La guerra vigliacca dei droni: quando Mosca colpisce ciò che non può difendersi

C’è una parola che ormai ritorna ogni notte in Ucraina, rimbalzando tra sirene, finestre infrante e rifugi sotterranei: droni. Non sono strumenti militari ad alta precisione, non sono “armi intelligenti”, non sono nemmeno strumenti di guerra nel senso tradizionale. Sono, sempre più spesso, ordigni telecomandati per terrorizzare civili, colpire case, scuole, ospedali, centrali elettriche, asili. Prese di mira non perché utili dal punto di vista strategico, ma perché fragili.

La strategia è chiara: colpire ciò che non può rispondere.

Le notti ucraine sono diventate un rituale perverso. Arrivano i droni Shahed — iraniani nell’origine, russi nella mano che li guida — lenti, rumorosi, “economici”. Le difese ucraine fanno il possibile: li abbattono in volo, li intercettano, li disintegrano. Ma quando la Russia decide di lanciarne decine, a volte centinaia, uno passa sempre. E basta una sola detonazione per lasciare un palazzo carbonizzato, una famiglia distrutta, un inverno senza riscaldamento, una città al buio.

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Quella russa non è una guerra di posizione: è una guerra di logoramento morale, che punta a spezzare ciò che resta della quotidianità ucraina. Se non riesci a occupare il territorio, distruggi i tetti; se non sfondi al fronte, spegni le luci. È l’antica logica dell’assedio aggiornata con tecnologia low cost.

Di fronte a tutto questo, la propaganda del Cremlino costruisce la consueta narrazione tossica: “obiettivi militari”, “minacce alla sicurezza russa”, “provocazioni dell’Occidente”. Ma come si possono definire “minacce militari” un condominio, una maternità, un deposito di acqua calda, un convoglio di civili in fuga? L’unica minaccia per Mosca è l’esistenza stessa di un popolo che rifiuta di inginocchiarsi.

Colpire i civili non è una tragica conseguenza della guerra: è una scelta deliberata. E ogni drone abbattuto sopra a un parco giochi, ogni frammento finito su un autobus, ogni bambino costretto a dormire in cantina è la prova di quella scelta.

La verità è che oggi — come ieri a Grozny, come in Siria — il Cremlino usa la tecnologia per perfezionare la sua arma più antica: il terrore.

Eppure, nonostante tutto, l’Ucraina resiste. Resiste con i generatori, con le candele, con le batterie dei cellulari ricaricate nei rifugi. Resiste non per eroismo retorico, ma per la semplice volontà di vivere. In pace, in libertà, con una porta di casa che non esplode nel cuore della notte.

Chi bombarda i civili non sta combattendo una guerra: sta commettendo un crimine. E chi chiude gli occhi davanti a quei droni che attraversano la notte ucraina dovrebbe chiedersi per quanto tempo ancora potrà farlo senza che quella stessa oscurità arrivi a toccare anche lui.

Ентоні Eлегантний

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