La nuda Verità e la foglia di fico delle opinioni

La nuda Verità e la foglia di fico delle opinioni
I casi esemplari dell’Ucraina e di Israele

La verità, il torto e la ragione, la realtà stessa,  sono funzione dell’osservatore. Il mondo non è lo stesso per la formica e per l’elefante: due mondi,  entrambi reali. E se nella narrazione di Giovanni Gesù si dichiara portatore di verità, pesano come un macigno le parole di Pilato: “quid est veritas?”, una domanda che sembra non avere risposta nella speculazione filosofia come nella vita pratica.

Se ogni individuo è una monade, tanti sono gli individui tanti sono i mondi e tante sono le verità; ciò che uno di questi mondi  è un torto in un altro è la ragione. Israele fa il tiro al piccione con migliaia di esseri umani ma i coloni israeliani sono convinti di essere nel pieno diritto di far sloggiare gli arabi dalle loro case perché quella  terra è stata assegnata loro da Dio. Un’idiozia, non ho alcun dubbio, ma chi può ergersi a giudice obbiettivo, a spettatore imparziale? Anche una constatazione come la violazione del diritto internazionale quotidianamente perpetrata da Israele o dagli Usa può essere derubricata ad opinione. E davanti allo spettacolo di due che se le danno si può essere certi che ciascuno di loro reagisce alla prepotenza e alle prevaricazioni dell’altro. Vale per i singoli, vale per i gruppi, vale nei rapporti fra Stati. Poi il vincitore impone la sua verità, che spesso è più debole di quella dello sconfitto.

Questo dicono filosofi e questo si insegna nelle scuole. Ma non è così. Il  fatto è che la realtà è complessa ma mentre lo riconosciamo tendiamo subito a dimenticarlo. La verità o la ragione alle quali tendiamo sono spesso il risultato di un processo di aggregazione e di omogeneizzazione di realtà diverse. Un problema è spesso un insieme di problemi diversi, ciascuno dei quali ha una propria soluzione. Lo storico, come lo spettatore spassionato, lo sa e rinuncia ad esprimere giudizi. Banalmente si può concludere che si riconosce la verità o si attribuiscono torto e ragione secondo a cosa si guarda all’interno di realtà composite come sono le personalità individuali, gli eventi storici, i sistemi relazionali ad ogni livello.

Una volta districato il groviglio della complessità la verità esiste, eccome, come è certo che da una parte sta il torto e dall’altra la ragione.  Lo dimostrano le basi della conoscenza e i pilastri che reggono l’impianto dell’esperienza. Cartesio, che si era posto il problema e aveva intuito che l’opinabilità, il soggettivismo, il relativismo sono una palude sulla quale non può essere edificato niente di stabile aveva dimostrato che il dubbio non avrebbe senso se non presupponesse la certezza ed aveva scoperto così il ruolo della matematica e della metamatematica, vale a dire della logica, non mero formalismo ma terreno solido per la stabilità dell’Io. A = A, ogni cosa è quello che è, A non è non- A e A o è B o non è B, tertium non datur. Spostandosi su un terreno meno astratto, quello psicologico dell’interiorità, Cartesio la stessa evidenza la trovava nella coscienza di sé: se penso sono, cogito ergo sum. La verità non è un obbiettivo fuori della portata delle conoscenza umana ma il suo presupposto, è il terreno solido che rende possibile il nostro percorso di vita.

Insomma: l’opinabilità dipende da chi osserva non da ciò che viene osservato. Se due osservatori guardano la stessa cosa vedono la stessa cosa. Il disaccordo nasce quando uno dei due o entrambi guardano ma non vedono o guardano a cose diverse. La politica in questo senso è il dominio della soggettività, il luogo in cui solo in apparenza si parla la stessa lingua e ci si confronta mentre in realtà ognuno ripete il proprio immodificabile copione. Pregiudizi, stereotipie, idee fisse: se non fosse che recitano una parte per la pagnotta ci sarebbe da pensare che i politici, i giornalisti, gli “opinionisti”  sono casi psichiatrici.

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Quando una questione è riportata ai suoi termini reali le ideologie si mostrano per quello che sono: pregiudizi e paraocchi. Nemmeno c’è spazio per la falsa obbiettività di chi si apre a soluzioni alternative, di chi prudentemente presta l’orecchio al suono di campane diverse: perché da una parte c’è l’evidenza della verità, dall’altra solo menzogna, non importa se in buona o cattiva fede. Ne sono un esempio eloquente i due conflitti che insanguinano medio oriente e la periferia dell’Europa; un esempio di verità che si mostrano in tutta la loro evidenza e un banco di prova per saggiare l’attendibilità dell’osservatore. Il problema è appunto quello di impedire che una questione semplice venga deformata attraverso omissioni, manipolazioni del contesto, confusione di piani temporali all’interno di una narrazione di comodo.

Nel caso dell’Ucraina queste operazioni sono rese possibili riservando l’accesso ai mezzi di comunicazione di massa ai coreuti che intonano  la stessa litania modulandola secondo le indicazioni del corifèo:  c’è un aggressore, Putin nei panni del nuovo zar o del nuovo dittatore bolscevico, e un aggredito, l’inerme, democratica e pacifica Ucraina.  Il pubblico, vale a dire l’opinione pubblica europea,  deve essere prevenuto e indotto a guardare alla Russia come un potenziale aggressore, direi come ad un aggressore per natura: e siccome nel pubblico ci sono sensibilità diverse bisogna che il messaggio sia capace di adattarsi ad ognuna di esse: è l’imperialismo zarista e panslavista ma è anche il comunismo mai sconfitto che rialza la testa; non importa se sono due visioni non solo entrambe false ma incompatibili, basta che siano portatrici di una stessa  minaccia all’Occidente, alla democrazia, alla libertà.  Bisogna allontanare psicologicamente la Russia e avvicinare l’Ucraina con suggerimenti subliminali in grado di rovesciare la prospettiva reale, per la quale la Russia è vicina, familiare, interna al nostro orizzonte storico e culturale e l’Ucraina è poco più di un nome che rimanda ad una difficile collocazione geografica. Quello che era nostro deve diventare alieno e quello che ci era estraneo deve diventare nostro.

L’Ucraina non è più la creatura di Lenin, non è più quella che ha spalancato le braccia all’invasore nazista, non è più quella che detiene il primato della caccia all’ebreo, non è più quella delle formazioni politiche e militari neonaziste né quella che dal 2014 bombardava il Donbass autonomista . E, reciprocamente, la Russia non è quella che ha metabolizzato l’esperienza bolscevica per riannodare il filo del suo passato senza processi, senza purghe, senza vendette senza bisogno di infierire su monumenti, iscrizioni, simboli.  A nessuno a Mosca è venuto in mente di riesumare il cadavere di Stalin per esporlo a pubblico ludibrio o processarlo come il papa Formoso (non cito Mussolini per carità di patria). Il paese in cui si voleva imporre l’ateismo di Stato è ora quello in cui laici e credenti si ritrovano uniti nel rispetto della tradizione. Senza chiassate, senza autodafé,  e la guerra non è sovietica o bolscevica ma “la grande guerra patriottica”.

Israele sta facendo il tiro al piccione con gli arabi della striscia di Gaza. Un dato di fatto incontrovertibile del quale si deve semplicemente prendere atto: non è una guerra, è un strage che si ripete quotidianamente, un’operazione di bonifica o disinfestazione. E prenderne atto, se convenzioni e impegni internazionali hanno un senso, comporta l’isolamento di Israele, la sua espulsione dalla comunità internazionale e nello specifico la rottura delle relazioni diplomatiche fra Roma e Tel Aviv. Nulla di tutto questo. Mattarella, Meloni, la Schlein parlano, parlano, stigmatizzano ma non muovono foglia; i rapporti commerciali procedono tranquillamente, armi comprese

Intanto si è di nuovo consumato lo sconcio della censura: il direttore d’orchestra russo che col patrocinio della regione campana era stato invitato a dirigere l’orchestra nella reggia di Caserta è stato messo alla porta perché non gradito ai vassalli di Bruxelles e della Nato.  “Ce l’abbiamo fatta!” è il grido di vittoria della compagna Picierno , “finalmente una bella notizia” per Calenda,  gongola soddisfatto il ministro della cultura (!) Giuli,  più articolato il giudizio dell’astro nascente  della politica (ma speriamo che sia un meteorite che si fracassi a terra al più presto), quel Magi che fra le altre amenità accusa Gergiev di mettere la sua bacchetta al servizio dei “deliranti revisionismi storici alla base del progetto imperialista dell’invasione dell’Ucraina…”  (se è questo che insegnano alla Sapienza dove l’epigono di Pannella si è laureato ben venga la scure di Trump sulle università),  silenzio del solitamente loquace Salvini e uniche voci dissonanti – e sensate –  quelle di Vannacci e dei 5 stelle.

Gergiev e De Luca

Quando si arriva ad aver paura della musica non c’è più traccia di democrazia e di liberalismo. Con l’aria mefitica che si respira in Italia non c’è da sorprendersi. E, infatti, non mi sorprendono le posizioni di centristi, forzisti, meloniani e compagni.  Mi preoccupa piuttosto il passo indietro di De Luca, uno che può anche non piacere ma al quale vanno riconosciute indipendenza di giudizio e schiena dritta,  che si era impegnato ad andare avanti con Gergiev.  Temo che a farlo arrendere non siano state le pressioni del suo partito ma la minaccia delle associazioni di ucraini in Italia, che avevano fatto incetta di biglietti per contestare – e rovinare – lo spettacolo.  Se così fosse sarebbe una cosa gravissima e intollerabile. Non solo perché gli stranieri accolti come rifugiati, e in questo caso coccolati e mantenuti a spese del contribuente, se ne devono stare tranquilli e non devono creare problemi al Paese che li ospita ma perché la loro presenza  e le loro esternazioni a questo punto giustificano un terribile sospetto. Non sarà che mentre gli ucraini che non contano nulla, poveri elontani dall’area del regime e del potere, vengono rastrellati e mandati al macello  mentre quelli buoni, affidabili e benestanti  col beneplacito della cricca di Kiev assistono comodamente seduti all’estero a quel che succede sui fronti di guerra svolgendo puntualmente in Europa il compito loro assegnato di zelanti propagandisti.

Altrimenti mi chiedo cosa ci facciano a spasso sul lungomare, nei centri commerciali e nelle boutique tanti giovani uomini con le loro famigliole e le loro spose stucchevolmente abbigliate secondo gli ultimi canoni dell’opulento Occidente quando in patria manca carne da cannone.

Ma questi sono affari degli ucraini, dai quali ormai non spero più di cogliere un segno di vitalità. È invece affar nostro il bavaglio alle idee, anzi alla verità e alle manifestazioni dello spirito che trascendono le miserie terrene. È la cartina di tornasole di un regime stupido e liberticida e di una società inebetita e anestetizzata. Il confronto col regime fascista è impietoso: gli oppositori finivano in carcere o al confino ma a nessuno, nemmeno ai più zelanti o ai più facinorosi, passò mai per la testa l’idea di criminalizzare l’arte o la letteratura. I nazisti invece lo facevano e lo fanno ora i loro nipotini ucraini e i loro simpatizzanti  italiani di destra sinistra e centro.

Pietrangelo Buttafuoco (C

È difficile provare simpatia per i palestinesi. Si può, si deve, ammirare la cultura araba, e bene ha fatto Pietrangiolo Buttafuoco a sfatare pregiudizi antropologici sugli arabi, a mostrarli per quello che sono e per il contributo che possono trasmettere alla nostra cultura. Ma i palestinesi non sono gli arabi, nemmeno sotto il profilo razziale. I palestinesi sono gli eredi di un nomadismo miserabile e di una stanzialità famelica, endemicamente poveri e destinati alla marginalità. Ed è al contempo fin troppo facile identificarsi con gli ebrei, o, meglio, con gli israeliani, colti, laboriosi, in tutto e per tutto immagine dell’Occidente, di un Occidente depurato dalle sacche di povertà e di degrado.  Ma se non si vuole ammettere che tutti i nostri riferimenti valoriali sono solo fuffa, che il nostri buoni sentimenti sono solo ipocrisia, bisogna che ci si ponga crudamente e senza veli  davanti allo spettacolo di esseri umani, che tali sono, mitragliati mentre cercano di accaparrarsi qualcosa per dissetarsi e sfamarsi. E non riesco a trovare qualcosa di così infame e ripugnante nella storia della nostra civiltà. Non c’è riferimento al terrorismo che tenga, o agli ostaggi, o a al 7 di ottobre. Non ci sono né giustificazioni né attenuanti. Ma non c’è nemmeno spazio per la retorica, per le dichiarazioni, per i tentativi miserabili di lavarsi la coscienza con condanne tanto più ferme quanto più vacue.  Di fronte a quello che accade l’unica risposta sensata – escluso un intervento militare delle Nazioni Unite – è la rottura delle relazioni diplomatiche e la cessazione di ogni tipo di transazione con Israele.  Una eventualità che non sfiora neppure frauUrsula e tutto il contorno dei politici europei che hanno appena votato il diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia.

Pierfranco Lisorini

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