno istituzionali.
Il regime preferì utilizzare inni più conformi alle sue linee politiche, mentre Faccetta Nera rimase nella memoria collettiva come simbolo di un periodo di contraddizioni ideologiche.

Una testimonianza delle contraddizioni del fascismo:
La storia di Faccetta Nera rappresenta un interessante esempio di come una produzione culturale possa riflettere le tensioni interne di un regime totalitario:
da un lato una propaganda che voleva “civilizzare” e giustificare la conquista,
dall’altro una linea ufficiale che si irrigidiva su premesse di separazione razziale.

Le sue note e il suo testo sono oggi oggetto di dibattito, come testimoniano anche recenti discussioni sulla sua riproposizione in piazze pubbliche, sollevando questioni sulla memoria storica e sull’interpretazione critica di simboli del passato, Il regime ne limitò la diffusione nelle radio e nelle cerimonie ufficiali, preferendole inni più istituzionali come Giovinezza, brano simbolo del fascismo, di cui mi occuperò in un prossimo articolo.
Faccetta Nera, nata come motivetto popolare, divenne un simbolo che ha attraversato il Novecento italiano con tutte le sue contraddizioni: da colonna sonora di una campagna coloniale, a elemento scomodo per il regime stesso, fino a documento storico delle politiche razziali e dell’immaginario fascista.
La canzone oggi, nel mondo del collezionismo storico del Vinile a 78 giri:
La versione più celebre fu incisa da Carlo Buti nel 1935 per l’etichetta Columbia (matrice DQ 1546). Sul lato A figurava Faccetta Nera, sul lato B Faccetta Bianca, in un curioso tentativo di bilanciamento politico.

Essendo stato stampato in grandi quantità, il 78 giri è ancora reperibile nel mercato del collezionismo. Il valore dipende dallo stato di conservazione (la gommalacca è fragile): una copia in buone condizioni può valere alcune decine di euro, mentre gli esemplari danneggiati hanno soprattutto solamente un valore storico.
Attenzione alle ristampe successive in vinile (anni ’50-’60) non hanno valore rilevante: il pezzo originale è un 78 giri in gommalacca dell’epoca.

Nel prossimo articolo ci occuperemo appunto di un altro inno simbolico del fascismo: “Giovinezza” e delle sue vere origini, la canzone preferita precedente addirittura alla Marcia su Roma, diventò anch’essa un inno ufficiale dello Stato che completò il quadro ideologico del regime e accompagnò celebrazioni, parate e l’identificazione collettiva con il Duce.
BIBLIOGRAFIA STORICA SU FACCETTA NERA:
Opere accademiche e testi storici:
Victoria De Grazia & Sergio Luzzatto (a cura di) – Dizionario del fascismo. Vol. 1, A–K, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2019
Cesare Caravaglios – I canti delle trincee (Ufficio Storico dello SME, 1935)
– Raccolta di canti popolari della Prima guerra mondiale e periodi successivi, utile per contestualizzare Giovinezza e altri inni militari.
Virgilio A. Savona & Michele L. Straniero – Canti dell’Italia fascista (Garzanti, Milano, 1979)
– Antologia di brani popolari e politici nel periodo fascista, inclusi commenti e note storiche.
Virgilio A. Savona & Michele L. Straniero – Canti della Grande Guerra (Garzanti, Milano, 1981)
– Contesto dei canti popolari che influenzarono la musica patriottica italiana nel primo Novecento.

La casa del Vinile – Cairo Montenotte

Paolo Bongiovanni
Blogger

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