La settimana in pillole

LUNEDI’

Il bosco conteso”
A Palmoli l’inverno arriva in anticipo, e con lui cala il silenzio sulla casa nel bosco. Papà Nathan ringrazia l’Italia, ma chiude ogni parola: «Da oggi non parlo più». I suoi tre bambini sono da cinque giorni in una casa-famiglia, dopo il provvedimento del Tribunale dei Minori dell’Aquila che ha giudicato l’abitazione insalubre e pericolosa.
L’avvocato della famiglia, Giovanni Angelucci, sta preparando il ricorso per ribaltare la decisione: sarà depositato entro oggi, poi la partita si sposterà in Corte d’Appello. Sul fronte opposto, la presidente del Tribunale dei Minori, Cecilia Angrisano, replica solo con il silenzio istituzionale: «Non mi esprimo quando sono coinvolta».
A decidere il futuro dei tre piccoli sarà ora un fascicolo fatto di perizie, norme e nuovi interventi infrastrutturali: un bagno a norma, il via libera di medici e docenti. L’obiettivo dei genitori è semplice: riportare i bambini nel bosco, quello che per loro è casa. Ma per i giudici, prima di tutto, deve essere un luogo sicuro.

“Il pandoro che pesa”
Chiara Ferragni si presenta in aula con tre paginette in mano e un messaggio semplice: «abbiamo agito in buona fede, non abbiamo mai lucrato». Ma la procura di Milano non la vede così. Sul caso del pandoro rosa e delle uova di Pasqua solidali, i pm chiedono per l’influencer una condanna a un anno e otto mesi, la stessa per l’ex manager Damato.
Il nodo è sempre quello: la beneficenza promessa ai consumatori. Chi comprava il pandoro “Pink Christmas”, pagando più del doppio del prezzo normale, credeva che una parte del ricavato sarebbe andata all’ospedale Regina Margherita. In realtà la donazione era fissa: 50 mila euro, indipendente dalle vendite. Stesso schema per le uova pasquali.
Per l’accusa, la “grande diffusività” della campagna e i 30 milioni di follower di Ferragni configurano l’aggravante della minorata difesa: i fan si sarebbero fidati, e quindi più vulnerabili alla presunta truffa. Se questa aggravante cadesse, però, cadrebbe anche la procedibilità d’ufficio, e Ferragni sarebbe prosciolta.
Nel frattempo emergono mail e documenti che indicano — secondo gli inquirenti — un ruolo preminente delle società di Ferragni nella comunicazione, fino a preoccuparsi non del contenuto delle domande dei consumatori, ma di chi le stesse domande le avesse poste.
Il 19 dicembre sarà il giorno delle arringhe della difesa. Loro assicurano: «Dimostreremo l’innocenza di Chiara».
Per ora, l’unica cosa certa è che il pandoro più discusso d’Italia continua a lievitare… ma in tribunale.

Occasione mancata”
Doveva essere il giorno del consenso. Il Senato era pronto ad approvare la norma che inserisce nero su bianco un principio semplice e sacrosanto: senza consenso libero e attuale, è violenza sessuale. Un passaggio simbolico e politico forte, frutto dell’intesa ― quasi storica ― tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein.
Ma sul più bello, arriva la frenata.
È la relatrice della Lega, Giulia Bongiorno, a chiedere uno stop “per approfondimenti”. In pochi minuti tutta la maggioranza si accoda e l’aula esplode: le opposizioni abbandonano i lavori, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne si trasforma nell’ennesimo ring politico, e perfino il ddl sul femminicidio, che pure verrà approvato all’unanimità, procede zoppicando tra malumori e sospetti.
Il risultato? Un passo avanti che si ferma sullo zerbino, un’occasione sprecata proprio nel giorno in cui la politica avrebbe dovuto dimostrare compattezza e responsabilità. Ancora una volta, a fare rumore non è il cambiamento, ma la sua assenza.

MARTEDI’

PUBBLICITA’

“Il tacchino della pace”
Mentre l’America prepara il tacchino del Ringraziamento, Donald Trump sembra intenzionato a servirlo con una farcitura speciale: una bozza di pace per l’Ucraina. Tra Ginevra e Abu Dhabi, le delegazioni di Washington, Mosca e Kiev si sono immerse in una maratona negoziale che, almeno sulla carta, avvicina le parti a un accordo “nell’essenza”. Zelensky sarebbe pronto a discutere gli ultimi nodi direttamente con Trump entro fine novembre.
Resta però il convitato di pietra: la Russia, che continua a muoversi con il solito riserbo strategico. Lavrov fa sapere che Mosca non accetterà tagli o riscritture troppo sbilanciate a favore di Kiev, mentre il Cremlino attende la “versione intermedia” del piano, quella che gli USA hanno ribilanciato con europei e ucraini. Tradotto: Mosca tiene il freno a mano tirato e potrebbe trascinare i negoziati fino a Natale.
I nodi restano sempre gli stessi, giganteschi:
– territori occupati e sovranità,
– dimensioni future dell’esercito ucraino,
– NATO sì o no,
– il destino dei 100 miliardi di dollari russi congelati.
Quattro mine diplomatiche che nessuno può disinnescare da solo. Intanto la guerra non si ferma: i raid su Kiev fanno ancora morti e feriti.
Il vertice di Abu Dhabi avrebbe fissato solo il perimetro del negoziato. Il contenuto vero – quello che decide guerre e confini – resta intatto, sospeso. Così, mentre Trump pregusta il suo tacchino, il mondo resta in attesa di capire se sarà pace o l’ennesima ricetta indigesta della geopolitica.

Il femminismo sta regredendo
Dacia Maraini, voce storica del femminismo italiano, lancia un allarme che pesa come un macigno: «Stiamo regredendo».
Nonostante decenni di lotte, le donne restano due su venti nei luoghi che decidono il valore culturale del Paese. E intanto la violenza maschile cresce proprio tra i più giovani, lontani anni luce dal Sessantotto e dal femminismo, immersi in un presente senza memoria e con social che, dice Maraini, «danno pessime informazioni e pessimi consigli».
Per la scrittrice, la radice del problema è semplice e terribile: l’emancipazione femminile toglie privilegi a cui molti uomini non vogliono rinunciare. Preferiscono il dominio alla libertà dell’altra.
E sul ministro Nordio, che ha detto che “il codice genetico maschile non accetta la parità”, Maraini non si sorprende:
«Purtroppo molti sono d’accordo con lui. Anche alcune donne.»
La ricetta?
1. Educazione sessuo-affettiva a scuola, con una legge che stabilisca il valore del rispetto dell’altro.
2. Memoria storica, per ricordare che fino a pochi anni fa lo stupro non era nemmeno un reato contro la donna.
3. Sublimare l’aggressività, come le donne sono state costrette a fare per secoli: «Fa parte dell’etica civile».
Sul “ritorno al focolare” che seduce una parte delle ragazze:
«Sì, il femminismo sta regredendo. Pubblicità, sport maschile, social e cinema violento fanno il resto.»
Ma Maraini resta lucida: la storia avanza anche tra pause e passi indietro.
E chi prova a bloccarla, dice, è destinato a perdere. Sempre.

Europa schiacciata tra America e Cina: gli italiani guardano all’Africa
Il ritorno di Trump ha fatto saltare gli equilibri: quasi un italiano su due (46,9%) sente che l’asse atlantico si sta spostando verso il Pacifico, verso la grande sfida USA-Cina.
Un mutamento che solo l’elettorato leghista continua a non vedere, ancora aggrappato all’idea di un Occidente compatto e immutabile.
Ma la fotografia più dura riguarda l’Europa: per il 59% degli italiani l’Ue è lenta, divisa, schiacciata tra America e Russia-Cina. Il Vecchio Continente non regge più il passo e rischia la marginalità.
Da questa fragilità nasce una svolta: più della metà degli italiani (52,3%) pensa che il futuro dell’Europa debba guardare all’Africa. Non per romanticismo, ma per strategia: materie prime, energia, terre rare, demografia giovane, mercato in espansione. Mentre l’Ue discute, la Cina investe ovunque – porti, miniere, infrastrutture – ridisegnando i rapporti di forza.
L’Italia, ponte naturale nel Mediterraneo, sarebbe in posizione ideale. Eppure un altro dato pesa: il 62,1% ritiene che le diplomazie nazionali ottengano più risultati di quella europea. Un’Europa che parla con cento voci continua a perdere terreno.
Resta la domanda cruciale: Italia da sola o Italia dentro l’Europa?
Da sola, più agile. Con l’Europa, più forte. Il Piano Mattei diventa così il vero banco di prova: o connette iniziativa nazionale e strategia comune, oppure sarà l’ennesimo progetto incompiuto.
Intanto il mondo corre.
Gli assi geopolitici si spostano a Est e a Sud, e l’Italia non può restare spettatrice. Gli italiani lo hanno capito: il tempo sta per scadere.
Ora serve una politica che anticipi il cambiamento, non che lo rincorra.

MERCOLEDi’

Davis: l’Italia fa tre su tre. E questa è la più bella
La quarta Coppa Davis della storia azzurra – la terza consecutiva – è la più luminosa: perché è arrivata in casa, senza Sinner, senza Musetti, senza top ten ma con una squadra piena di cuore, talento e follia agonistica.
E perché ha fatto saltare persino il palinsesto della Rai: Tg1 ritardato di 38 minuti, l’Italia incollata allo schermo.
Mattatore della giornata: Flavio Cobolli, nuovo eroe nazionale. Dopo la rimonta pazza in semifinale, ne firma un’altra contro Munar: 1-6, 7-6, 7-5. Un ribaltone da campione vero, che lascia di stucco perfino suo padre:
«Non pensavo avesse le palle per ribaltarla».
Prima di lui, la roccia Berrettini fa il suo: 6-3, 6-4 a Carreno Busta. Terza finale vinta senza perdere un match, senza neppure usare la coppia Vavassori-Bolelli, “disoccupati felici” dentro il delirio del Pala Fiera di Bologna.
Il presidente Binaghi gongola:
«Siamo la nazione più forte del mondo, anche senza Sinner e Musetti», e punzecchia il calcio: «Cobolli non ha niente di meno di Scamacca».
Volandri, invece, si commuove per la prima volta: «Questa è diversa. Giocata in casa, con protagonisti nuovi». Tre Davis di fila da capitano: non succedeva dai tempi di Hopman.
È la vittoria di un gruppo, di un ciclo, di un’idea.
Spagna e Germania non ce l’hanno fatta con Alcaraz e Zverev.
L’Italia sì, senza fuoriclasse ma con un azzurro intenso, totale.
E il Pala Fiera, alla fine, urla ciò che tutti sentono:
«Tutta l’Italia! Tutta l’Italia!»

Arriva la rottamazione locale: Comuni liberi di fare condoni
Dal 2026 i Comuni – e in parte anche le Regioni – potranno decidere in autonomia se attivare una loro “rottamazione locale”: sconti su sanzioni e interessi per chi ha debiti su tasse e tributi municipali.
Non è automatica: sceglie il singolo ente, con delibera e paletti propri.
Cosa rientra?
Imu, Tari, imposta di soggiorno, Icp, canoni patrimoniali, multe stradali, bollo auto e altri tributi regionali.
Cosa resta fuori? Le addizionali e l’Irap.
Il magazzino dei crediti locali non riscossi è enorme: quasi 42 miliardi, di cui oltre 27 dei Comuni. Ma solo una parte è davvero “riscuotibile”. L’evasione resta alta:
• Imu: 18% di “tax gap”, con “case fantasma” e fabbricati mai registrati.
• Tari: gettito teorico 10 miliardi, incassati solo 5,9. Recuperati appena 2,6 su uno stock di 15,3 miliardi.
• Multe: non paga quasi il 30% degli automobilisti, in certe città oltre il 50%.
Per alcuni Comuni il condono è un’occasione per fare cassa e “pulizia” nei bilanci; per altri è un rischio: premiare chi non paga, scoraggiando chi è regolare.
E non è tutto: Comuni confinanti potrebbero fare scelte diverse, creando disparità; e non è chiaro come si valuterà la reale esigibilità dei crediti, né come potranno regolarsi gli enti in disavanzo.
La novità, insomma, apre una porta:
più autonomia fiscale per gli enti locali, ma anche nuovi dubbi su equità, efficacia e differenze territoriali.

Il piano da 19 punti”
La diplomazia corre, si assottiglia, si riscrive. E alla fine produce un nuovo documento: 19 punti, non più 28. È la versione aggiornata del piano di pace per l’Ucraina, limato dagli USA, firmato con Kiev e corretto dall’Europa durante il vertice di Ginevra. Una bozza “quasi nuova”, dicono Washington e Kiev, “molto poco dell’originale è rimasto”, conferma il viceministro ucraino Kyslytsya.
Trump è ottimista e si dice pronto perfino a rinviare il suo “ultimatum di Thanksgiving”. La Casa Bianca assicura: «Ci stiamo impegnando con entrambe le parti». Ma i punti critici restano gli stessi, pesanti come macigni:
– questione territoriale, con l’Europa che rifiuta l’idea di cessioni automatiche e rimanda tutto a un negoziato futuro;
– dimensioni dell’esercito ucraino, salite da 600 a 800 mila uomini dopo Ginevra;
– NATO: per gli europei il veto non è più automatico;
– fondi russi congelati, che nella nuova bozza non dovrebbero più finire per metà in mani statunitensi.
Zelensky chiede più coinvolgimento europeo: «Il futuro dell’Ucraina è nell’UE».
Putin, invece, resta fermo sul piano originale, quello ricevuto per vie informali e discusso nel vertice estivo in Alaska. Gli emendamenti europei? «Non costruttivi», li liquida Mosca, mentre il Cremlino osserva con prudenza e i media russi iniziano a dubitare della capacità di Trump di non sbilanciarsi verso Kiev.
La palla torna ora alla Casa Bianca.
La “geometria negoziale” ha prodotto un documento. A farne una pace — o un’altra occasione sospesa — sarà la politica.

GIOVEDI

Consenso, stop e polemiche
Il ddl sul consenso si ferma in commissione e Matteo Salvini rivendica lo stop: «Così com’è rischia di creare vendette personali e intasare i tribunali».
Secondo il leader della Lega, la definizione di “consenso preliminare, informato e attuale” sarebbe troppo vaga e aprirebbe la strada a migliaia di contenziosi «da parte di donne, uomini e tutti quanti».
Le opposizioni insorgono: per loro lo stop non è prudenza ma un colpo di freno politico che lascia scoperto un terreno già fragile, quello della tutela contro le violenze.
La discussione si sposta ora sul nodo centrale: una legge più chiara o l’ennesimo rinvio che lascia tutto com’è?

Premierato, altro giro: FdI rilancia, il Pd grida ai pieni poteri
Il premierato torna in Parlamento, più come un colpo di scena riciclato che come una vera ripartenza. Fratelli d’Italia rilancia l’obiettivo: approvare la riforma entro il 2027.
Ma per ora la “madre di tutte le riforme” procede più sul binario delle intenzioni che su quello dei fatti: tante calendarizzazioni, pochi passi avanti reali.
Il Pd parla apertamente di “assalto ai pieni poteri”, mentre la maggioranza tenta di rimettere in moto un meccanismo che sembra ogni volta ripartire… per poi fermarsi nello stesso punto.

Spari a due isolati dalla Casa Bianca: feriti due soldati della Guardia Nazionale
Washington in modalità Thanksgiving, uffici chiusi ma strade piene di turisti. Alle 14.15 un uomo incappucciato sbuca all’angolo di Farragut Square, a due isolati dalla Casa Bianca, si avvicina a due soldati della Guardia Nazionale e apre il fuoco.
Quattro colpi li fanno crollare a terra. In pochi secondi l’area si riempie di militari e agenti, mentre l’aggressore viene catturato sul posto. Sul marciapiede restano una decina di bossoli e i vetri infranti della fermata del bus: un attacco fulmineo in pieno centro, nel cuore della capitale più blindata del mondo.

VENERDI

Manovra, le banche sbottano: “Aumento dell’Irap? Il governo viola gli accordi”
Il governo convoca tre tavoli a Palazzo Chigi per “lavorare sulle modifiche alla manovra”, ma per le banche si trasforma in una giornata di delusione e malumori.
L’ulteriore aumento dello 0,5% dell’Irap — oltre ai 2 punti già previsti — scatena la protesta dell’Abi, che parla di penalizzazione ingiustificata e di accordi disattesi.
La linea di Matteo Salvini è chiara: la tassa extra servirebbe a recuperare 250 milioni per finanziare assunzioni e stipendi delle forze dell’ordine.
Gli alleati nicchiano (Forza Italia vorrebbe colpire solo gli istituti più grandi), ma la tensione resta altissima: le banche denunciano un nuovo blitz fiscale e il dialogo si chiude senza passi avanti.

Putin chiude ogni spiraglio: “Accordo impossibile senza resa di Kyiv”
Nessun cessate il fuoco all’orizzonte. Da Bishkek, Vladimir Putin ribadisce la linea più dura: le ostilità termineranno solo se le forze ucraine abbandoneranno i territori occupati.
In caso contrario, avverte, “ce ne assicureremo con la forza delle armi”.
Parole che cancellano qualsiasi ipotesi di negoziato a breve e confermano un conflitto destinato a prolungarsi, ben lontano dal “silenzio delle armi” auspicato da molte capitali.

Crosetto: “Servono più soldati e una riserva nazionale”
Il ministro della Difesa Guido Crosetto rompe gli indugi e annuncia che presto arriverà in Parlamento una proposta per rafforzare gli organici delle Forze Armate.
Non solo più militari professionisti, ma anche una forza di riservisti volontari, una sorta di Guardia nazionale italiana, sul modello di quanto stanno già facendo Francia e Germania.
«Non sarà un ddl chiuso, ma una traccia da condividere con le Camere», precisa Crosetto, che insiste sulla necessità di tenere il tema “lontano dalla politica”.
Il ragionamento è chiaro: se il futuro porta con sé meno sicurezza, allora serve riflettere su quante e quali forze l’Italia può mettere in campo in caso di crisi.

SABATO   DOMENICA

Minacce, fumogeni e violenza gratuita: sono 34 i denunciati per l’assalto alla sede de La Stampa a Torino.
Tra i fumi blu e rossi che servivano a oscurare la visuale alla Digos, si sono levate urla agghiaccianti: «Ti uccido giornalista», «Giornalista ti ammazziamo».
La porta del bar interno sfondata a calci, una telecamera strappata con le mani, e poi l’irruzione di un gruppo vestito di nero, volto coperto e passi rapidi. L’edificio era quasi vuoto per lo sciopero nazionale, ma la violenza è stata ugualmente feroce, simbolica, diretta.
Pochi minuti di occupazione, poi la fuga scavalcando i cancelli e il grido finale: «Free Palestine».
Una pagina buia, l’ennesima dimostrazione che quando la protesta diventa intimidazione e minaccia, non è più dissenso ma attacco alla libertà di stampa.

Tangenti, perquisizioni e un terremoto politico in piena guerra.
A Kiev cade Andriy Yermak, il potentissimo capo dell’Ufficio presidenziale, l’uomo-chiave accanto a Zelensky e protagonista dei negoziati di pace. Le sue dimissioni arrivano con una frase che suona amara: «Lascio da uomo onesto».
Poche ore prima, gli agenti del Nabu e del Sap, le agenzie anticorruzione ucraine, avevano fatto irruzione nella sua abitazione nell’ambito di un’inchiesta gigantesca: un presunto giro di tangenti da oltre cento milioni di dollari legato a Energoatom, il colosso del nucleare.
Yermak, al momento, non è formalmente accusato. Ma lo scandalo ha già sfiorato personalità vicinissime al presidente e apre un fronte esplosivo in un Paese già piegato dai bombardamenti russi.
La guerra continua fuori.
Dentro, ora, anche un’altra: quella per la credibilità delle istituzioni.

Il Pd manda un messaggio chiaro a Giuseppe Conte: «Si rassegni, tocca a Schlein».
Nel tendone gelido di Montepulciano il titolo dell’incontro è “Costruire l’alternativa”, ma la vera alternativa – spiegano i big presenti – non esiste: la candidata premier sarà Elly Schlein.
Una linea ribadita sussurrando e ripetuta più volte: da Franceschini, che invita i colleghi a “sostenere Elly, non ci sono altre prospettive”, a Sarracino, che ricorda ai riformisti dubbiosi che lo Statuto parla chiaro: la segretaria è automaticamente la candidata alla guida del governo.
Ma nel sostegno si nasconde anche l’avvertimento: Schlein non può fare tutto da sola. A dirlo è Andrea Orlando, che chiede di “usare di più il partito” e invoca un’assemblea nazionale per ristabilire una rotta condivisa.
La segretaria ha capito l’aria che tira: già oggi potrebbe annunciare la convocazione dell’assemblea per il 13 settembre.
Conte, nel frattempo, osserva. Ma la risposta del Pd è arrivata: la partita per Palazzo Chigi, per loro, ha già un nome.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.