La Magistratura italiana: un secolo di potere, conflitti e riforme incompiute
La Magistratura italiana: un secolo di potere, conflitti e riforme incompiute
In un Paese come l’Italia, dove la storia è un intreccio di glorie e ombre, la Magistratura rappresenta un pilastro spesso conteso, un baluardo di indipendenza che ha attraversato Monarchie assolute, dittature feroci, democrazie fragili e scandali eterni.
Dal Regno d’Italia al Ventennio fascista, dalla nascita della Repubblica alla Carta Costituzionale, fino ai turbolenti “trent’anni di Berlusconismo” e alle battaglie per la separazione delle carriere dei magistrati: questa è la cronaca di un’istituzione che ha plasmato il destino nazionale, ma che oggi si trova al centro di un ennesimo referendum, previsto per la primavera 2026.
Un voto che riecheggia proposte vecchie di decenni, referendum “sperperati” con milioni di euro pubblici e divisioni trasversali. Attraverso documenti storici e analisi recenti, ripercorriamo questo cammino, focalizzandoci sul ruolo dei giudici come custodi – o pedine – del potere.
Dalle Origini Monarchiche al Terrore Fascista: Una Magistratura “Addomesticata”.
L’Italia unita nel 1861 eredita una magistratura frammentata, forgiata dai codici napoleonici e savoiardi, con un ruolo di garante dell’ordine liberale sotto la Monarchia.
I magistrati, spesso di estrazione borghese, operano in un sistema gerarchico dove il Ministro di Grazia e Giustizia esercita un controllo indiretto, ma l’indipendenza formale è sancita dallo Statuto Albertino del 1848.
Eppure, è un’indipendenza fragile: i giudici sono nominati dal Re e possono essere trasferiti per “motivi di servizio”, un’arma usata per reprimere dissenso sociale, come nelle repressioni.
Con l’ascesa del Fascismo nel 1922, la musica cambia radicalmente.
Mussolini, nel 1925, scioglie l’Associazione Nazionale Magistrati – un baluardo di autonomia nato nel 1908 – e impone il giuramento di fedeltà al regime.

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La magistratura diventa uno strumento del regime: processi farsa contro oppositori come Giacomo Matteotti (1924) o Antonio Gramsci (1928) dimostrano come i giudici, in gran parte compiacenti, legittimino la violenza statale.
Solo una minoranza resiste, come i “magistrati antifascisti” che pagano con l’esilio o la morte.
Alla Liberazione, l’epurazione è timida: su 1.500 magistrati compromessi, solo 44 vengono sanzionati, un “lasciapassare” che segna la transizione dal fascismo alla democrazia, senza una vera resa dei conti.
Questo retaggio di compromessi, avvelena il dopoguerra, con ex-fascisti che scalano le gerarchie giudiziarie.
La Repubblica Nasce: Costituzione e Indipendenza, Ma con le Catene del Passato.
Il 2 giugno 1946, l’Italia sceglie la Repubblica con un referendum che seppellisce la Monarchia dei Savoia, macchiata dal connubio con il Duce.
La nuova Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, eleva la magistratura a “ordine autonomo e indipendente da ogni potere” (art. 104), con l’inamovibilità dei giudici e il divieto di interferenze esecutive.
È una svolta epocale: il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), istituito nel 1958, diventa l’organo di autogoverno, mentre l’articolo 101 garantisce l’obbligatorietà dell’azione penale, rendendo i pubblici ministeri (pm) “dominusi” (dominatori) delle indagini.
Ma l’eredità fascista persiste ancora nella mentalità e nelle aule di Tribunale, come nota lo storico Antonella Meniconi, “non vi fu un’epurazione dei vertici più compromessi”, permettendo a figure grigie di influenzare la transizione.
Negli anni ’50 e ’60, la magistratura si afferma come contrappeso al potere politico, indagando su scandali come il caso Montesi (1953) o le tangenti DC-PSI.
Eppure, la struttura unitaria – giudici e pm nella stessa carriera – favorisce ambiguità: i PM, pur indipendenti, dipendono dal CSM per promozioni, creando rischi di “contaminazione” tra accusa e sentenza.
I Trent’Anni di Berlusconismo: La “Guerra dei Trent’anni” Tra Toghe e Politica.
Dagli anni ’90, la magistratura irrompe sulla scena con “Mani Pulite”: l’inchiesta di Milano (1992-1994) smantella la Prima Repubblica, travolgendo leader come Craxi e Tangentopoli, con oltre 5.000 avvisi di garanzia.
È il momento di gloria dei pm “di sinistra”, come Antonio Di Pietro, ma anche l’inizio di un conflitto epocale, mai sanato.
Entra Silvio Berlusconi: dal 1994, il Cavaliere – indagato per corruzione e finanziamento illecito – trasforma le sue battaglie giudiziarie in crociata politica.
Per trent’anni, accusa le “toghe rosse” di persecuzione: “Giustizia a orologeria”, “colpo di Stato giudiziario”, dice in Parlamento nel 2002, mentre i suoi governi (1994-2011) varano lodi ad personam e decreti salva-liste per blindarsi.
Il culmine è il 2011, con la condanna per frode fiscale nel caso Mediaset, che lo estromette dal Senato.
Ma il berlusconismo lascia un’eredità tossica: la sfiducia nella giustizia si diffonde, con Forza Italia che denuncia “eterodirezione” delle procure.
Oggi, con l’assoluzione definitiva su mafia-politica (ottobre 2025), Berlusconi è riabilitato, ma il solco resta: Meloni e la destra ereditano questa “guerra dei trent’anni”, con Nordio ministro che tuona contro le “correnti” magistrali.
La Separazione delle Carriere: Proposte Eterne, Referendum “Sperperati” e il Voto del 2026.
La “separazione delle carriere” – dividere giudici e pm in percorsi distinti, con CSM separati – emerge negli anni ’80 come risposta alle critiche di parzialità.
Prima proposta nel 1987 da Radicali Italiani, con Marco Pannella in prima linea, mira a evitare che i pm diventino giudici (o viceversa), riducendo i conflitti d’interesse.
Negli anni ’90, Lega Nord e Forza Italia la rilanciano: Bossi e Berlusconi la usano contro “Mani Pulite”, accusata di faziosità.
Quante volte?
Almeno cinque proposte legislative principali tra 1990 e il 2020, da centrosinistra (Prodi, 1997) a centrodestra (Berlusconi, 2005; Salvini, 2019). Ma i referendum abrogativi sono il capitolo amaro: tre i principali “sperperati” con denaro pubblico.
– **1987**: Referendum Radicali su responsabilità civile e Csm; passa solo parzialmente, costo stimato 50 milioni di lire (equivalenti a ~3 mln euro oggi), ma non tocca la separazione.
– **1995**: Quesito leghista su abolizione ordine giudiziario; fallisce per quorum basso (30% affluenza), costo ~40 mln euro.
– **2022**: Cinque quesiti Radicali-Lega su giustizia, inclusa separazione; affluenza 20,9%, quorum non raggiunto. Costo: 63,4 milioni euro per sezioni e scrutatori, più 2,5 mln rimborsi promotori – un “flop” da 66 mln totali, come denunciato da Pagella Politica.
Progetto | Pagella Politica https://share.google/KBIPwpZ5HvFcCkrTz
Questi “sprechi” – gonfiati dal governo Meloni a 400 mln in stime speculative – simboleggiano la crisi dei referendum abrogativi: dal 1948, 77 quesiti, ma solo 12 superano il quorum.

Marta Cartabia e Carlo Nordio
Ora, la storia si ripete con la riforma Cartabia-Nordio: approvata in Parlamento il 4 novembre 2025, che introduce la separazione, due CSM e l’Alta Corte disciplinare.
Per rendere la legge attiva però, visto che va a modificare la Costituzione, deve essere approvata dal popolo Italiano attraverso il Referendum confermativo nella primavera del 2026, senza quorum (art. 138 Cost.), su richiesta di opposizioni (PD, M5S) e maggioranza.
Divisi: sì da centrodestra e Azione (Calenda), no da PD, M5S e ANM, che temono un pm “suddito dell’esecutivo”.
Conclusione: Un Voto per Guarire le Ferite?
La magistratura italiana, da baluardo antifascista a bersaglio berlusconiano, merita una riforma che non sia vendetta politica.
Il 2026 potrebbe chiudere un cerchio, o aprirne un altro di divisioni.
Come disse Pannella: “La giustizia è il pane quotidiano della democrazia”.
Speriamo non finisca, di nuovo, nel cestino dei referendum falliti.

Paolo Bongiovanni
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