La settimana in pillole

Potenziare l’assistenza domiciliare? Certo, intanto sospendiamo l’intramoenia…
Rette che crescono, liste d’attesa da un anno e rimborsi che arrivano col contagocce: il sistema delle Rsa è diventato una corsa a ostacoli per anziani e famiglie.
E mentre gli over 80 aumentano, la risposta istituzionale è il solito slogan: “potenziare l’assistenza domiciliare”. Ma intanto si ventilano misure-tampone come sospendere l’intramoenia, perché quando non si sa dove mettere le mani si preferisce mettere divieti.
Sembra più un modo per prendere tempo che un vero progetto di cura. Nel frattempo, a pagarne il prezzo sono sempre gli stessi: i più fragili.
Nel baratro, ma con modestissimo ottimismo
L’Italia scende all’85° posto nel mondo per divario di genere. Un progresso timido, così timido che sembra chiedere permesso per farsi notare.
In tre anni abbiamo perso 24 posizioni, superati persino da Paesi che non citiamo mai quando parliamo di diritti.
È il Global Gender Gap Index a ricordarcelo: siamo un Paese che sogna l’Europa ma arranca come un vecchio motorino.
Il baratro resta lì, spalancato. E noi? Continuiamo a parlarne sottovoce, come se bastasse non guardarlo per evitarci la caduta.
Il dovere civico dimenticato
L’astensionismo non è un fenomeno: è un veleno che si diffonde lento e costante. «Intossica la democrazia», avverte il costituzionalista Michele Ainis, ricordando che i costituenti consideravano il voto un dovere civico, non un optional.
Obbligatorietà del voto? Una provocazione che fa discutere, ma che almeno riporta al centro il problema: una democrazia senza partecipazione è una democrazia dimezzata.
Educazione civica, responsabilità individuale e, chissà, una “rivoluzione digitale contro sé stessa”.
Perché si può anche non votare, certo. Ma poi non lamentiamoci del risultato.
Cresciamo… al rallentatore
L’Europa corre, noi… controlliamo gli specchietti retrovisori.
Le nuove previsioni della Commissione europea sono un promemoria poco piacevole: il Pil italiano nel 2025 verrà tagliato dallo 0,7 allo 0,4%. Poi un timido +0,8 nel 2026 e altrettanto nel 2027. Risultato? Tra due anni saremo in fondo alla classifica dell’Unione, ultimi come quando a scuola si copiava male e si veniva pure beccati.
L’export? Non pervenuto.
La crescita? Fiacca.
L’umore? Lasciamo perdere.
E mentre ci avviciniamo alla zona retrocessione dell’economia europea, dalla Corte dei Conti arriva l’ennesimo stop al ponte sullo Stretto: insomma, l’unica cosa che si ferma davvero in Italia… sono i progetti faraonici.
La mossa di Trump sui file Epstein
«Non abbiamo nulla da nascondere».
Con questa frase, Donald Trump capovolge il tavolo e invita i repubblicani della Camera a votare per rendere pubblici i documenti su Epstein. Una svolta curiosa, arrivata dopo giorni trascorsi a cercare di convincere due deputate ribelli — Nancy Mace e Lauren Boebert — a bloccare la procedura che avrebbe portato proprio alla pubblicazione dei file.
Ora, invece, l’ex presidente cambia direzione: meglio aprire tutto, dice.
Un colpo di scena che sa molto di strategia: quando la diga sta per cedere, conviene sempre fingersi il paladino della trasparenza.
La scelta delle Kessler
Alice ed Ellen Kessler: identiche, eleganti, inconfondibili. Il “da-dà um-pa” della vecchia tv, gambe infinite e ironia teutonica, precise e buffe come in un kabaret di Berlino. Si completavano le frasi, si interrompevano con gentilezza, vivevano in perfetta sintonia: impossibile distinguerle, impossibile separarle.
Hanno attraversato palcoscenici, generazioni, mode e trasformazioni senza mai perdere l’unisono che era la loro forza segreta. «Siamo in due, non si può competere», dicevano. E avevano ragione.
Insieme hanno vissuto.
Insieme, da tempo, avevano scelto come concludere la loro storia: ricorrendo al suicidio assistito.
Una decisione delicatissima, custodita nel loro stile: sobria, condivisa, perfettamente sincronizzata. Come tutta la loro vita.

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Epstein: l’ora della verità
Alle 2.43 scatta l’applauso: le vittime di Epstein esultano mentre la Camera approva l’Epstein File Transparency Act con un travolgente 427 a 1. Poche ore dopo anche il Senato dà il via libera lampo, con consenso unanime. «Con questi numeri, niente emendamenti», taglia corto il repubblicano Thune.
Il testo vola alla Casa Bianca per la firma di Trump. Dopo anni di ombre, segreti e omissioni, per il caso Epstein sembra finalmente arrivata l’ora della verità.
Quattro condoni in manovra: la casa torna terreno di scontro
Fratelli d’Italia cala il poker dei condoni edilizi nella manovra: si riaprono le sanatorie del 2003, si resuscita il condono del ’85 e si introduce un nuovo colpo di spugna per gli abusi fino a settembre 2025. Portici, tettoie, logge, ristrutturazioni: tutto dentro, purché senza aumento di volume. L’obiettivo politico? In Campania si parla di una spinta al candidato Cirielli.
Il quarto emendamento obbliga i Comuni a chiudere entro marzo 2026 le vecchie pratiche dei condoni mai evase negli ultimi quarant’anni. Una valanga edilizia che promette di riaccendere lo scontro politico… e di far tremare i municipi.
FdI contro il Colle: “Ridicolo”
Bignami accende la miccia: pretende smentite, parla di complotti sentiti al bar e trascina il Quirinale in uno scontro surreale. Nel mirino il consigliere Garofani, descritto da La Verità come regista di una fantomatica “spallata” a Meloni. Dal Colle la risposta è glaciale: si sconfina nel ridicolo. Uno psicodramma politico nato dal nulla.
Intramoenia, il paradosso italiano
Nel mondo parallelo della sanità pubblica, c’è chi visita una paziente nel SSN e cinque pagando. Un’ecografia? Uguale. Un doppler cardiaco? Tre pubblici, uno privato… ma con tempi che scendono da mesi a pochi giorni, se non a poche ore.
La piattaforma Agenas fotografa un paese dove almeno 70 strutture non rispettano la legge del ’92: quella che vieta di fare più visite in intramoenia che nel pubblico. Ma il trucco è servito: si sommano i numeri del reparto, non quelli del singolo medico. E guarda caso i campioni del privato “in corsia” sono gli stessi che dovrebbero ridurre le liste d’attesa: primari e professori.
Così accade che a Trento le prime visite ginecologiche siano 2.341 nel pubblico e 11.453 in intramoenia. E i tempi? 65 giorni contro 11. A Cagliari, per un doppler cardiaco, 102 giorni di attesa nel SSN, 3 pagando. Al Forlanini di Roma si passa da 112 giorni a 14.
Davanti a questo circo, il ministro Schillaci propone: sospendere l’intramoenia dove le liste esplodono. Subito insorgono i sindacati: “Colpa del personale scarso”. Forse. Ma i dati dicono che dove il privato in corsia vola, le attese nel pubblico si allungano.
E in mezzo, ci sono i pazienti che rinunciano alle cure: quasi sei milioni l’anno. Perché, nel paese dell’intramoenia senza freni, la salute è pubblica… ma il tempo di aspettarla è sempre più privato.
Infanzie rubate
Nel Giorno dedicato ai diritti dell’infanzia, arrivano a Roma quattro ragazzi ucraini per ricordarci ciò che il mondo tenta di ignorare: esistono bambini che la guerra non si limita a colpire, ma inghiotte.
Campi di “riabilitazione”, lezioni obbligatorie di propaganda, interrogatori, visite forzate, isolamento. Per Veronika, 16 anni, portata in Russia con la zia, la scuola è diventata un rituale quotidiano di obbedienza: cantare l’inno, alzare la bandiera, scrivere lettere ai soldati. E subire insulti mentre gli adulti guardavano altrove.
Per Mark, 14 anni, la guerra ha significato perdere la madre, finire in un centro estivo che era un preludio alla militarizzazione, sentirsi dire che il mondo era all’incontrario. Solo quando è tornato a Kiev, risentendo il primo allarme antiaereo, ha capito chi bombardava chi.
Sono due storie tra migliaia. Save the Children parla di 520 milioni di minori in zone di guerra e violazioni aumentate del 30%. Settantotto bambini al giorno vivono un orrore che non dovrebbe esistere.
La delegazione ucraina ha consegnato a Roma un appello semplice e terribile: riportare a casa i bambini deportati. Una richiesta rivolta al Papa, al Vaticano, alla presidente Meloni.
Perché non c’è pace possibile, né trattativa credibile, finché c’è anche un solo bambino che cresce dentro la guerra anziché nonostante la guerra.
La “pace” secondo Trump
Mentre la Russia bombarda di nuovo case, scuole e ospedali, dagli Stati Uniti arriva l’ennesimo “piano di pace”. Un documento che, più che una tregua, sembra una resa scritta direttamente negli uffici del Cremlino: cessione del Donbas, esercito ucraino dimezzato, lingua russa ufficiale, ritorno della Chiesa legata a Mosca.
Il tutto confezionato da emissari “creativi” che parlano di accordi mai confermati, mentre l’amministrazione americana manda missili e allo stesso tempo bozze di capitolazioni. Bastone e carota? No, più un caos interno tra falchi, colombe e qualche nostalgico dei vertici in Alaska.
A Kyiv nessuno si fa illusioni: Zelensky riceverà il piano, certo, ma per leggerlo servirà lo stesso spirito con cui si sfoglia la posta indesiderata. In Europa, intanto, cresce la tensione: la Polonia schiera 10 mila soldati, la Royal Navy segue da vicino la nave-spia russa.
Perché l’unica pace che circola davvero, oggi, è quella che qualcuno vorrebbe “imporre” agli ucraini. E che loro, giustamente, chiamano col suo nome: capitolazione.
Il piano Usa spiazza Kiev e l’Europa: pace o capitolazione?
Il nuovo piano di pace americano per l’Ucraina spiazza tutti: Kiev lo giudica “inaccettabile”, poi corregge il tiro e apre al dialogo con Trump. La bozza, piena di concessioni alla Russia – dalla rinuncia alla Nato alle cessioni territoriali – allarma l’Europa, esclusa dal negoziato e timorosa di una “capitolazione” di Kiev. Bruxelles ribadisce che la sicurezza europea passa da un’Ucraina forte, non indebolita. Tajani più cauto, ma anche l’Italia chiede che l’Ue sieda al tavolo. Intanto resta un sospetto: Trump punta a “chiedere il massimo per ottenere l’80%”. Ma a rischio, stavolta, è l’equilibrio dell’intero continente.
Sul Colle cresce il timore: la tregua con il governo è fragile
Sul Colle nessuno vuole riaprire il caso Garofani, ma l’atmosfera è cambiata, e non in meglio. Dietro i silenzi ufficiali, tra i consiglieri di Mattarella serpeggia un dubbio sempre più scomodo: la tregua con Palazzo Chigi potrebbe essere solo apparente.
C’è chi, senza indulgere al complottismo, fa notare che “c’è odore di servizi segreti russi, anche la tempistica è sospetta”.
Un’ombra che non viene presa alla leggera, perché il quadro internazionale è fragile e l’Italia non è impermeabile alle interferenze.
La sensazione, sempre più diffusa, è che gli attacchi non siano finiti. E che il clima, invece di rasserenarsi, stia preparando un nuovo fronte di tensione tra governo e Quirinale.
Ex Ilva: dal governo un piano da 100 milioni per tenere viva l’acciaieria
Un nuovo decreto prova a ridare ossigeno all’ex Ilva: il Consiglio dei ministri sblocca l’uso di 108 milioni già stanziati, fondi-ponte che l’acciaieria potrà utilizzare fino a febbraio 2026, quando dovrebbe chiudersi la gara per il nuovo acquirente. Le risorse serviranno a garantire la continuità degli impianti: manutenzioni urgenti, interventi sugli altoforni e investimenti ambientali legati all’AIA.
Sul fronte sociale, arrivano 20 milioni per coprire fino al 75% della cassa integrazione straordinaria nel biennio 2025-2026. Un tampone necessario, ma temporaneo: l’acciaieria resta in equilibrio precario, in attesa di un compratore e di un piano industriale vero.
Ultimatum a Kiev
Trump alza la posta e mette una data sul calendario: giovedì, Giorno del Ringraziamento. Entro allora Kyiv dovrebbe accettare il piano di pace in 28 punti consegnato a Zelensky dal segretario dello US Army Daniel Driscoll. Un piano disegnato dal suo emissario speciale per la Russia, l’amico Steve Witkoff.
Alla Fox Radio Trump conferma la deadline, ma accenna a una flessibilità tutta trumpiana:
«Ho dato un sacco di scadenze… se le cose vanno bene si prorogano. Ma giovedì è la data».
La vera linea rossa è quella di Zelensky, che ribadisce secco: «Non tradirò il mio Paese».
Perché il nodo centrale resta quello: cessione di territori.
Trump taglia corto: «Li stanno già perdendo sul campo. Vogliamo fermare il bagno di sangue. Se non accettano… possono continuare a combattere».
Un ultimatum travestito da dialogo.
Una pace forzata che rischia di sembrare una resa.
Moody’s promuove l’Italia
Per la prima volta dal 2002, Moody’s alza il rating dell’Italia: da Baa3 a Baa2. Un balzo che mancava da ventitré anni e che arriva dall’agenzia considerata la più severa tra le “tre grandi”.
La promozione chiude simbolicamente la lunga stagione iniziata con la crisi dell’Eurozona: crescita debole, instabilità politica, debito ingombrante. Moody’s certifica ora un «cambio di passo» legato alla gestione considerata prudente dei conti, a una certa stabilità politica e a un’economia più resiliente del previsto.
Una buona notizia, certo: un semaforo verde internazionale che vale fiducia e forse qualche costo in meno sul debito.
Ma non è un lasciapassare definitivo: i problemi strutturali—produttività bassa, investimenti arretrati, salari fermi—restano tutti lì, appesi come promemoria del lavoro ancora da fare.
Bufera su Nordio e il “codice genetico”
A tre giorni dalla Giornata contro la violenza sulle donne, mentre l’Istat ricorda che una donna su tre ha subito abusi fisici o sessuali, a fare rumore non sono i dati ma le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Secondo il ministro, nel «subconscio» maschile – addirittura nel suo «codice genetico» – ci sarebbe una “resistenza” ad accettare la parità di genere.
Un’affermazione che suona come un alibi biologico, più che come un’assunzione di responsabilità politica e culturale.
Le frasi arrivano in scia a quelle della ministra Eugenia Roccella, che aveva definito «inutili» i corsi di educazione affettiva nelle scuole per contrastare i femminicidi. Il risultato? Un nuovo polverone politico, accuse di arretratezza culturale e la sensazione che, ancora una volta, il dibattito istituzionale scivoli sulla retorica invece che sulle risposte.
Quando la violenza è un’emergenza quotidiana, tirare in ballo i geni non aiuta nessuno. Aiuta solo a spostare il problema altrove.