La ricorrente voglia di censura della sinistra

La ricorrente voglia
di censura della sinistra
Cosa si nasconde dietro il contrasto all’antisemitismo

La ricorrente voglia di censura della sinistra

Cosa si nasconde dietro il contrasto all’antisemitismo

 Le categorie destra e sinistra non hanno alcuna stabile base concettuale ma servono per distinguere e contrapporre movimenti di opinione, schieramenti politici e sistemi di governo. Nella loro versione contemporanea e occidentale definiscono essenzialmente una diversità di atteggiamento nei riguardi della sessualità e dell’immigrazione illegale: da un lato il tentativo di fare dell’orientamento sessuale una scelta con valenza politica e dei confini una convenzione arbitraria, dall’altro la riconduzione dei comportamenti sessuali alla fisiologia e alla sfera privata e il rispetto dei confini storicamente dati e delle leggi che governano l’ingresso degli stranieri. Altro non trovo che giustifichi una scelta di campo, destra o sinistra, meno che mai sul piano valoriale. Di certo non l’ambiente, che è un bene di tutti ma che tutti se capita l’occasione sono pronti a devastare per il proprio tornaconto; di certo non l’antisemitismo, che è una macchia indelebile sull’Europa cristiana della quale non c’è Paese e non c’è orientamento politico che possa dirsi indenne.


 È rivoltante la pretesa dei compagni di ergersi a paladini della memoria, a farsi, con la complicità interessata di qualche lobby ebraica, baluardo contro il risorgente antisemitismo. Lascio perdere la storia recente e remota e non sto a ricordare che Togliatti e i suoi non spesero una parola contro le leggi del 38 in difesa della razza, non sto a ricordare che lo stesso compagno Togliatti era a fianco di Stalin quando dava la caccia agli ebrei, non sto a ricordare che l’esercito sovietico fermo alle porte di Varsavia lasciò che si compisse la tragedia del ghetto. Non sto nemmeno a riflettere sulle radici millenarie dell’odio verso gli ebrei della Chiesa romana. Mi soffermo invece sul presente.

È un fatto incontrovertibile e riconosciuto senza ambiguità dalle stesse istituzioni europee che nelle enclave musulmane di tutta Europa care alla sinistra e alimentate dalle ondate di clandestini riversate sulle nostre coste l’odio verso i “crociati” è superato solo dall’odio verso gli ebrei. Chi brucia le bandiere di Israele non fa tante distinzioni fra lo Stato e l’appartenenza religiosa e questo vale non solo per i soldati del califfato, gli aspiranti martiri, i “radicalizzati”; vale anche per i compagni dei centri sociali, braccio armato della sinistra, infatuati della causa palestinese e vale per lo steso Pd, la cui politica filoaraba si salda con quella delle porte aperte ai barconi e alle Ong. 


Del resto sono sempre loro, i compagni, che perorano la causa della parità di genere e tuonano contro l’omofobia mentre flirtano coi musulmani. Ma, come sempre quando si tratta della sinistra, princìpi e giudizi di valore sono la foglia di fico che copre l’unico vero, autentico obbiettivo: il  conseguimento o il mantenimento di privilegi e posizioni di potere. Un obbiettivo compromesso dal crescente malessere nell’opinione pubblica, dal crollo nei sondaggi, dall’interesse, inusuale nel nostro Paese, del cittadino medio per quello che avviene nel Palazzo. Ed ecco che la mobilitazione contro il presunto neofascismo e il tentativo di far passare l’antisemitismo come un fenomeno di destra servono solo per giustificare il desiderio di mettere un freno alla circolazione delle idee e delle notizie. Circolazione che Internet ha reso possibile vanificando il monopolio pressoché assoluto sui media cartacei e sulla televisione. Intanto si fa passare l’idea peregrina che la violenza e il terrorismo siano la conseguenza di opinioni e non di precise, documentabili, oggettive condizioni come il dislivello economico sociale e culturale, riconducibile all’eterocronia dello sviluppo storico in aree limitrofe e al perdurare del conflitto israelo-palestinese. Lo stesso proselitismo non passa attraverso la propaganda ma attraverso contatti diretti, transazioni fisiche, affiliazioni, che hanno il loro luogo naturale nelle moschee e ovunque, anche attraverso il web, sia data la possibilità di organizzarsi. Non sono opinioni da contrastare e impedire di manifestarsi ma contatti da recidere. Ma fa comodo criminalizzare le idee perché in questo modo si legittima il controllo sulle idee, cioè la censura. Vecchia storia, che accomuna i regimi totalitari: il Santo Uffizio risorge dalle sue ceneri e colpisce ancora.


La libera circolazione delle idee, l’accesso all’informazione e alle malefatte del sistema di potere piddino – si pensi al verminaio di Bibbiano – sono pericoli mortali per la sinistra perché agiscono immediatamente sulle intenzioni di voto e rischiano di far crollare il suo sistema di potere. L’accorgimento di usare i media come paravento non funziona più e i compagni corrono ai ripari e lo fanno nello stile dei regimi totalitari: impedendo alle persone di comunicare. Il loro sogno è quello di controllare non solo la rete ma tutta la telefonia privata mettendo su un apparato d’indagine automatizzato basato sulla ricerca di parole chiave e l’identificazione della fonte, come fanno gli americani per la lotta al terrorismo. Un sogno, almeno per ora, irrealizzabile ma la strada è quella. E lungo quella strada si colloca la creazione della commissione, caldeggiata, penso ingenuamente, dalla senatrice Segre, allo scopo di scovare sulla rete commenti, dichiarazioni, immagini riconducibili all’antisemitismo.

Questo nelle intenzioni dichiarate, che fanno seguito a insulti e minacce che sulla rete hanno avuto proprio la Segre come bersaglio. La Segre non è un personaggio politico ma il simbolo vivente della barbarie tedesca (dire nazista è riduttivo e troppo comodo) e gli attacchi alla sua persona da qualunque parte vengano sono una vergogna perseguibile con le leggi vigenti; quanto ai commentatori di professione nascosti dietro un nickname sono un manipolo di minus habentes che andrebbero semplicemente ignorati  (ma io scommetterei che almeno in certi quotidiani online sono un parto della redazione). I senatori di nomina presidenziale e, più in generale, i senatori a vita farebbero bene a non farsi coinvolgere nella dialettica parlamentare come è successo nel passato ma ogni iniziativa tendente a spengere sul nascere qualunque focolaio antisemita è benvenuta. Già da ragazzo mi ribolliva il sangue dinanzi alle battute sui miei compagni di classe ebrei, fra i quali contavo i miei migliori amici e non dimentico che nei quartieri popolari gli ebrei – che allora costituivano una grande comunità, la maggiore dopo quella romana – era meglio che non si facessero vedere. Se poi i sentimenti antisemiti si sono sopiti non è certo merito dei compagni ma della generale evoluzione del costume e delle coscienze.


Questo, il contrasto all’antisemitismo, nelle intenzioni dichiarate; ma già insospettisce che invece di circoscrivere la questione all’antisemitismo, che è cosa precisa, storicamente e concettualmente ben definita, si parli genericamente di incitamento all’odio. Perché qui, per ricorrere a un vecchio detto, casca l’asino. Nella realtà i primi bersagli dell’odio nel nostro Paese sono i poliziotti. All’inizio degli anni Sessanta erano i militari, additati dal Pci e dalla Cgil come gli scherani del potere democristiano e atlantista: ricordo bene gli scontri fra paracadutisti e portuali; ora ACAB, all cops are bastards, e come si presenta l’occasione giù botte. Poi c’è lo scoperto, spudorato incitamento all’odio contro Salvini, di cui proprio mentre scrivo il vignettista Vauro sta fornendo una sfrenata testimonianza. E l’odio contro Salvini si estende a tutta la Lega, anzi, a tutto il centrodestra, in modo più diretto e violento rispetto alle formazioni più radicali, quali Casapound e Forza Nuova, che incutono un certo timore. Ne sa qualcosa la minuta Meloni, malcapitata in mezzo alle virago rosse nella piazza labronica intitolata all’eroe dei due mondi, insultata, spintonata e presa a sputi. 

È per condannare questa barbarie che il senato della repubblica istituisce un’apposita commissione? Nemmeno per sogno. Perché un conto è la realtà, che ai compagni non interessa, altra cosa è la loro “narrazione”. Nella quale gli odiatori sono nella Lega, il fomentatore d’odio è Salvini mentre la Meloni sparge la nube tossica del patriottismo. Salvini incita all’odio razziale perché si è fatto interprete della legalità che impone di contrastare lo sporco affare della migrazione illegale, incita all’odio razziale perché si è adoperato da ministro per impedire i traffici delle Ong e ha iniziato a ripulire le città dal degrado e a riportare le comunità rom nel perimetro della legge. Salvini incita all’odio razziale perché ha ricordato l’ovvietà che le case popolari sono state pagate dai lavoratori italiani e agli italiani sono destinate. Per quello che ho avuto modo di ascoltarle non ho rilevato il minimo accenno di incitamento all’odio nelle parole del leader della Lega, dal quale, al contrario, mi sarei aspettato spesso posizioni più chiare, nette e intransigenti su una catastrofe, quella dell’invasione, che rischia di compromettere il futuro del nostro Paese minando la sicurezza, la tranquillità, il benessere dei nostri figli.


Ma non è tutto. Come corollario e soprattutto per non creare equivoci sulla direzione verso la quale guardare, all’incitamento all’odio viene si aggiungono il razzismo e, guarda un po’, il nazionalismo e il sovranismo. E qui veramente la critica e l’ironia cedono il passo allo sdegno e alla rabbia. Accecati, loro sì, dall’odio politico i senatori grillini e della sinistra scendono al livello degli ubriaconi dei circoli anarchici e degli spostati dei centri sociali insultando insieme al sacro nome della Patria tutta la nostra storia letteraria, da Dante a Petrarca, da Leopardi a Foscolo, da Manzoni a Carducci fino a Pascoli e D’Annunzio e facendo rivoltare nella tomba gli artefici del Risorgimento e i caduti di tutte le guerre. Se rivendicare la nostra sovranità e la nostra identità nazionale è per loro un delitto non c’è più spazio per la dialettica politica, questi vanno cacciati a calci, non metaforici.

Voglio concludere ricordando che la più preziosa conquista della civiltà occidentale (posso usare questa espressione?) è la libertà di opinione andiamoci piano a considerare pietre le parole. Quando si arriva al punto che il codice deontologico dei giornalisti impone il bando al termine “clandestino” non siamo più nell’anticamera del regime, ci siamo abbondantemente dentro. E, se è lecito condannare le opinioni, che fare dell’editorialista (e non è il primo) che parla delle elezioni come di un “disastro”? Non è questo, costituzione alla mano, un reato d’opinione?

  Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.