La stessa matrice per propaganda e censura.
La guerra tra Russia e Ucraina; quell’altra più articolata che oppone USA e Israele all’Iran, ai suoi proxy e agli Hezbollah libanesi; e infine quella che oppone Israele ad Hamas.
Strutturalmente assai diverse sono però simili in due modalità che per molti aspetti si richiamano, e a tratti così strettamente da risultare le facce della stessa medaglia: la propaganda e la censura.
E infatti in quei Paesi dove vi è più propaganda vi è anche più censura, ovviamente a scapito della parte meno propagandata o del tutto non propagandabile.
Chi gestisce l’una gestisce l’altra, ed è il medesimo che gestisce in toto o in più larga parte il potere.
Quindi per i Paesi in cui una tale gestione non è minimamente condivisa da differenti forze politiche, il problema non si pone: se il più forte è il più forte perché ha usato e usa la forza per imporsi, non c’é storia: si servirà di tutti i trucchi che riesce a tirar fuori dal cilindro, o, se la sua predominanza è strabordante, non avrà neanche bisogno di impostura.
In quei Paesi però in cui sopravvive almeno un accenno di libertà, si presenta per fortuna ( ed è uno dei pochi casi che un problema in più è anche una fortuna in più ) un problema; si potrebbe persino dire il problema, ossia quello di come stabilire fino a quando la libertà di opinione e un certo tipo di postura ( artistica, politica, sociale, intellettuale, religiosa ) non vadano a negare il diritto di fruire di un’informazione non inficiata da diffamazione, bugie, omissioni e distorsioni.
Sinteticamente: quanto in nome del rispetto della libertà di espressione e di stampa ( genericamente intese ) si può accettare che l’altro dica cose o assuma comportamenti che comprimono o neghino quella stessa libertà che gli altri gli concedono?
La questione è vecchia quanto il mondo, ma dacché il mondo ha subìto un’accelerazione straordinaria con forme tecnologiche e comunicative come i social, i blog, i podcast, l’intelligenza artificiale, i satelliti, il controllo biometrico, l’immagazzinamento dati, la profilazione psicologico-caratteriale-consumistica, l’inquadramento ideologico…, era inevitabile che si facesse più acuta e generalizzata e che imponesse come un aspetto indifferibile il discuterne.
La cronaca quotidiana ce lo conferma: non passa giorno che non si apra una diatriba su un qualche episodio sospetto di censura, nelle sue varie forme di esclusione, cancellazione, impedimento, voluto fraintendimento.
O, anche e per contro, che non si orchestri uno dei casi precedenti per fare della censura il più efficace veicolo di propaganda favorevole a chi si proclama discriminato; molto più che se la censura non avesse parte in causa e le proprie idee potessero normalmente essere divulgate.
Quel che è chiaro in una materia così scivolosa è che spessissimo si valuta la censura in modo diverso e addirittura opposto non appena il milieu di riferimento o di appartenenza socio-politica cambia fronte, e gli attori si trovano a interpretare la situazione a parti invertite.
Se ciò vale per il contesto microsociale e macrosociale, analogamente e forse ancor più vale per la politica nazionale e internazionale.
Attualmente Israele ne è l’esempio più emblematico; ed emblematico vuole essere il riferimento, per non restare nel vago, a Meir Baruchin, un professore di Educazione Civica e Storia della città di Petah Tikva.
Indicare la professione è funzionale ad intenderla come sineddoche di tante altre professioni relative al o protagoniste del mondo della informazione e della formazione.
Quanto accaduto a Meir Baruchin è l’essere stato esposto con una narrazione traviata e traviante al pubblico ludibrio e alla pubblica violenza di chi a quella narrazione ha prestato fede.
Lo si priva del lavoro, gli si minaccia la famiglia, si tollera volentieri che gli studenti gli sputino addosso dopo la sua reintegrazione a insegnante a seguito di un ricorso vinto… Perché?
Solo perché ha osato esprimere pareri difformi da quelli del Governo sulla questione palestinese.
Ebbene, per mostrare la congruità con quanto si diceva, questo è lo stesso Paese che si adonta e protesta sostenendo di essere preso di mira quando lo si vuole escludere da eventi, gare, manifestazioni, festival…
L’esclusione in astratto sarebbe discutibile ( nel senso neutro di passibile di discussione ) proprio in virtù del fatto che la materia è magmatica, sfaccettata, difficile da affrontare in maniera equilibrata senza affrontarla di volta in volta.
Ma nel caso specifico viene semplificata per paradosso dal soggetto censurato, perché a questo punto diventa determinante il giudizio che nasce proprio dalle sue scelte contraddittorie, e come tali autoinvalidanti.
Così se ci fosse un dubbio sulla liceità di censurare o meno qualcosa di relativo appunto a Israele, si sarebbe in grado di toglierselo senza remore respingendo al mittente le immancabili lamentazioni cui ci ha abituati, replicando che se la censura nei suoi confronti fosse discutibile ( questa volta intendendo il termine nella sua accezione più consueta di non-condivisibile), non farebbe comunque torti al censurato perché è la stessa che quest’ultimo adotta quando è nella veste di censore.
In questo caso, dunque, la censura fungerebbe da riequilibratore andando a riempire il gap subìto dalla parte censurata o ( che è un po’ la stessa cosa ) resa censurabile da una propaganda mirata al discredito e all’attribuzione di colpe inesistenti.
Il caso riportato è di censura interna, ma la censura esterna è altrettanto massicciamente presente: alla giornalista francese Alice Froussar, regolarmente accreditata e con tutte le carte in regola per svolgere il suo lavoro di inviata, è stato negato l’ingresso in Israele e l’11 giugno scorso è stata espulsa e rimandata in Francia. Motivo? Aveva fatto affermazioni sgradite al governo sionista.
Nel caso dunque che a un giornalista israeliano venisse riservato lo stesso trattamento per affermazioni sgradite al Governo francese (inglese… italiano… tedesco…), si potrebbe parlare di un comportamento corretto?
Si tratta certamente di una questione delicata e scottante.
Tuttavia non è affatto un sofisma la presa d’atto per cui, essendo la questione etica non minimamente considerata dalla parte che ha la responsabilità dell’antefatto, agire eticamente potrebbe essere un rinforzo al futuro iniquo comportamento di quella stessa parte.
La censura sul piano politico resta pertanto una scelta sofferta ma lecita.
Fermo restando che i singoli individui che si trovano loro malgrado da essa coinvolti e danneggiati, dovrebbero essere per certo adeguatamente risarciti.
Non si può essere democratici se non si accetta che l’avversario possa sostenere opinioni diverse dalle proprie.
Ma solo nella reciprocità. Che tra Stati è il corrispondente dell’uguaglianza fra i cittadini all’interno di ciascuno Stato.