La Papessa senza più voce: ginocchiere, franchi tiratori e l’ultima romanza che Peppino di Capri non canterà mai

La Papessa senza più voce: ginocchiere, franchi tiratori e l’ultima romanza
che Peppino di Capri non canterà mai

C’era un tempo, non troppo lontano, in cui Giorgia Meloni sembrava poter camminare sulle acque della palude romana come una novella papessa Giovanna, mito medievale di una donna capace di salire sul trono più alto vestendo i panni di chi comanda. Oggi, però, quel trono scricchiola, le acque sono torbide e la musica che si sente è quella stridula di una maggioranza che si sbriciola come un vecchio biscotto. E se fino a ieri la premier poteva contare su un accompagnamento d’eccezione, oggi deve fare i conti con un silenzio assordante: non c’è più nemmeno Peppino di Capri, recentemente scomparso, a intonare una romanza nostalgica per ricordarle i giorni d’oro mentre lei sguazza disperata nel fango della crisi. Una perdita simbolica, certo, ma che la dice lunga su quanto il destino si sia accanito contro di lei.

Il calvario di Meloni negli ultimi sei mesi è un copione degno di una tragedia greca, con tanto di coro di prefiche e divinità beffarde. La debacle del referendum sulla Giustizia, quello di marzo, fu il primo, sonoro ceffone: il popolo italiano, con un secco 53,7%, disse no alla sua riforma costituzionale, trasformando quella che doveva essere una vittoria annunciata in una umiliazione pubblica. E come se non bastasse, ecco la “faccenda Trump”, le ginocchiere, le foto manipolate con l’intelligenza artificiale che la ritraevano come una supplice in vestaglia davanti al presidente americano. Lei si è difesa, ha sbraitato contro i fake, ma l’immagine di una premier costretta a smentire persino il proprio sguardo è rimasta impressa come una macchia indelebile.

Ma il vero colpo di scena, quello che profuma di tradimento da soap opera, è arrivato in Parlamento. Il governo va sotto sul voto delle preferenze, 187 a 188, un ko che sa di beffa e che ha scatenato il tripudio, malcelato, dei suoi stessi alleati. Tajani e Salvini, parenti serpenti, hanno goduto come iene davanti alla carcassa, trasformando l’aula di Montecitorio in un palcoscenico di un rito voodoo collettivo.

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Hanno guardato la loro leader affondare senza muovere un dito, anzi, con un sorriso compiaciuto che non lasciava dubbi su chi, in quella partita, stesse davvero giocando per vincere. E mentre la Meloni tuona contro i “franchi tiratori” e la “palude”, i due alleati si concedono il lusso di restare in disparte, pronti a raccoglierne i cocci.

E intorno, il vuoto cosmico. Maurizio Lupi vaga come un’ombra, incapace di arginare la marea. Dall’opposizione, un coro di lamentele che più finto non si può: la Schlein che squittisce slogan, Conte che recita l’orazione funebre sulla democrazia, Fratoianni, Bonelli e Magi che, con la nonchalance di prefiche professioniste, si strofinano le cipolle sugli occhi per strapparsi qualche lacrima di circostanza. Ma tutto ciò non è che fumo, reazioni di pura forma per un’opposizione che, a conti fatti, pesa meno di un cero spento.

Poi c’è il fenomeno Vannacci, superstar imprevista che galoppa nei sondaggi e ruba consensi alla sua stessa leader, scavando un solco sempre più profondo nel centrodestra. E Calenda? E Renzi? Nella loro stramba, imprevedibile necrosi, restano ai bordi come due comparse: ora faranno da stampella a Meloni, ora si metteranno a fischiettare in attesa che il vento giri, convinti che tutto ciò che viene sia buono perché tanto non contano niente. La loro è una presenza fantasma, un’ombra che si muove a casaccio nella speranza di raccogliere qualche briciola.

E mentre la premier affoga in questo mare di sconfitte e polemiche, l’unico a restare imperturbabile è il Presidente Mattarella, che osserva la scena con lo sguardo distaccato di chi sa che queste dinamiche da asilo infantile non sono degne di un paese serio. Lui guarda, non si scompone, forse pensando che l’Italia meriti di più di un teatrino dove si litiga sulle preferenze mentre la legge elettorale, quella che nei proclami svetta come una panacea, nella realtà sprofonda in un pantano di inutilità.

La papessa Giovanna, secondo la leggenda, riuscì a sedersi sul soglio di Pietro solo grazie a un travestimento perfetto. Oggi, Meloni ha perso il suo travestimento più potente: quello dell’infallibilità. Senza la voce di Peppino di Capri a cantarle una romanza che le ricordi i bei tempi, senza più la magia del consenso, la sua discesa agli inferi sembra ormai inarrestabile. A un passo dalle elezioni del 27, il suo regno è diventato una poltrona pericolante, e il popolo, distratto e disinteressato, guarda altrove, stanco di una politica che non sa più emozionare.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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