La Lega è destinata a sparire, senza rimpianti
La Lega è destinata a sparire, senza rimpianti
L’attacco a Vannacci è la goccia che fa traboccare il vaso
Se i voti della Lega sono passati da oltre il 34% delle elezioni europee del maggio 2019, quando il 54,5% degli elettori si recò alle urne, al 6% che le viene accreditato oggi – con un elettorato potenziale sceso a meno del 50% – un motivo ci sarà. In realtà ce n’è pìù d’uno. Si va dall’atteggiamento remissivo di Salvini di fronte all’attacco brutale di quel rodomonte di burro che è Conte allo sconsiderato sostegno al governo Draghi fino allo sconcertante voto a favore della rielezione di Mattarella, un oltraggio alla Costituzione oltre che una scelta politicamente demenziale.

Matteo Salvini
Nonostante tutto Salvini è riuscito a sopravvivere assumendo il ruolo di coscienza critica della maggioranza di centrodestra, un freno alla frenesia bellicista di Crosetto, all’ardore ucrainomane della Meloni e all’europeismo sfegatato di Tajani. In realtà la Lega ha votato tutto e di più, accontentandosi di far passare sotto silenzio l’invio di armi a Kiev e di enfatizzare la riforma dell’Irpef che ha portato in tasca ai contribuenti più fortunati dai cinque ai venti euro (lordi) al mese. Per arginare la continua erosione di consensi si è aggrappato al salvagente di Vannacci con l’accortezza di spedirlo in Europa e di non far filtrare nulla delle sue parole al parlamento europeo contro Ursula e la Nato, non sia mai che intaccassero il monolite della maggioranza. Finché il generale (detto per inciso: un generale dell’esercito non è mai un ex generale, come scrivono di lui quelle bestioline ignoranti che sono i giornalisti italiani; per esserlo dovrebbe essere stato degradato, altrimenti rimane un generale seppure non operativo) si è reso conto del ruolo di utile idiota che gli era stato affibbiato e si è deciso a proseguire per la sua strada. Che è quella di spingere questa maggioranza sui binari degli impegni presi col suo elettorato.
Se Salvini fosse una persona seria e un politico accorto, ma non lo è, avrebbe accolto con favore una nuova formazione politica capace di fare da contrappeso agli amorazzi centristi di Forza Italia e in grado di fornirgli una sponda per incidere sulla disastrosa politica estera del governo.

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Invece, di fronte alla prospettiva di vedersi erodere quel po’ di consenso immeritato che gli rimane, ha perso la testa, si è lasciato andare a ridicole accuse di tradimento e a farneticazioni su presunti cambi di casacca, e insieme ai suoi fedelissimi lo ha accusato di sputare sul piatto dove ha mangiato, dimenticando di essere stato lui a fare il colpaccio di imbarcare l’autore del “Mondo al contrario” la sua potenziale dote elettorale. Molinari &C. dovrebbero sapere che non era Vannacci ad aver bisogno della Lega ma la Lega di Vannacci. Il quale, e in questo ha ragione Zaia come ha ragione Crosetto, con la chiarezza e la coerenza delle sue posizioni è stato un corpo estraneo nell’accozzaglia politica che ha fatto dell’ambiguità la propria bandiera.
Il sogno dei forzisti e degli eredi di Bossi è quello di liberarsi di quel corpo estraneo e far di tutto per impedirgli l’accesso al parlamento manomettendo la legge elettorale. Un’impresa ardua destinata, sondaggi alla mano, al fallimento. E allora ecco il piano di riserva: far passare Vannacci come espressione di un’ultra destra folkloristica, incompatibile con la dialettica democratica,da confinare in un angolino del parlamento lontano dai giochi che contano. L’occasione buona per dare corpo al piano era il voto di fiducia alla Camera, dove il nuovo partito poteva contare su una sua rappresentanza: se il manipolo vannacciano avesse votato contro la fiducia si sarebbe autoescluso dalla maggioranza e condannato alla marginalizzazione. È quello che speravano Tajani, Crosetto e i big della Lega, che però hanno fatto i conti senza l’oste: i tre vannacciani hanno votato la fiducia e contemporaneamente hanno presentato un emendamento per lo stop all’invio di armi all’Ucraina: una mossa geniale che ha sortito il risultato di stanare non solo la Lega, che ha dovuto votare contro quell’emendamento perdendo ogni residua credibilità ma anche i Cinquestelle e l’AVS, che, se in buona fede, avrebbero dovuto convergere su uno stesso testo.
Da qui la crisi isterica che si riflette nella stampa governativa e sui social controllati dalla maggioranza: “la ritirata del generale”,”il Vannacci pentito”, “Vannacci più che un soldato un cabarettista” (parola di Sechi cuor di leone); ma peggio di tutti i seguaci di Bonelli e Conte, che hanno scompostamente attaccato il generale, col quale avrebbero dovuto fare fronte comune. In questo modo hanno platealmente rivelato il carattere strumentale della loro posizione sull’Ucraina: una semplice copertura per l’osceno atlantismo che il Pd tenta disperatamente di nascondere allo zoccolo duro del suo elettorato.

Vannacci e il simbolo del suo partito
Vannacci è la cartina di tornasole della politica italiana. Ci sono questioni dirimenti che riguardano non solo il riarmo e l’Ucraina ma anche la Palestina, Israele, Trump. E intorno ad esse si è verificata una perfetta convergenza fra maggioranza e opposizione, alla quale andrebbe chiesto di spiegare in che cosa consistano e come si esprimano il suo ruolo e la sua proposta alternativa. Schiacciate entrambe sull’Ucraina o, meglio, sul governo ucraino, stupidamente e gratuitamente russofobe, incredibilmente capaci di presentarsi contemporaneamente come amiche della Palestina e fedeli alleate di Israele, trumpiane ma anche nostalgiche dei dem senza darlo a vedere. Esemplare il personaggio di Pina Picierno, la compagna con radici democristiane ferrea sostenitrice di Israele e in gara perenne con la Meloni su chi ama più l’Ucraina, da cui, come l’ex missino Urso, ha ricevuto una “prestigiosa onorificenza”.

Vannacci, Meloni
In questo stagno putrido spiccano la furbizia e l’ipocrisia di Giorgia Meloni, che si è guardata bene dall’attaccare Vannacci. E non per simpatia personale, meno che mai per affinità politica. Semplicemente per paura. È infatti matematico che il governo e questa maggioranza, nonostante l’apparente solidità e la miseria culturale e politica della finta opposizione, sono attaccati a un filo. Il cinquanta per cento degli italiani che vanno a votare si dividono equamente fra i due schieramenti e se il 4% attualmente attribuito ai futuristi non si riversa nella coalizione di centrodestra la sinistra vince nettamente. Quindi le conviene tenersi il Generale sperando solo di poterlo tenere sotto controllo e che il suo consenso non raggiunga le due cifre.
Non è quello che ci si può augurare per il futuro del Paese. Infatti, anche se alle prossime elezioni il partito di Vannacci ottenesse un risultato clamoroso questo non basterebbe per rimettere la destra e il Paese in carreggiata: non ci sono le condizioni sociali, politiche, culturali per un deciso cambio di rotta. Senza una palingenesi della società non c’è leader né partito che tenga. Vannacci può essere un segnale, nulla di più. Le rivoluzioni, quelle vere, che sono in realtà restaurazioni, partono dal basso e sono frutto di una maturazione collettiva, della quale al momento non c’è traccia.
P.s
Se per Salvini Vannacci è il traditore della Lega l’ineffabile Calenda si spinge oltre ed evoca il codice militare di guerra, che per fortuna non prevede più la fucilazione: Vannacci è un traditore della patria, una quinta colonna, un amico della Russia, con la quale purtroppo non siamo ancora in guerra ma, afferma il leader di Azione, nel 2027 ci presenteremo “per un’Europa armata a fianco degli ucraini”.
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Condivido la tua analisi sul declino della Lega e sulla possibile convergenza dei delusi nel partito di Vannacci. Nel mio commento all’articolo di Italo Armenti ho in pratica auspicato che non rimanga isolato in uno sterile personalismo il partito di Marco Rizzo, DSP. Gradirei un tuo intervento su tale articolo, per i suoi echi rispetto al tuo.