La notte in cui i balunetti salvarono Savona e quasi anche il Parlamento

Editoriale:

A Savona le cose importanti non iniziano mai con un decreto, una conferenza stampa o un comunicato ufficiale. Iniziano con un tremolio. Un tremolio di carta, di spago, di fiammella che non vuole saperne di stare ferma. È il tremolio dei balunetti, quelle lanterne che ogni marzo spuntano alle finestre come se la città, per un attimo, ricordasse di avere un’anima luminosa e un po’ stropicciata. Il nome stesso, balunetto, è un capolavoro di etimologia popolare: viene da balun, che rimanda al pallone, alla sfera, alla cosa che si gonfia e si solleva, e il diminutivo ligure lo rende più domestico, più intimo, quasi un animale da compagnia che si accende invece di abbaiare.

La loro storia è una tragedia dolce, una di quelle che si raccontano ai nipoti quando si vuole far capire che la vita è dura ma ogni tanto si illumina. Una notte di tempesta, i pescatori dispersi, il mare nero come il fondo di una pentola lasciata sul fuoco troppo a lungo, e poi una luce improvvisa, un segno, un richiamo. Da quel momento Savona ha deciso che la gratitudine non va mai spenta, e ogni anno le finestre si riempiono di piccole fiammelle, prima a olio, poi a cera, poi elettriche, e oggi persino riciclate, perché anche la tradizione, se vuole sopravvivere, deve imparare a convivere con la raccolta differenziata e con i bambini che spiegano agli adulti come si piega la carta senza fare disastri.

La tragedia comica, però, è che per insegnare ai giovani come si costruisce un balunetto si è dovuto ricorrere a un tutorial. La parola tutorial deriva dal latino tutor, colui che protegge, che guida. Ma qui il paradosso è evidente: sono i bambini a fare da tutor agli adulti, a spiegare come si incolla, come si taglia, come si mette la candela senza trasformare la cucina in un falò non autorizzato. È una scena tenera e surreale, come quando il nonno chiede al nipote come si accende il telefono nuovo e il nipote, con aria di superiorità cosmica, risponde che basta premere il tasto giusto. La tradizione passa di mano, ma non sempre nella direzione che ci si aspetta.

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Eppure, proprio questa inversione dei ruoli apre la porta a una riflessione più ampia, che arriva da lontano, da quei palazzi dove si discute di leggi, di diritti, di rappresentanza. Uno studio recente ha mostrato che le donne elette in Parlamento portano con sé, più degli uomini, la cultura del luogo in cui sono nate. Non è una questione di ideologia, ma di imprinting: ciò che si respira da piccoli, ciò che si vede alle finestre, ciò che si impara senza che nessuno lo insegni davvero, rimane. E influenza il modo in cui si vota, si propone, si decide.

La parola cultura, dal latino colere, coltivare, non è un concetto astratto: è un campo che si ara ogni giorno, con gesti piccoli e ripetuti. E se una deputata è cresciuta in un ambiente dove certe tradizioni sono forti, dove la comunità ha un peso, dove la luce di un balunetto non è un oggetto ma un simbolo, allora è probabile che quella sensibilità la accompagni anche tra i banchi di Montecitorio. È come se la finestra illuminata della sua infanzia continuasse a brillare anche a Roma, tra un emendamento e una votazione.

Qui entra in scena la dialettica hegeliana, che a Savona nessuno ha mai letto davvero ma tutti applicano senza saperlo. La tesi è la civiltà patriarcale, quella che per secoli ha organizzato la società attorno alla figura del padre, dal greco patḗr e arché, principio, comando. Una struttura solida, riconoscibile, che ha retto come un vecchio molo di pietra. L’antitesi è la trasformazione culturale, la richiesta di parità, la spinta verso una rappresentanza che non sia solo numerica ma sostanziale. E la sintesi, come sempre, arriva quando meno te l’aspetti: una nuova generazione di donne che, pur portando avanti istanze di cambiamento, non rinnega le proprie radici.

È qui che la storia dei balunetti diventa brillante e surreale. Mentre gli adulti si affannano a imparare dai bambini come si costruisce una lanterna, mentre la città si interroga su come mantenere viva una tradizione che rischia di diventare un ricordo, altrove si scopre che proprio quelle tradizioni potrebbero influenzare il futuro della rappresentanza nazionale. Non in senso nostalgico, ma in senso culturale: ciò che si è, ciò che si è stati, ciò che si è visto da piccoli, conta.

La civiltà patriarcale, dicono alcuni, è condannata a morte. Ma le civiltà non muoiono mai davvero: si trasformano. E forse la trasformazione passerà proprio da quelle finestre illuminate, da quelle mani piccole che insegnano agli adulti, da quelle donne che, un domani, porteranno in Parlamento non solo leggi, ma anche un modo diverso di guardare la luce. Non più un potere che discende dall’alto, ma una luminosità che sale dal basso, dalle case, dalle tradizioni, dalle storie che si raccontano la sera.

Savona, con la sua ostinazione luminosa, potrebbe diventare un modello. Non perché vuole cambiare il mondo, ma perché non vuole smettere di essere se stessa. E in un’epoca in cui tutto sembra scorrere troppo in fretta, forse è proprio questa fedeltà alle radici che può offrire una strada nuova. Una strada che non cancella il passato, ma lo illumina. Una strada che non oppone tradizione e progresso, ma li fa dialogare come due vecchi amici che litigano sempre ma non riescono a separarsi.

In fondo, ogni balunetto è una piccola dialettica: una fiamma antica dentro una forma moderna. Una tradizione che si rinnova senza spegnersi. Una luce che non pretende di vincere, ma di resistere. E forse, alla fine, è proprio questo che serve anche alla politica: non una rivoluzione rumorosa, ma una finestra che si accende, una dopo l’altra, finché la valle non torna a brillare.


Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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