La nostra economia è una cannoniera senza carbone
C’era una volta un concetto glorioso e terribile: la “politica delle cannoniere”. Era quella per cui una potenza, per difendere i propri interessi commerciali o fare un po’ di pressione diplomatica, mandava due navi da guerra davanti al porto di un paese più piccolo, e magicamente i prezzi del carbone scendevano e i trattati si firmavano. Era semplice, lineare. Se avevi le cannoniere, avevi ragione. Se non le avevi, incassavi e ringraziavi.
Oggi, il concetto è tornato, ma con un aggiornamento degno dei nostri tempi. La politica delle cannoniere moderna funziona così: qualcuno spara, e noi italiani guardiamo il contatore del gas e ci chiediamo se possiamo permetterci di fare la doccia calda questa settimana.

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L’analisi degli esperti è impietosa, e porta con sé il profumo agrodolce della rassegnazione nazionale. Pare che, tra le quindici economie passate ai raggi X, la nostra sia quella che prenderà la stangata più grossa. Non per demerito, sia chiaro. Semplicemente, siamo specializzati. Siamo i campioni del mondo in una disciplina che nessuno vorrebbe vincere: la dipendenza dagli idrocarburi importati. Un primato che ci siamo costruiti con cura, negli anni, come chi colleziona francobolli o polveri sottili.
La ragione? Semplice. Noi italiani abbiamo deciso, con lungimiranza, di continuare a comprare gas e petrolio da chiunque, possibilmente da paesi instabili, inaffidabili o con cui è complicato litigare. È una strategia: tenersi sempre un motivo per preoccuparsi. Così, mentre gli americani pompano greggio dal loro giardino e i cinesi hanno riserve strategiche grandi quanto il PIL del Portogallo, noi abbiamo il vento. Qualche pale. E una fiducia incrollabile nel fatto che, se la situazione si fa dura, la Provvidenza ci manderà una bella giornata di sole e una brezza costante.
Ma la vera bellezza della moderna politica delle cannoniere è la sua perfetta simmetria con la retorica bellica. I cannoni tuonano, e la premier ci rassicura: non entreremo in guerra. E noi, sollevati, applaudiamo. Peccato che l’economia, quella sì, ci sia già entrata fino al collo. L’inflazione che cresce, la benzina che sale, i tassi che potrebbero risalire. Una guerra economica combattuta sul fronte dei consumi, con le famiglie italiane in trincea a difendere l’ultimo euro per la spesa.
E mentre noi stringiamo la cinghia, gli Stati Uniti, la superpotenza che ha sparato i cannoni, si trovano ad affrontare il vero nemico: l’affordability. Una parola inglese che significa “quanto i tuoi elettori poveri possono permettersi di guidare il pick-up per andare a fare due lavori”. Perché se è vero che l’America come nazione è una raffineria galleggiante, l’americano medio è un tipo che guarda il prezzo al gallone e bestemmia in inglese. E se la bestemmia diventa troppo forte, alle elezioni di metà mandato i cannoni cambiano sponda.
L’unico che forse se la cava, in questo scenario, è il dragone cinese. Lui, guarda caso, può sempre aumentare l’import dalla Russia. Un’amicizia che funziona così: noi vi compriamo il gas, voi ci fornite il petrolio, e insieme guardiamo l’Europa che paga. Un classico.
Alla fine, il verdetto degli esperti è chiaro. L’Italia è il paese più vulnerabile. Siamo la cannoniera senza carbone, la nave da guerra con le vele. Bella, elegante, piena di storia. Ma se si alza il vento, speriamo bene che soffi nella direzione giusta. E se non soffia, ci attaccheremo al tram tram della politica interna: “Tu hai detto sì agli Usa che bombardano la Serbia, io dico no a quelli che bombardano l’Iran”. E intanto, il prezzo del pieno continua a salire, e qualcuno, da qualche parte, con i soldi della speculazione, si compra una bella cannoniera tutta per sé.
