La politica della provocazione

Moshe Sharett
Il Governo israeliano da anni si serve della provocazione per continuare a rubare terra.
La cartina geografica di come la Palestina era e di come è, lo certifica.
E’ vero che non manca chi sul web si esibisce in giochi di prestigio per far credere che la cartina tragga in inganno, ma non è difficile smascherarlo se si possiede un minimo di conoscenza storica. Per esempio rilevando che la sequela storica di cui normalmente si serve, giunta al 1967 non può non scontrarsi col fatto che la Guerra dei sei giorni, è stata una guerra preventiva.
Detto in altri termini, una guerra in cui Israele è stato l’aggressore e non l’aggredito.
La provocazione come metodo non è semplicemente una constatazione storica e una fotografia di ciò che attualmente accade in Libano, Cisgiordania e Striscia di Gaza.
E’ una vera e propria direttiva politica che puntualmente si traduce in operazione militare.
Non lo sappiamo da Arafat o da qualche capo di Hamas.
Lo sappiamo nientemeno che da Moshe Sharett, Ministro degli Esteri alla fondazione dello Stato sionista e Primo Ministro dello stesso a cavallo tra il 1954-55.
Lo scrive nei suoi diari. Documento importantissimo e quanto mai compromettente.
Non ci deve stupire perciò che sia stato censurato.
Sharett era un intellettuale oltreché un politico, e in questa sua veste di chi voleva coniugare la prassi alla teoria ha dialogato con se stesso, fissando le proprie considerazioni, appunto, sui suoi diari.
Lì, espressamente, viene rivelata quella che forse è tra tutte la cosa meno politically correct: la utilità della provocazione scientifica con cui Israele doveva agire verso gli Stati Arabi circonvicini secondo un piano frutto dell’ideologia sionista predisposto ancor prima della nascita formale ( e unilaterale ) dello Stato israeliano.
L’ideologia, cioè, per la quale bisognava a mano a mano liberarsi, in un modo o nell’altro, lecito, meno lecito o francamente illecito e violento, della presenza dei palestinesi e impadronirsi anche di quella metà scarsa assegnata loro nel novembre 1947 dalle Nazioni Unite con una Risoluzione non vincolante, e che perciò i palestinesi avevano il diritto di non accettare.
Non stupisce che quei diari siano stati censurati. La censura però non raggiunse del tutto il suo scopo di tacitare e obliterare, e avallare senza prove a contrasto, il percorso e le prospettive del sionismo.
Se di questi diari che coprono il periodo dal 1953 al 1956 ( o al ’57 se si includono i documenti d’archivio integrativi ) qualcuno ha saputo e letto, il merito è del figlio di Sharett, Yaakov.
Gli si deve l’acribìa del filologo che ha dovuto ordinare 2375 piccolissimi fogli, interpretarne la calligrafia e trascriverne le note, il coraggio di pubblicarli in 8 tomi, oltreché l’impegno per garantirne la sopravvivenza, preveggendo quello che si sarebbe tentato di fare da parte del Governo israeliano, con la fondazione della Moshe Sharett Heritage Society, a garanzia della conservazione delle memorie di suo padre.
E che cosa si è tentato di fare?
Di impedire, nel 1978, la divulgazione dei diari, dai quali sarebbe venuto alla luce con implacabile evidenza come il cosiddetto padre della patria David Ben-Gurion e il famoso generale ed eroe Moshe Dayan si prefiggevano con politiche subdole e aggressive di espandere Israele.
Ciò che appare come dato precipuo è la contrapposizione ideologica di Sharett e di Ben Gurion. Con il primo che perseguiva una politica moderata e dialogante, e il secondo che era fautore di una politica aggressiva e violenta, improntata ad un deciso espansionismo.
Ecco allora che ai due leitmotiv con i quali controbattere ad ogni critica al comportamento arrogante di Israele, cioè insistere
1) sul concetto di una Palestina terra senza popolo per un popolo senza terra, propagandato da Golda Meir, nonostante si sapesse benissimo già da allora che era un concetto falso e strumentale
2) sul concetto di antisemitismo propagandato da Abba Eban con cui marchiare chiunque avesse mosso critiche a Israele, bisogna aggiungere quest’altro, meno conosciuto, forse, ma altrettanto basilare, espresso da Ben Gurion, secondo cui
3) Le azioni di rappresaglia sono la nostra linfa vitale; con esse possiamo mantenere un alto livello di tensione fra la nostra popolazione e nell’esercito. Israele si deve inventare i pericoli, e per farlo deve adottare il metodo della provocazione e della ritorsione.
Impostata questa triade micidiale, geniale nella sua semplicità perché adatta ad essere servita in tutte le salse, Israele ha costruito la sua narrazione di nazione perseguitata sempre e comunque che, in quanto tale, deve difendersi con licenza di uccidere rivendicando l’impunità anche verso chi potrebbe metterlo in pericolo, e pretendendo contestualmente di non portare le prove né l’entità di detto pericolo: è un refrain che la comunità internazionale deve farsi bastare, a metà tra la comprensione e una sorta di legge uso capione del fatto compiuto.
Per venire all’oggi, è così che si spiega come i soldati israeliani sparino sui componenti di una famiglia, uccidendo un uomo di 37 anni, la moglie di 35, i due figli più piccoli, di 5 e 7 anni, ferendo i due più grandi e picchiando il maggiore, undicenne, per avere raccontato una dinamica dei fatti a loro poco gradita.
La famiglia è ferma in auto al posto di blocco. Ma i soldati, nonostante le testimonianze in contrario di chi era presente alla scena, diranno di aver avuto la “percezione” [ sic! ] che l’auto accelerasse, e tanto è bastato per una raffica che ha lasciato 13 fori nel parabrezza.
Da parte loro gli Stati e altri organismi nazionali e sovranazionali perlopiù tacciono e tacitamente ringraziano per l’imbeccata che li esenta dall’impegnarsi a trovare una nuova ennesima scusa che li autorizzi a restare nell’abituale ignavia pilatesca e a evitare imbarazzanti condanne formali, così come vorrebbe il diritto internazionale.
Un modus operandi brutale questo di Israele, comunque allineato al progetto genocidario variamente esplicitato con diplomatico inquietante candore da diverse personalità del suo establishment.
L’ultima formulazione proviene dal capo del Consiglio per la sicurezza nazionale Shmuel Ben Ezra: promuovere con la supervisione del Mossad e dello Shin Bet l’emigrazione volontaria [ ! ] dei Gazawi verso Congo e Somaliland.
Un fondamentale passo per ostacolare una simile unità di intenti di IDF, una grossa fetta dell’opinione pubblica e Governo israeliano, sarebbe proprio quello di cominciare a smontare i tre pilastri di cui sopra.
Pilastri noti e fissati per iscritto, eppure, al pari della strage di Deir Yassin ( certificata e persino riconosciuta un crimine da quegli stessi che l’hanno perpetrata, e per tanti versi simmetrica al 7 ottobre ma precedente il 7 ottobre di settantacinque anni ), vengono quasi sempre acquisiti con sufficienza, o non considerati, o del tutto rimossi dalle tipografie occidentali.
Ecco, in una situazione in cui il singolo può fare poco e gli Stati non vogliono fare niente, almeno denunciare questi tre pilastri, queste verità proibite, è l’impegno che dovrebbero assumersi quei giornalisti, scrittori e intellettuali che volessero onorare il loro ruolo e il loro mestiere.