La vera storia di “Bella ciao” ovvero la costruzione del simbolo, i dispositivi della memoria e la produzione del mito, significato, tra etnomusicologia politica e media contemporanei
La vera storia di “Bella ciao” ovvero la costruzione del simbolo, i dispositivi della memoria e la produzione del mito, significato, tra etnomusicologia politica e media contemporanei
Ci stiamo avvicinando al 25 aprile, storica festa della Liberazione dal nazifascismo, e dall’invasore come viene definito in particolare maniera in una canzone, diventata nel tempo e nel mondo, forse anche in maniera troppo superficiale e decontestualizzata, simbolo erroneo di una guerra di liberazione e dei movimenti partigiani o addirittura simbolo di libertà e di rivolta a governi od oppressione, anche in tempi moderni.
Con questo mio lavoro, intendo approfondire alcuni aspetti, mettendo a nudo un operazione prima prettamente politica, in un contesto già spregiudicato, diventata oggi una mera operazione commerciale, senza alcun controllo o regola fondamentale di proprietà intellettuale.
La storia di “Bella Ciao” si colloca in uno spazio teorico in cui l’etnomusicologia, la storia culturale e filosofica del linguaggio, si sovrappongono senza soluzione di continuità.
Più che un oggetto musicale stabile, essa appare come un dispositivo discorsivo, che produce effetti di verità storica attraverso successive operazioni di selezione, fissazione e ri-significazione, lontane dalla realtà pura dei fatti e del contesto storico.
In termini foucaultiani, non si tratta di interrogare l’origine autentica del brano, ma le condizioni storiche che ne rendono possibile l’emergere come “verità” indiscutibilmente condivisa.
Genealogia, oralità instabilità dell’origine
Nessun partigiano ha mai cantato né conosciuto la canzone ‘Bella Ciao'”
Questo è un argomento controverso e molto dibattuto.
Non esiste alcuna testimonianza documentale contemporanea (diari, canzonieri ciclostilati, raccolte del 1945-1950) che attesti che “Bella Ciao” come canto diffuso tra i partigiani durante la Resistenza (1943-1945).
Grandi partigiani come Giorgio Bocca e Gian Paolo Pansa hanno dichiarato di non averla mai sentita cantata da nessuna persona tanto meno partigiani, in montagna.
La prima pubblicazione del testo partigiano è del 1953-1957, e la sua esplosione avviene solo dopo il 1964.
Tuttavia, alcuni storici (come Cesare Bermani) sostengono che fosse cantata in modo limitato in alcune brigate (es. Maiella o zone emiliane), ma le prove sono poche, tardive e basate su ricordi di vecchi partigiani comunisti (oramai morti) e posteriori al periodo bellico.
In realtà la melodia fu “scritta” dal fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff, nel 1918.
Mishka Ziganoff (o Tsiganoff), fisarmonicista rom (zingaro) cristiano nato a Odessa nel 1889 ed emigrato a New York, incise nel 1919, un brano strumentale klezmer intitolato “Koilen” (o “Koylen”, che significa “carbone” in yiddish).
Non lo scrisse lui di sua inventiva, ma lo trascrisse, infatti era una melodia tradizionale klezmer/yiddish già esistente.
Ziganoff non era ebreo, ma suonava con band klezmer e parlava yiddish fluentemente.
Oltre la Leggenda che poi si è rivelata la vera base strumentale del canto nel 1919, siamo a New York negli USA in piena crisi post Prima Guerra Mondiale, Mishka di origine Ucraina o Polacca incide Koilen su un 78 giri: otto note yiddish che parlano di carbone e gelo.
Nessuna firma, a quel tempo non esisteva il copyright musicale soprattutto e solo pochi e danarosi si potevano permettere di fare depositare a proprio nome una canzone, la canzone in questione è stata registrata successivamente anche in versione solamente voce da shtetl.
La canzone tradizionale completa è nota come “Dus Zekele Koilen” o “Dos Zekele Koiln” (“Questo sacchetto di carbone” o “Un piccolo sacco di carbone”).
I testi, quando presenti nelle versioni vocali, lodano il carbone come un “piacere” per chi lo possiede, ma sottolineano la difficoltà nel procurarselo – “bisogna stare in fila molto tardi” – evocando la povertà delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, dove il carbone era essenziale per il riscaldamento ma spesso scarso e costoso.
Questo tema riflette le condizioni di vita nei shtetl (villaggi ebraici) e nelle città come Odessa, dove il carbone simboleggiava sopravvivenza in inverni rigidi e instabilità economica.

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La melodia è antica e tradizionale, non composta da un singolo autore: risale almeno ai primi anni del 1900, con varianti documentate in canti folk yiddish che circolavano oralmente tra le comunità ebraiche.
Mishka Ziganoff (nato Misha Demitro Tsiganoff il 15 gennaio 1889 a Odessa, nell’Impero Russo, oggi Ucraina) cresciuto in un ambiente multiculturale: parlava fluentemente yiddish e si immerse nella musica klezmer, collaborando con band ebraiche.
Emigrò a New York all’inizio del XX secolo, dove aprì un ristorante e continuò a suonare.
Morì nel febbraio 1967 a New York. La sua versione di “Koilen” è strumentale, incisa su disco a 78 giri per la Columbia Records come parte delle prime registrazioni di musica yiddish strumentale (1908-1927), e inclusa in compilation come “Klezmer Music: Early Yiddish Instrumental Music” del Smithsonian Folkways.
Versioni vocali successive includono quella del 1920 di Gus Goldstein (con testi attribuiti ad Abe Schwartz), che descrive un “sacco di carboni”, e registrazioni del 1921-1922 che confermano le radici folk yiddish.
Lo studioso Rod Hamilton della British Library data varianti del brano ai primi del ‘900, mentre Josh Horowitz (esperto di fisarmonica klezmer) lo descrive come un “canto folk yiddish suonato come danza”. Teorie sulle origini più profonde suggeriscono influenze romene o ucraine, portate in Italia forse via migrazioni ebraiche.
La connessione con “Bella Ciao” – scoperta nel 2006 dall’ingegnere italiano Fausto Giovannardi – sta nella somiglianza della melodia iniziale, che ha reso “Koilen” un possibile antenato del brano italiano, trasformato da canto di lavoro in inno globale.
Se volete ascoltare la registrazione originale del 1919, è disponibile su piattaforme come Smithsonian Folkways o YouTube (cercate “Mishka Ziganoff Koilen”).
La melodia era già vecchia:
Si suonava tra le famiglie di immigrati Polacchi, Russi, Ucraini e Rumeni, era e si ballata lenta, come un lamento in cui si piange piano la propria povertà.
Una melodia che girava da generazioni di padre in figlio ed ancora oggi è così.
In Italia arriva la melodia forse grazie ad artisti di strada yddish o zigani, o zingari come venivano chiamati, che la suonano con violini e fisarmonica, già prima del l’incisione su disco e viene in seguito tradotta in italiano come un canto di lamento delle mondine, che la sentono forse da immigrati ebrei o da marinai balcanici: la piegano al ritmo della zappa, diventando bella ciao, contro l’acqua che sale e soprattutto contro il padrone, che le sfrutta, è un canto Socialista.
Le ipotesi sulle origini del brano lo collocano all’interno del vasto repertorio dei canti di lavoro agricolo dell’Italia settentrionale, in particolare quelli delle mondine, tra fine Ottocento e inizio Novecento.
Le donne curve sulle risaie con mani e piedi immersi nell’acqua e nel fango, intonano bella ciao al ritmo dell’acqua che sale, fin dai primi anni del novecento ancora prima della Prima Guerra Mondiale e quindi mai una sola frase contro i Fascisti o un invasore dell’Italia.
Tale attribuzione, tuttavia, non costituisce una genealogia lineare, bensì una ricostruzione retrospettiva fondata su analogie strutturali più che su continuità documentarie verificabili.
Ecco il testo originale italiano cantato dalle mondine, cantavano piano, in dialetto: “Una mattina mi son sveià, bella ciao bella ciao ciao ciao Una mattina mi son sveià e ho visto l’acqua salir. Ah bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao Ah bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao.”
Al posto dell’invasore, parlavano dell’inondazione dei campi, di quando il Po rompeva e si bagnava tutto. Niente partigiani, niente resistenza: solo fango, zappa, schiena rotta. Poi l’hanno presa, l’hanno adattata. Ma la prima volta era solo terra bagnata, e mani nere di fango.
A volte aggiungevano strofe sul padrone che non pagava, nessuno sa con precisione, quando fu cantata la prima volta.
Non c’è un prima volta fissata sul calendario: era una melodia che le mondine si passavano di bocca in bocca, almeno dal mille novecento, forse prima. La prima traccia scritta arriva negli anni trenta, con alcune raccolte di canti popolari, ma scritta davvero – con le note – la vediamo nel dopoguerra, intorno al quarantaquattro-quarantacinque, quando qualcuno tra i partigiani forse la appunta su un foglio.
Prima? Solo vento e risaie.
In questo senso, “Bella Ciao” non “deriva” semplicemente da una tradizione, ma è essa stessa il risultato di una operazione di politica e tradizionalizzazione successiva.
Come osserva Eric Hobsbawm, molte tradizioni moderne sono “inventate”, nel senso che vengono formalizzate e rese coerenti, solo in una fase storica successiva rispetto alla loro supposta origine¹.
Ciò implica che l’origine non sia un punto, ma un campo di produzione discorsiva, sulla quale basarsi.
Dalla pluralità dei repertori resistenziali alla canonizzazione post-bellica
La forma oggi riconoscibile del brano, si consolida nel secondo dopoguerra, quando il tema della Resistenza diventa uno dei nuclei simbolici fondativi della Repubblica italiana.
Tuttavia, la sua centralità nel repertorio partigiano è oggetto di discussione storiografica: diverse ricerche evidenziano la totale assenza di questo canto, in ogni sua forma, e in qualsiasi gruppo paramilitare partigiano, al cospetto di altri canti, tra cui “Fischia il vento”, che risultano tuttora, maggiormente attestati durante il conflitto.
Claudio Pavone ha descritto la Resistenza come una “guerra civile morale e politica insieme”, caratterizzata da pluralità di esperienze e linguaggi².
In tale pluralità, la successiva selezione di un repertorio simbolico unitario non riflette semplicemente la storia, ma la organizza secondo esigenze di memoria pubblica.
L’unica cosa vera è che durante la guerra i partigiani veri – siano stati essi garibaldini, azionisti, cattolici – marciano sui loro veri inni, quelli che sentivi davvero tra gli alberi e i fucili: Fischia il Vento, Il Fischietto, La Brigata Garibaldi, La Scontri, Quando i fucili sparano, La Battaglia di Ponte Rotto.
Poi c’era Inno dei Caduti, semplice, da dire sottovoce dopo un compagno giù.
Tutti garibaldini, tutti rossi, tutti nati tra il quarantatré e il quarantacinque, scritti su carta da sigaretta e passati di mano. Questi sì, li cantavano davvero.di bella ciao in montagna non resta traccia sui quaderni del quarantatré, negli anni sessanta? Beh, la vera esplosione la deve alla TV, o nei raduni studenteschi di ’68 è diventata inno politico, e da lì non è più uscita dalla gola di nessuno, ragazzi del ’68 la urlano nelle piazze, poi finisce in tutti i film sulla Resistenza, nelle feste operaie, persino nei cortei sindacali.
È qui che il processo di canonizzazione assume la sua forma più evidente: la molteplicità dei canti resistenziali viene progressivamente compressa in un set simbolico ridotto, funzionale alla narrazione istituzionale del 25 aprile.
Memoria pubblica e produzione del mito
Negli anni settanta qualcuno ci mette le mani sopra, la rallenta, la fa folk; altri la elettrificano coi chitarroni. Negli ottanta tace un po’, ma nei novanta – bam – i Gorillaz la campionano, i Modena City Rambler la velocizzando e la portano in giro per il mondo, viene tradotta in centinaia di lingue e da lì diventa patrimonio globale.
Nel processo di istituzionalizzazione della memoria resistenziale, il ruolo delle associazioni partigiane, in particolare l’ANPI, è stato centrale nella conservazione e diffusione del repertorio simbolico antifascista.
Tuttavia, la natura stessa della memoria pubblica implica una tensione strutturale tra complessità storica e necessità di coerenza narrativa, ciò per quanto riguarda “Bella Ciao” non è stato.
Roland Barthes ha mostrato come il mito operi trasformando una costruzione storica in evidenza naturale, depoliticizzando la sua genesi³.
In questo senso, “Bella Ciao” non è soltanto una canzone della Resistenza, ma una forma di mitizzazione della Resistenza stessa.
La funzione delle istituzioni della memoria può essere quindi letta in due direzioni simultanee:
da un lato conservazione e trasmissione; dall’altro stabilizzazione interpretativa.
Alcune letture critiche contemporanee sottolineano come tale stabilizzazione possa produrre una riduzione della pluralità delle memorie storiche, trasformando il passato in una narrazione pedagogicamente efficace, ma inevitabilmente selettiva.
In questa prospettiva, il problema non è la legittimità della memoria antifascista, ma la sua trasformazione in dispositivo di coerenza simbolica, che tende a ridurre la conflittualità interna alla storia della Resistenza.
Nella realtà delle cose, però questo in Italia non è affatto avvenuto, anzi la polemica è stata sempre più forte e si autoalimenta nel tempo, nonostante siano passati quasi settant’anni dal festival di Spoleto.
Proprietà intellettuale e struttura folkloristica del brano
Dal punto di vista musicologico e giuridico, il brano presenta caratteristiche tipiche della tradizione orale:
assenza di autore unico, varianti multiple, stratificazione di versioni.
Alcuni arrangiamenti sono stati registrati presso la SIAE, ma tali registrazioni riguardano forme specifiche e non il materiale originario.
Questa condizione rende “Bella Ciao” un esempio paradigmatico di tensione tra dominio pubblico e appropriazione autoriale.
Il significante musicale precede la sua fissazione giuridica, e non viceversa.
La Resistenza non era un blocco unico come si vuole fare credere, erano un casino di voci e pensieri, tutti profondamente differenti.
Partiti diversi, armi diverse, preghiere e credi diversi.
I Garibaldini – comunisti – volevano la rivoluzione, i Giustizia e Libertà – azionisti, liberali – volevano la Repubblica senza Stalin, i cattolici della Brigate Osoppo pregavano prima di sparare, i monarchici tenevano il Re in tasca.
Tutti odiavano i fascisti, ma poi si odiavano tra loro: le armi non si scambiavano mai, gli ordini da altri non li accettavano.
Sì, anche loro cantavano, ma meno e diversamente .
I monarchici – tipo i primi gruppi di Maurizio – tenevano all’ Inno di Mameli, che alla fine è del Risorgimento, ma ci mettevano il Savoia dentro.
I liberali, specie di Giustizia e Libertà, avevano Quel che è fatto è fatto: corto, intellettuale, stile Gobetti, niente urla rosse.
I repubblicani usavano addio Lugano, anarchico ma loro l’adattavano – ‘addio alla tirannia’, ‘addio al re’. Non erano tanti inni nuovi, rubavano dai vecchi, li piegavano un po’.
Istituzionalizzazione culturale e legittimazione nei circuiti accademico – artistici; il caso di Spoleto
Un momento spesso sottovalutato nella traiettoria di “Bella Ciao” è la sua progressiva legittimazione nei circuiti istituzionali dell’alta cultura, in particolare attraverso festival e rassegne che operano come dispositivi di selezione estetica e canonizzazione.
In questo quadro, il Festival dei Due Mondi di Spoleto rappresenta un punto significativo non tanto come “evento musicale” in senso stretto, quanto come spazio di mediazione tra cultura popolare, politica della memoria e riconoscimento istituzionale dell’opera folklorica rielaborata.
La presenza o riutilizzo del repertorio legato alla Resistenza in contesti di questo tipo produce un effetto di spostamento semantico:
ciò che nasce come canto di circolazione orale o come simbolo politico militante viene progressivamente traslato in un regime di validazione estetica istituzionale.
In termini foucaultiani, questo passaggio può essere interpretato come una forma di “riqualificazione del discorso”:
il significato non cambia soltanto, ma cambia il tipo di autorità che lo garantisce.
Se nella fase immediatamente post-bellica la legittimazione del brano avviene attraverso reti politiche e associative (partiti, associazioni resistenziali, pratiche commemorative), nel passaggio a contesti come Spoleto essa viene invece mediata da istituzioni culturali che operano secondo criteri estetici e performativi.
Questo comporta una trasformazione rilevante:
il canto non è più soltanto memoria, ma anche “oggetto culturale rappresentabile”.
Dal punto di vista barthesiano, questo passaggio può essere letto come un ulteriore livello di mitizzazione.
Il brano non solo diventa simbolo della Resistenza, ma anche simbolo della sua stessa “culturalizzazione”, cioè della sua trasformazione in patrimonio estetico condiviso.
Il mito si raddoppia:
non riguarda più soltanto la storia evocata, ma anche la forma istituzionale attraverso cui quella storia viene resa consumabile nel presente.
In questo senso, la dimensione festivaliera non è neutra.
Essa agisce come dispositivo di selezione e riconoscimento, contribuendo alla stabilizzazione di ciò che è considerato “cultura legittima”.
Il passaggio in contesti come Spoleto segna dunque una soglia:
la transizione da repertorio politico-sociale a oggetto di rappresentazione artistica codificata.
Questo spostamento ha conseguenze dirette sulla percezione pubblica del brano. Una volta inserito nei circuiti istituzionali dell’arte performativa, il canto perde parte della sua ambiguità originaria e viene progressivamente ricodificato come patrimonio condiviso, neutralizzato nella sua conflittualità politica più immediata, pur mantenendo una forte carica simbolica.
Circolazione politica e istituzionalizzazione del repertorio dopo la legittimazione culturale
Dopo la progressiva legittimazione del repertorio resistenziale nei circuiti culturali istituzionali (tra cui festival e rassegne artistiche come il Festival dei Due Mondi di Spoleto), la diffusione di “Bella Ciao” entra in una fase diversa: non più soltanto commemorativa o folklorica, ma anche esplicitamente politico-simbolica.
Tuttavia, parlare di una “appropriazione” in senso stretto da parte del Partito Comunista Italiano o dell’ANPI rischia di semplificare un fenomeno più complesso.
Più che un atto unico di appropriazione, si osserva una stabilizzazione convergente del significato, prodotta attraverso pratiche ripetute nel tempo e in contesti differenti.
Nel caso del PCI, l’utilizzo del repertorio resistenziale rientra in una più ampia strategia di costruzione dell’identità antifascista della sinistra italiana nel secondo dopoguerra.
Tale processo non si manifesta come propaganda diretta del singolo brano, ma come incorporazione del repertorio musicale resistenziale all’interno di eventi pubblici, manifestazioni, celebrazioni del 25 aprile e cultura di partito.
La funzione del canto, in questo contesto, non è tanto quella di “strumento propagandistico” in senso tecnico, quanto quella di marcatore identitario e rituale, coerente con una cultura politica fondata sulla memoria della Resistenza come elemento fondativo della legittimità democratica.
Per quanto riguarda l’ANPI, il ruolo è ancora diverso. L’associazione opera infatti come istituzione della memoria, più che come soggetto politico, in senso partitico.
La diffusione del repertorio resistenziale avviene attraverso pratiche commemorative, cerimonie pubbliche, educazione civile e produzione culturale (pubblicazioni, eventi, iniziative scolastiche).
In questo quadro, “Bella Ciao” diventa progressivamente un “canto-simbolo”, cioè un oggetto musicale che funziona principalmente come dispositivo di riconoscimento identitario e di trasmissione mnemonica.
In termini foucaultiani, ciò che si osserva non è una propaganda lineare, ma la formazione di un regime discorsivo della memoria antifascista, nel quale diversi attori (partiti, associazioni, istituzioni culturali) contribuiscono alla riproduzione di un insieme relativamente stabile di significati.
Questo regime non è imposto da un centro unico, ma emerge da una rete di pratiche ripetute che, nel tempo, producono effetti di naturalizzazione simbolica.
Da una prospettiva barthesiana, si potrebbe dire che il processo produce una forma di mitologia politica:
il canto non è più percepito come costruzione storica e culturale, ma come espressione “naturale” della Resistenza stessa.
È proprio questa naturalizzazione del significato che rende il simbolo efficace nel lungo periodo, ma anche oggetto di controversia interpretativa nella storiografia contemporanea.
Un punto critico importante riguarda quindi la distinzione tra:
– uso politico del simbolo (inevitabile in ogni cultura pubblica)
– propaganda strutturata (che implica un controllo centralizzato del messaggio).
Nel caso di “Bella Ciao”, le evidenze storiche suggeriscono la prima dinamica più della seconda:
una appropriazione diffusa e istituzionalizzata nel tempo, piuttosto che una strategia univoca e coordinata.
Confronto con i repertori musicali del fascismo e modelli di produzione simbolica
Il confronto con “Giovinezza” evidenzia una differenza strutturale nei modelli di produzione del simbolico.
Nel caso dei repertori musicali fascisti, il dispositivo culturale è verticale:
lo Stato modifica, produce, stabilizza e impone il significato del simbolo attraverso apparati educativi e rituali pubblici.
Nel caso di “Bella Ciao”, invece, il processo è orizzontale e post-fattuale:
la stabilizzazione avviene attraverso sedimentazione culturale, riuso politico e successiva istituzionalizzazione memoriale.
Foucault descriverebbe questa differenza come due regimi differenti di produzione del discorso:
uno disciplinare e centralizzato, l’altro diffuso e reticolare, ma non per questo meno normativo nella sua fase finale di canonizzazione.
Globalizzazione culturale e decontestualizzazione del significato
A partire dagli anni Duemila, il brano entra in una fase di circolazione globale accelerata, in cui il significato storico viene progressivamente disancorato dal contesto originario.
Un ruolo decisivo è svolto dalla serie televisiva “La Casa de Papel”, che reinterpreta il brano come segno estetico universale di ribellione.
In questo passaggio, la funzione storica si dissolve a favore di una funzione simbolica fluida, applicabile a contesti politici eterogenei.
La cultura pop globale produce così una forma di universalizzazione del segno, che tuttavia comporta una perdita di specificità storica.
Il simbolo non scompare, ma si espande fino a coincidere con una generalità emotiva di “resistenza” priva di ancoraggio univoco.
Media digitali e instabilità semiotica
I social media amplificano questa dinamica attraverso la compressione dei tempi di circolazione culturale.
Lev Manovich ha descritto i media digitali come sistemi modulari in cui i contenuti sono continuamente remixati⁴, mentre Henry Jenkins ha evidenziato la natura convergente e partecipativa della cultura contemporanea⁵.
In questo contesto, il significato non precede la circolazione, ma emerge da essa.
Il risultato è una condizione di instabilità semiotica strutturale: lo stesso oggetto culturale assume significati differenti simultaneamente, senza una gerarchia interpretativa stabile.
Trasformazione transnazionali e riuso politico globale del simbolo
A partire dagli anni ’90 del secolo scorso e soprattutto dal Duemila, “Bella Ciao” esce progressivamente dal suo contesto storico nazionale per diventare un segno musicale transnazionale associato all’idea generale di “resistenza”.
Questo processo non implica una semplice diffusione culturale, ma una vera e propria traduzione politica del simbolo, in cui il significante viene separato dal suo referente storico originario e riutilizzato in contesti differenti.
In termini foucaultiani, si potrebbe parlare di una “circolazione del discorso” svincolata dal suo regime originario di verità:
il brano non è più legato esclusivamente alla memoria della Resistenza italiana, ma diventa un enunciato disponibile all’interno di molteplici configurazioni di potere e contro-potere.
Uno degli elementi più rilevanti di questa fase è l’uso del brano in movimenti sociali e politici internazionali, nei quali “Bella Ciao” viene adottata come canto di protesta o di opposizione simbolica.
Il caso più evidente è la sua presenza in manifestazioni e contesti di protesta in Europa, America Latina e Medio Oriente, dove il brano viene utilizzato non come riferimento alla storia italiana, ma come forma musicale “universale” della dissidenza.
Questo processo è coerente con ciò che Roland Barthes definirebbe una radicale trasformazione mitologica:
il segno perde progressivamente la sua densità storica e diventa “forma vuota riempibile”, cioè un contenitore semiotico disponibile a molteplici riattualizzazioni ideologiche.
Il mito non è qui una falsificazione, ma una riduzione della complessità storica a funzione comunicativa immediata.
Un caso particolarmente significativo è l’adozione del brano in contesti di protesta politica contemporanea, in cui la canzone viene cantata come simbolo di resistenza generale contro autoritarismi percepiti, indipendentemente dal loro contesto storico o ideologico specifico.
In questo senso, il significato del brano non viene semplicemente esportato, ma ricodificato localmente, secondo le necessità narrative del movimento che lo utilizza.

Henry Jenkins e Lev Manovich
Da un punto di vista etnomusicologico, questo fenomeno rientra nella logica della “circolazione adattiva dei repertori”:
le strutture musicali semplici, ripetitive e corali tendono a essere facilmente riappropriabili, proprio perché consentono una rapida traduzione collettiva del significato politico.
Nel contesto dei media digitali, questa dinamica viene ulteriormente accelerata dalla cultura della condivisione virale, che separa il contenuto dal suo contesto originario.
Lev Manovich ha descritto questo fenomeno come “modularizzazione del contenuto culturale”, mentre Henry Jenkins lo colloca nella più ampia logica della “convergenza partecipativa”, in cui gli utenti non consumano soltanto i contenuti, ma li reinterpretano attivamente.
In questa prospettiva, “Bella Ciao” non è più soltanto un canto della Resistenza italiana, ma un interfaccia culturale della resistenza globale, cioè un codice musicale che consente di attivare, in contesti diversi, una grammatica condivisa di opposizione simbolica.
Tuttavia, questa universalizzazione non è priva di tensioni.
La perdita del riferimento storico specifico produce infatti una forma di ambiguità semantica:
il simbolo diventa potente proprio nella misura in cui diventa meno preciso.
Ciò genera una contraddizione tipica dei processi di globalizzazione culturale contemporanea, in cui l’universalizzazione del segno coincide con la sua progressiva de-storicizzazione.
ANPI memoria istituzionale e tensioni della rappresentazione storica,
Nel quadro contemporaneo, il ruolo dell’ANPI deve essere interpretato all’interno della più ampia teoria delle istituzioni della memoria.
Storicamente, l’associazione ha svolto una funzione essenziale nella conservazione del patrimonio resistenziale e nella sua trasmissione pubblica.
Tuttavia, alcune letture critiche contemporanee evidenziano una tensione ricorrente tra funzione commemorativa e funzione storiografica.
In particolare, il rischio teorico è che la memoria istituzionale si trasformi in un dispositivo di stabilizzazione narrativa del passato, riducendo la complessità conflittuale degli eventi storici a un insieme coerente di significati condivisi.
Questa osservazione non implica una delegittimazione del ruolo storico dell’ente, ma segnala un problema strutturale che riguarda tutte le istituzioni della memoria:
la necessità di rendere il passato comunicabile comporta inevitabilmente una selezione interpretativa.
In termini foucaultiani, ogni regime di memoria è anche un regime di verità, e quindi un regime di esclusione.
il simbolo politico come campo di forze
Il caso di “Bella Ciao” mostra come un oggetto musicale possa diventare un campo di forze in cui storia, politica e memoria, con l’aiuto dei media si sovrappongano continuamente.
La sua evoluzione non è lineare, ma stratificata; non è stabile, ma continuamente riattualizzata.
La sua forza simbolica deriva precisamente da questa instabilità:
dalla capacità di attraversare contesti storici diversi mantenendo una riconoscibilità formale, ma non necessariamente semantica.
In questo senso, “Bella Ciao” non è soltanto un canto della Resistenza, né semplicemente un prodotto della cultura globale contemporanea, ma un dispositivo attraverso cui osservare la produzione stessa del significato nella modernità tardo-mediale.
Come te
Conclusione
Arrigo Boldrini, Luigi Longo, Pietro Secchia la trasformano in bandiera: l’ANPI, nata nel quarantacinque per tutti, diventa sede rossa, pensione per vecchi garibaldini, silenzio su Osoppo e Azione o altri movimenti Partigiani, Pertini ci prova nel settanta, a ridarle tutti i colori, ma era tardi, lui
vuole l’unità: non ci riesce.
Oggi l’ANPI resta in piedi con contributi statali, custodisce una storia monocolore, resta una memoria di parte, tenuta in piedi da finanziamenti pubblici e silenzio altrui, mentre il vero canto del Po è ancora lì, in dialetto, senza partigiano e senza bandiera.
Ma chi ha trasformato l’ANPI da associazione unitaria (nata nel ’44-’45 con dentro tutti: garibaldini, azionisti, cattolici, monarchici) in un pezzo grosso del PCI prima e della sinistra dopo, i nomi principali – tutti morti – sono questi: – Arrigo Boldrini (Bulow): comunista ravennate, presidente ANPI dal 1947 fino al 2006, 59 anni filati.
È lui che ha tenuto la barra rossa per mezzo secolo.
– Luigi Longo : vicesegretario PCI, poi segretario dopo Togliatti.
Firmò leggi e accordi che legarono l’ANPI al PCI, mandato diretto da Mosca via Salento.
– Pietro Secchia : l’uomo dell’apparato militare PCI, organizzò la memoria garibaldina e fece in modo che le altre formazioni sparissero piano piano dai consigli.
– Giorgio Amendola :
il moderato del PCI, ma spinse forte sull’idea che la Resistenza = comunismo, nei libri e nei congressi ANPI.
Dal PSI non c’è stato un complotto socialista:
i socialisti ci hanno provato a tenere un piede dentro, ma sono stati schiacciati.
– Sandro Pertini fu vicepresidente ANPI per un po’, ma se ne andò presto perché voleva l’unità vera, non la versione PCI-centrica.
– Lelio Basso (sinistra PSI-PSIUP) ci mise del suo nei primi anni, ma poi anche lui uscì.
Alla fine degli anni ’50 le brigate Matteotti (PSI) e le altre non comuniste si sfilano una dopo l’altra: resta solo la Garibaldi, e l’ANPI diventa di fatto il braccio veterani del PCI.
Oggi la chiamano carrozzone proprio perché vive di contributi pubblici e memoria selettiva, ma i padri fondatori di questa versione mono-colore sono quelli lì sopra.
Morti oramai tutti, compreso Boldrini.
Pertini è un caso a parte.

Brigata Garibaldi
Non era un comunista di partito, era socialista, partigiano vero – brigata garibaldina, ma anche cattolico nel cuore.
Quando diventa presidente, nell’ottanta, non fa propaganda rossa: dice ‘la Resistenza è di tutti’, e lo dice sul serio, mica per complimento.
Ha dato voce pure ai non garibaldini, ha portato Osoppo e Az in tv, ha pianto per Pino Pinelli e per Aldo Moro.
Quindi no, non è lui il responsabile dell’unificazione finta: anzi, ha provato a sfondare la gabbia, ma era tardi, l’ANPI già era diventata un’associazione di vecchi, e lui era lì solo per ricordargli che c’era anche un’Italia fuori dal PCI.
Bello, sincero, ma nonostante fosse diventato anche Presidente della Repubblica e forse il migliore mai esistito, di fronte al potere partitico, politico e militante dell’ANPI, era impotente.
Queste foto, una dopo l’altra, raccontano la storia completa: da Odessa, a New York al Po, dal Po a Spoleto, da Spoleto al carrozzone senza senso dell’ANPI di oggi.
Chiudendo il discorso su inni e menzogne, il mio inno partigiano coevo è solo uno, postumo alla guerra, antifascista quanto basta ma non falso, ed è “Il Partigiano Johnny” degli Africa Unite, gruppo reggae Torinese che ha avuto un non so che nella mia formazione musicale adolescenziale…
Un caro saluto a tutti voi e occhi ed orecchie ben aperte, perché sia da destra che da sinistra tutti sono pronti a raccontare menzogne, renderle vere e modellare il popolo a proprio piacimento.
Note:
– E. Hobsbawm, T. Ranger (eds.), The Invention of Tradition, Cambridge University Press, 1983.
– C. Pavone, Una guerra civile, Bollati Boringhieri, 1991.
R. Barthes, Mythologies, Seuil, 1957.
– L. Manovich, The Language of New Media, MIT Press, 2001.
H. Jenkins, Convergence Culture, NYU Press, 2006.
– M. Foucault, L’archéologie du savoir, Gallimard, 1969.

Paolo Bongiovanni
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