La settimana in pillole

Riforma della giustizia – “Il Fronte del No ci crede”
Campagna al via con social e volti tv
La grande mobilitazione contro la separazione delle carriere è partita.
I magistrati scendono in campo: conferenze, assemblee, video emozionali, dirette Instagram con filtri “giustizia per tutti”.
Si prevede anche un maxi evento nazionale a Roma: titolo provvisorio “Non è un talk show… o forse sì”. Sul palco giuristi, costituzionalisti, e l’immancabile “opinionista che però ha letto un libro”.
Nel frattempo il Governo risponde: “Tranquilli, separiamo solo un pochino, giusto per vedere l’effetto che fa”.
E gli italiani?
Aspettano di capire se si vota per la giustizia, contro la giustizia, o per la giustizia ma dipende chi te lo spiega in tv.
Insomma: Un Paese in cui tutti parlano di giustizia,
e la giustizia intanto aspetta fuori dall’ufficio perché non c’è personale allo sportello.
Manovra – “Siamo massacrati ma abbiamo ragione”
La grande arte dell’autoconsolazione nazionale
Giorgetti si difende: «Ci criticano tutti: Banca d’Italia, Istat, Corte dei Conti, Upb…
Ma noi siamo nel giusto».
È un po’ come quando prendi 3 al compito di matematica,
la prof, i genitori e il gatto ti dicono che hai sbagliato tutto,
e tu rispondi: «Sì, ma io dentro so che ho fatto bene.»
Il governo assicura che il taglio delle tasse non è un regalo ai ricchi: è semplicemente un pensierino cortese per chi è già ben sistemato — come quando al matrimonio regali una busta a chi possiede già la villa con piscina.
Intanto la manovra va in Senato, dove verrà discussa a lungo,
molto a lungo, forse fino al prossimo calendario Maya.
Nel frattempo: il caro viveri corre, le bollette pure, e noi cittadini contempliamo la scena come allo stadio:
“Ma quindi chi ha segnato?”
Risposta: Sempre loro.
Immigrazione – “Campo largo, paura stretta”
Gli elettori del Campo largo sono più rigidi dei loro leader.
La sinistra parla di accoglienza, la base invece vuole ordine e sicurezza.
Morale: rincorrono Mamdani, ma gli elettori inseguono il citofono di Salvini.
Siamo tutti la Fenice”
Il corteo che canta, ma la politica stona
A Venezia hanno inventato la manifestazione sinfonica: cori, archi, ottoni e timpani.
Altro che slogan: qui si protesta in tonalità maggiore.
I musicisti della Fenice, insieme a colleghi e abbonati, hanno sfilato su Va’ pensiero e Il trovatore.
La colonna sonora era sublime, il messaggio pure:
“No alla nomina di Beatrice Venezi”.
Non per antipatia personale: per metodo e merito, dicono.
In una città che affonda tra maree e crociere, l’unica cosa che ancora galleggia è il senso del decoro culturale.
Il governo risponde sereno: «Se non vi piace la scelta, potremmo sempre… spostare tutto a Trieste.»
La musica si ferma.
Gli strumenti tacciono.
Il silenzio è più assordante dei tamburi di Verdi.
Perché a forza di tirare il sipario, si rischia che a chiudersi sia il teatro.
Sarkozy ritorna a casa
«Il carcere è un incubo. Soldi da Gheddafi? Folle!»
Le porte della Santé si riaprono, ma solo per farlo uscire.
Sarkozy, col suo solito aplomb da io non c’entro mai, racconta che il carcere è stato “un incubo”.
Capirai.
Per chi era abituato agli yacht, agli Emirati e ai Rolex regalati dagli amici.
Sul fronte degli assegni libici, invece, tutto un déjà-vu: «Io? I soldi da Gheddafi? Ma siete matti?»
E subito dopo:«È una persecuzione politica, un complotto, un film di spionaggio…»
Insomma: manca solo la colonna sonora.
La Francia ascolta, alza le spalle.
Ha già sentito questa storia.
Più volte.
La politica cambia, gli scandali pure.
Gli ex presidenti, invece, sembrano avere l’abbonamento.

PUBBLICITA’
Vogliono riformare i magistrati, non la giustizia
L’obiettivo è cambiare gli equilibri tra i poteri
La chiamano “riforma della giustizia”.
Ma è come dire che si sta sistemando la casa quando in realtà si spostano solo i mobili per far spazio al proprio trono.
Il problema non sono i processi infiniti, le cancellerie che crollano, i tribunali senza personale, i cittadini che aspettano anni per una sentenza.
No.
Il problema – dicono – sono i magistrati “non allineati”.
E allora via ai progetti creativi:
sorteggi, elezioni, commissioni, contrappesi, contro-contrappesi, e un manuale d’istruzioni di 400 pagine intitolato “Come rendere la separazione dei poteri una simpatica illusione”.
La giustizia resta lenta, ingolfata e diseguale.
Ma almeno qualcuno potrà scegliere chi deve giudicare chi.
Pokrovsk è caduta, l’Europa tentenna
Se Pokrovsk è davvero caduta, per Mosca è una vittoria di sangue, non di svolta.
L’Ucraina perde terreno, ma non la capacità di resistere.
A mancare, semmai, è l’Europa: che davanti ai carri russi continua a riunirsi, discutere, rinviare.
Il tempo, però, non aspetta. E a Kiev non ne resta molto.
Il richiamo della Commissione appoggia Roma
L’Europa finalmente si accorge che in Italia sbarcano “troppi migranti”. Dopo anni di statistiche ignorate, ora Bruxelles ci regala la solidarietà… in formato PDF.
Intanto il governo, sempre attento ai diritti, affida al Garante della Privacy anche la tutela dei migranti: così potranno sbarcare in silenzio, ma con i dati personali protetti.
Addio a Bertone, il signore dell’acqua
Dalla Valle Stura al successo internazionale, Alberto Bertone aveva imbottigliato un sogno prima ancora dell’acqua.
Fiutò la crisi del mattone e costruì un impero liquido, dove l’incoscienza diventava impresa.
Se ne va a 59 anni, lasciando una lezione semplice e rara: saper trasformare una sorgente in visione.
Conte si smarca, il Pd si agita. Schlein: “Ripartiamo dai temi comuni”
A dieci giorni dal voto in tre regioni, nel Pd vige la regola del silenzio polemico… almeno ufficialmente. In realtà al Nazareno guardano con crescente inquietudine i movimenti di Giuseppe Conte, che nel suo nuovo mandato ha preso le distanze un po’ da tutti: da Schlein, da Landini, e persino dal vecchio rituale degli incontri con sindacati e imprese.
Le sue proposte sulla manovra le ha già lanciate — e da solo. Quanto ai sindacati, ora sembra dialogare più con la Cisl che con la Cgil, rompendo il vecchio schema dell’opposizione unita.
Schlein prova a tenere la barra dritta: “Partiamo dai temi comuni”.
Ma tra smarcamenti, campagna elettorale e sensibilità divergenti, il “campo largo” per ora è più largo nelle intenzioni che nella pratica.
Trump–Epstein: quando le email tornano a galla
Sembrava un capitolo chiuso, archiviato nel reparto “storie scomode che è meglio non toccare”. E invece — sorpresa — bastano tre email del 2019, tirate fuori dalla Commissione di Vigilanza e scaraventate su New York Times e Cnn, per riaccendere la luce sull’abisso: Jeffrey Epstein che scrive che «Trump sapeva delle ragazze».
Non messaggi criptici, non allusioni: email vere, con Epstein, Ghislaine Maxwell e perfino Michael Wolff a fare da corista involontario. Tutto materiale post-2008, quando Epstein aveva già scontato la sua condanna in Florida e si muoveva tra pentimento apparente e relazioni altolocate.
Adesso quelle righe tornano a mordere, proprio nel mezzo della campagna elettorale americana, ricordando a tutti che certi fantasmi non se ne vanno mai davvero.
E soprattutto che, negli Stati Uniti, le email fanno più danni delle comete.
Bagarre alla Camera
Senza consenso è sempre violenza
Nelle intenzioni doveva essere la volta buona: educazione sessuale e affettiva nelle scuole, un tema su cui perfino gli opposti sembravano pronti a darsi la mano. E invece — sorpresa! — a Montecitorio è riesploso il solito circo.
Tra accuse di “sfruttare i femminicidi”, rimpalli indignati e l’ormai classico “non avete capito il mio contesto”, la discussione si è trasformata in una gara a chi alza di più il tono di voce.
E alla fine, come sempre, l’unico vero punto condiviso è diventato che senza consenso è violenza, anche quando si tratta di infilare due righe di educazione affettiva nel programma scolastico.
Nel frattempo, in commissione, Pd e maggioranza riescono a trovare un’intesa: miracolo o paura che la bagarre li travolga tutti?
Forse entrambe. Nel dubbio, la lezione finale è chiara: di educazione affettiva, in Parlamento, ce ne sarebbe parecchio bisogno.
L’inferno su Kiev
Tre anni e nove mesi di guerra e la notte continua a cadere a pezzi: 430 droni, 18 missili, palazzi sventrati e vite spezzate. Kiev si risveglia tra fumo e sirene, con almeno 6 morti e decine di feriti.
Da Odessa arriva un’altra ferita: un mercato colpito dai droni, 2 morti e 7 feriti.
La routine dell’orrore, nel silenzio rassegnato di un continente che ormai chiama “notte difficile” ciò che sarebbe, altrove, la fine del mondo.
Il ceto medio fantasma
Troppo ricco per un aiuto, troppo povero per pensare al futuro: il ceto medio è diventato il vero cuore della crisi demografica. Gli studi lo dicono da anni, la politica se ne accorge adesso. Case introvabili, periferie insicure, servizi che evaporano: altro che emergenza natalità, qui manca l’emergenza normalità.
All’ANCI, Manfredi avvisa: «La casa è una priorità nazionale». E tutti annuiscono, come sempre. Poi tornano nelle loro città, dove di case e priorità non se ne vedono mai.
Assalti alla manovra
Cinquemilasettecentoquarantadue emendamenti: più che una legge di Bilancio, un assalto alla diligenza.
La maggioranza ne presenta 1.600 “per migliorare il testo”, le opposizioni oltre 3.800 “per impedirgli di nuocere”.
In mezzo, il governo che guarda l’orologio: sono le 10 del mattino e la manovra è già stanca.