La scure della censura e il de profundis dello Stato di diritto

La scure della censura e il de profundis dello Stato di diritto
Verso un regime subdolo, inefficiente e corrotto 

La libertà di opinione e di espressione non è garantita tanto dalla nostra Costituzione quanto dall’essenza stessa della civiltà. Gli uomini nascono liberi e le istituzioni hanno il compito di garantirne la libertà nell’ambito del patto sociale col quale cessa il bellum omnium erga omnes e  vengono messe al sicuro la proprietà e l’incolumità.  L’autorità che ha il compito di farlo rispettare per  estensione regola transazioni, amministra i beni comuni, si prende cura di quanti finiscono ai margini della società, provvede alla tutela da calamità naturali e da attacchi esterni.

Ma il patto sociale di per sé lascia intatta la dignità della persona, non interferisce nella vita privata, non impone credenze, atteggiamenti, visioni del mondo. Insomma lo Stato è idealmente laico, indifferente ai cosiddetti valori, garante della tolleranza all’interno della società.

Nell’antica Roma, in questo superiore alla polis greca, i mores,tessuto connettivo della società, erano nettamente distinti dalle credenze comuni e dal significato da dare all’esistenza e alla realtà e non intaccavano il diritto di ciascuno a pensarla come voleva purché non attentasse alla sicurezza della comunità. E non a caso i casi in cui questo sacrosanto diritto è stato violato sono rimasti scolpiti nella memoria collettiva come monito e vergogna: dalla condanna di Anassagora per aver sostenuto che la luna era solo un pezzo di roccia a quella di Socrate per aver insegnato ai giovani il dubbio fino al periodo buio dell’intolleranza cristiana culminata nel rogo di Giordano Bruno e nei tratti di corda a Galilei e al  grottesco regime nazista che metteva al bando l’arte moderna considerata  “degenerata” e scambiava un presunto gruppo linguistico per una razza, la razza superiore.

Mi fa un po’ specie scrivere queste ovvietà ma mi fa anche rabbia doverle ricordare di fronte al ripetersi di comportamenti vergognosi che impediscono spudoratamente la libera circolazione delle idee. Contagiati da un regime, quello ucraino, che è la negazione del diritto, della libertà e della civiltà, si cominciò col boicottare una lezione  su Dostoevskij, poi si cacciò dal podio un direttore d’orchestra e, cosa di pochi giorni fa, si è impedito a un celebre baritono russo di esibirsi a Verona.

Ma l’attacco più grave e diretto alla libertà di espressione doveva ancora avvenire con il divieto di tenere al Polo del 900 di Torino una conferenza del prof. D’Orsi su russofobia e russofilia per il timore che fosse un attacco alla narrazione ucrainofila di governo e opposizione. Nel premere sul sindaco perché impedisse l’evento si sono distinti esponenti di spicco della politica italiana con in testa l’europarlamentare del Pd Pina Picierno seguita dal leader di Azione, quel  Calenda col tridente ucraino tatuato sul polso e dai radicali che fanno rivoltare nella tomba Mario Pannunzio. Meriterebbero  di essere riportate le parole surreali del consigliere di FdI in difesa del  provvedimento grazie al quale secondo lui viene giustamente impedita la diffusione argomenti in favore di Mosca.  Verrebbe voglia di gridare al fascismo se non fosse che durante il Ventennio la diversità delle opinioni era garantita perfino all’interno della Scuola di mistica fascista e la repressione colpiva vere o presunte minacce alla sicurezza dello Stato.

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Oggi la sicurezza dello Stato è messa a rischio dai guerrafondai, che col pretesto di garantire l’integrità territoriale dell’Ucraina hanno rovinato l’economia nazionale e con lucida follia infrangono il tabù della guerra. E poiché questi guerrafondai non sono un gruppuscolo di fanatici neonazisti ma controllano tutti i partiti con la timida eccezione di Lega e Cinquestelle, sono annidati nel governo e nell’opposizione, in tutte le redazioni salvo il Fatto, sono autorevolmente rappresentati nel mondo accademico e fra i cosiddetti intellettuali, si deve tristemente prendere atto che in Italia si è silenziosamente instaurato un regime totalitario della peggiore specie perché frutto di una truffa ai danni degli elettori. Non c’è un partito che nel suo programma avesse anche solo marginalmente accennato al coinvolgimento italiano nel conflitto ucraino: una questione irrilevante, evidentemente, come il riarmo e la necessità di difenderci non dall’invasione di clandestini ma dalla Russia. Sorprese post elettorali o tiri mancini  da destra e da sinistra su chi si è preso la briga di andare a votare.  Con l’aggravante che non sono,  non possono e non devono essere oggetto di discussione, come il dogma della Santissima Trinità in uno Stato clericale.

Non c’è stata una manifestazione contro la guerra, nessun tentativo di blocco alle armi destinate all’Ucraina, nessuna replica a un capo di governo che si dichiara a fianco dell’Ucraina fino alla vittoria (!);  per quel poco che si è fatta sentire la società civile l’ha fatto esponendo la bandiera della Palestina e con le piazzate pro Gaza; non un fiato contro il riarmo e una politica estera ridotta a una faccenda personale  della Meloni e dei suoi accoliti: non un passaggio in parlamento, Camera e Senato sono luoghi troppo aperti agli occhi indiscreti della pubblica opinione, meglio le porte sigillate di Palazzo Chigi. Ma come sarebbe possibile che così non fosse se per un semplice convegno del quale la stragrande maggioranza delle persone non sa niente scatta inesorabile la censura, una censura che non ammette obbiezioni, anch’esse censurate? È evidente che la stessa mano che tappa la bocca al dissenso a maggior ragione colpisce chi potrebbe mobilitare le piazze. Ed è una mano ferrea che non ha bisogno di un guanto di velluto; è la mano di un potere assoluto, completamente sciolto da qualsiasi vincolo di rappresentanza, del tutto avulso dalla società civile. Le peggiori tirannidi sono figlie dei conflitti sociali, sono lo strumento di dominio di una classe: la borghesia, le classi medie, il proletariato e poggiano comunque sul consenso di almeno una parte del corpo sociale. Questo regime no, non solo è eterodiretto ma ha i suoi fedeli esecutori all’interno di una casta di cani da pastore ciascuno dei quali tiene a bada il proprio branco.

Landini, Meloni, Schlein

Si e arrivati al grottesco di fingere di litigarsi sull’ipotesi di 15 euro mensili di sgravio fiscale per effetto dalla revisione dell’Irpef, che per la Schlein e Landini sono un regalo ai ricchi e per la Meloni restituiscono al ceto medio il suo potere d’acquisto. Un insulto al contribuente,  aggravato dalla presenza sulla rete di siti che diffondono la bufala di uno zero in più, illudendo gli uni e facendo arrabbiare gli altri. Trucchi miserabili ai quali ricorrono i regimi più corrotti. Polverone, disinformazione, censura sono complementari. E se quello che è accaduto a Torino nella sua gravità rientra pur sempre nelle competenze – e nella responsabilità – di un sindaco, l’attentato più grave alla libertà di espressione è quello condotto dalla sinistra contro il generale Vannacci nel silenzio colpevole della destra. Più grave perché in questo caso si tratta di un post su facebook, vale a dire di opinioni personali delle quali rispondere solo all’amministratore del sito. Insomma un attacco più in profondità alla libertà di espressione.

Roberto Vannacci

Vannacci come si sa è una delle poche voci fuori dal coro che riescono a farsi sentire – le altre, come Fusaro, Rizzo, Cacciari, sono state silenziate o vengono accuratamente filtrate – e il sistema è impegnato a scotomizzarlo, denigrarlo, ridicolizzarlo. Questa volta però si è passato il segno. Cosa ha scritto Vannacci? Si è permesso di ricordare delle ovvietà sulle quali può dissentire solo un analfabeta culturale: la marcia su Roma, mitizzata dal regime fascista, non fu un colpo di Stato ma una chiassosa manifestazione di piazza che dette al re l’occasione per conferire a Benito Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo capace di far uscire il Paese dal disordine endemico in cui era caduto; nelle  elezioni  che seguirono si affermò il PNF all’interno di una coalizione di cui faceva parte perfino Benedetto Croce; le leggi razziali del 1938 furono varate dal re nella sua qualità di capo dello Stato e non suscitarono particolari reazioni non dico nell’opinione pubblica o fra gli intellettuali – gli insegnanti o aspiranti tali  premevano per cacciare dalla cattedra i loro colleghi ebrei – ma nemmeno fra i fuoriusciti al servizio di Mosca.  Avrebbe potuto aggiungere e non l’ha fatto, che l’alternativa “democratica” scongiurata dal fascismo era la repubblica popolare, che non solo gli sporchi borghesi ma la grande maggioranza del popolo era terrorizzata dalle squadracce anarchiche e comuniste, che le leggi per la difesa della razza non spedivano nessuno ai campi di sterminio, imponevano limiti alla partecipazione alla vita pubblica alle persone di religione ebraica ed erano  ampiamente condivise dalla Chiesa, che Mussolini era tutt’altro che antisemita, tant’è che la sua amante e biografa era ebrea, che l’improvvido ingresso in guerra dell’Italia dopo un anno di saggia neutralità rimane un buco nero nella storiografia, soprattutto dopo la sparizione del carteggio fra Churchill e i Duce. Insomma poteva dire altre cose incontrovertibili che la vulgata resistenziale non accetta, come il fatto che uno dei più prestigiosi leader del Partito comunista era stato un fascista convinto o che l’unico che si oppose fattivamente alla deportazione degli ebrei nell’Italia occupata dai tedeschi è stato Giovanni Gentile, assassinato dai compagni per tagliare uno scomodo cordone ombelicale.

La domanda che mi pongo è: cosa c’è di immorale, di sovversivo o semplicemente di falso nelle parole di Vannacci? E anche se contenessero opinioni discutibili o perfino falsità è forse proibito esprimere opinioni che non corrispondono ai fatti? Mi viene  il sospetto che su questa materia la sinistra voglia mantenere il monopolio.

Giuseppe Garibaldi

E come si giustificano, nel coro all’interno della nuova Sacra Inquisizione, le parole della responsabile della scuola nel Pd, secondo la quale l’avvento di Mussolini al potere avrebbe posto fine alla democrazia? Pensare che l’Italia prefascista fosse una democrazia è segno di crassa ignoranza e non depone a favore del livello culturale e cognitivo della sinistra. Basterebbe per attestare l’assenza di democrazia la presenza di partiti e movimenti popolari con l’esplicito programma di  abbattere le  istituzioni, in primis la monarchia ma anche il parlamento, colpevolmente incapaci di garantire  alle masse operaie e contadine una vita dignitosa e l’accesso all’istruzione.  L’eversione rossa minava la struttura sociale e il principio stesso della proprietà privata ma nel contesto storico era più che giustificata: il maggiore merito di Mussolini, che non per niente proveniva dalle fila del socialismo, è stato quello di realizzare una politica sociale del tutto assente nell’Italia postunitaria conciliandola con le istituzioni borghesi. Non riconoscerlo significa rimpiangere un regime autoritario repressivo e antipopolare, del quale il primo ad essere deluso era proprio Garibaldi, l’artefice dello Stato unitario. In Italia si  può legittimamente parlare di democrazia solo dopo il 1946, una democrazia per altro fragile, minata dal riflesso della guerra fredda e da nostalgie di segno opposto e inquinata dopo gli anni Settanta da una classe politica incapace  corrotta e autoreferenziale.

L’Italia sotto il profilo sociale e politico ha compiuto un percorso a ritroso che l’ha portata alla tragicomica situazione attuale: il governo di una minoranza che si regge solo sulla impresentabilità dei suoi avversari e sul disgusto nei confronti dei partiti da parte della maggioranza degli elettori. Ma senza la partecipazione e il consenso popolari la democrazia cede il posto a un regime eterodiretto come quello di Battista a Cuba o di Syngman Rhee nella Corea del sud o degli altri governi fantoccio piazzati dagli Usa nel terzo mondo. Un regime nel quale gli eredi di ex fascisti e di ex comunisti si compattano e non lasciano alcuno spiraglio di autentico dissenso. Controllo totale della carta stampata, delle emittenti televisive, del sistema formativo. Manca la caccia ai dissidenti solo perché  in Italia non c’è spazio per  dissidenti e come si leva pubblicamente una voce dissonante scatta la censura bipartisan. E non è solo censura ma anche mancanza totale di reazione di fronte  ai comportamenti e alle dichiarazioni dissennati dell’una e dell’altra parte, che siano la piddina Picierno o il ministro di FdI Crosetto o quello di FI Tajani. Tre ucrainomani guerrafondai interpreti zelanti di un’Europa sciagurata che gioca con la terza guerra mondiale (da Crosetto abbiamo anche sentito che i carabinieri morti nell’improvvido assalto al casolare  dei tre agricoltori ridotti sul lastrico sono “caduti per la Patria” e nessuno ha mosso ciglio). È infatti un circolo vizioso nel quale si cade quando la democrazia scivola verso il regime: disincanto, riflusso nel privato, ottundimento.

Ma è sull’Ue e la difesa a oltranza dell’Ucraina che si rivela appieno l’essenza del regime. Per trovare informazioni che non siano spudorata propaganda del regime di Zelensky bisogna attingere a testimoni diretti, frugare nella rete o aspettare che qualcosa di vero trapeli dai media europei e americani o, come un cercatore d’oro, passare al vaglio la disinformazione, identificarne le contraddizioni e scoprire quel che di vero rimane appiccicato alle menzogne. Come quando addossano ai russi la paternità di bombardamenti di ospedali e civili abitazioni nel Donbass filorusso o   sulla centrale nucleare di Zaporizhia controllata dai russi.  E, se fosse per i media italiani, la nostra opinione pubblica continuerebbe a  imputare ai russi la distruzione del gasdotto russo-tedesco, il missile sulla Polonia e gli sconfinamenti di droni nel nord Europa. D’altronde per quanto possa essere nefasto il padrone i suoi servitori sanno essere peggiori di lui.

Pierfranco Lisorini

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