La grande illusione di Renzi: quando Houdini si crede Fregoli e finisce per restare incatenato alla grazia di Minetti
La grande illusione di Renzi: quando Houdini si crede Fregoli e finisce per restare incatenato alla grazia di Minetti
La grazia alla tentatrice eterna fa saltare i piani dell’ex sindaco di Firenze, che da anni coltiva il sogno di fondersi con Forza Italia. Ma il partito azzurro, ancora in mano ai Berlusconi, non ha nessuna intenzione di farsi rubare la scena. E l’ultimo, bislacco caso giudiziario rischia di mandare in fumo ogni ambizione di rinascita centrista
C’erano una volta due maghi. Uno si chiamava Harry Houdini, l’altro Leopoldo Fregoli. Il primo era l’illusionista per eccellenza, capace di liberarsi da qualsiasi catena, di uscire da casseforti sigillate e camicie di forza. La sua arte era tutta interiore: sembrava intrappolato, ma in realtà aveva già trovato il modo di scappare. Il secondo, invece, era il trasformista, l’uomo dai mille volti, capace di cambiare aspetto, voce e identità in pochi secondi, lasciando il pubblico a chiedersi chi fosse davvero.

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Ebbene, Matteo Renzi, l’ex sindaco di Firenze che ha fatto della politica italiana un reality show personale, ha sempre creduto di essere le due cose insieme. Si è immaginato come Houdini, certo di potersi sciogliere da ogni vincolo, di poter incassare tradimenti e sconfitte e poi riemergere più forte di prima. Ma si è anche convinto di essere Fregoli, di poter cambiare maschera quando gli fa comodo: oggi il giovane rottamatore, domani il vecchio statista, dopodomani il leader del centro che strizza l’occhio alla Meloni e poi quello che abbraccia Schlein. Il guaio, per Renzi, è che la realtà di questi giorni lo ha smentito con una violenza clamorosa, inchiodandolo a una verità scomoda: non è né Houdini né Fregoli. È solo un politico che, come un vecchio diesel in salita, continua a battere in testa la stessa idea senza accorgersi che il mondo, intanto, è andato avanti. E che la sua benamata e malcelata ipotesi di fondersi con Forza Italia, magari per creare quella “Casa Riformista” di cui parla da mesi, si è infranta contro uno scoglio inaspettato. Lo scoglio si chiama Nicole Minetti, ma non solo. Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro e raccontare come, in questi giorni, la cronaca giudiziaria e quella politica si siano intrecciate in un groviglio degno delle migliori fiction.
La grazia che fa tremare i polsi: il caso Minetti
La notizia, sulla carta, sembra una di quelle che finiscono nelle pagine interne dei giornali, quelle che si leggono distrattamente al bar. Invece ha avuto l’effetto di una bomba ad orologeria. Nicole Minetti, nome che ai più evoca ancora le famigerate “cene eleganti” di Arcore, i processi Ruby, la carriera politica nata e morta all’ombra di Silvio Berlusconi, ha ottenuto dal Presidente della Repubblica, lo scorso 18 febbraio, la grazia presidenziale. La decisione, firmata da Sergio Mattarella su proposta favorevole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha di fatto cancellato una condanna definitiva a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato, pene che l’ex igienista dentale avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Il motivo, ufficialmente, è umanitario: Minetti avrebbe dovuto assistere e curare un minore adottato, affetto da una grave patologia, che necessitava di periodiche visite e terapie all’estero. Almeno stando a quanto dichiarato nella domanda di clemenza.
Peccato che il Fatto Quotidiano, con un’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi, abbia sollevato pesanti dubbi sulla veridicità di quelle dichiarazioni. Tanti dettagli, secondo il giornale, non tornerebbero. La reazione del Quirinale non si è fatta attendere: una lettera del Colle al ministero della Giustizia, nella quale si chiedono “con cortese urgenza” verifiche sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Una mossa inusuale, che ha messo in forte imbarazzo il Guardasigilli Carlo Nordio, già indebolito dalla sconfitta al referendum sulla giustizia, e ha scatenato le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. La Procura di Milano, intanto, ha aperto un’inchiesta e sta svolgendo accertamenti persino in Uruguay, dove Minetti e il suo compagno vivono per buona parte dell’anno.
Perché tutto questo dovrebbe interessare a Matteo Renzi, che di Minetti non è mai stato amico e anzi ha sempre guardato con sospetto al mondo azzurro? La risposta è semplice, e bislacca al tempo stesso: la grazia a Nicole Minetti, che è stata per anni una presenza fissa nel partito di Silvio Berlusconi, ha rimesso in discussione l’intero equilibrio di Forza Italia. E questo, per Renzi che sogna di fare un “partito semi-azienda” con gli azzurri, è un problema enorme.
Renzi e Forza Italia: il sogno segreto dell’ex premier
Per capire la portata dell’incastro, bisogna tornare a qualche mese fa, quando Renzi cominciò ad accarezzare l’idea di una grande operazione centrista. L’obiettivo, dichiarato in assemblee e interviste, era quello di creare una “Margherita 4.0”, un nuovo soggetto politico che si chiamerebbe “Casa Riformista” e che dovrebbe raccogliere i delusi del Partito Democratico, i moderati in fuga dalle polveri del M5S e, soprattutto, un pezzo di Forza Italia. L’idea, più o meno segreta, era che dopo la morte del Cavaliere, avvenuta ormai tre anni fa, il partito azzurro sarebbe entrato in una fase di declino irreversibile. Senza il fondatore, senza il capo carismatico, gli elettori moderati sarebbero rimasti orfani e pronti a farsi conquistare da un nuovo leader. E chi meglio di Renzi, con la sua esperienza di governo e la sua abilità mediatica, poteva interpretare quel ruolo?
Il problema è che Forza Italia, a tre anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi, non solo non si è sciolta, ma si è ricompattata intorno alla sua famiglia. Marina e Pier Silvio Berlusconi, i figli del fondatore, hanno preso in mano le redini del partito con una determinazione che pochi avevano previsto. Non sono scesi in campo direttamente, ma da quell’aprile 2026, quando si sono riuniti per quattro ore a Cologno Monzese con Antonio Tajani, hanno fatto capire che le decisioni importanti non passano più solo per il segretario. Tajani resta il leader, il volto pubblico, il ministro degli Esteri. Ma la “golden share”, il potere vero, è tornato stabilmente ad Arcore. A comandare sono i Berlusconi, con il loro patrimonio mediatico, i loro soldi, la loro rete di fedelissimi. E non hanno nessuna intenzione di cedere il partito a un ex rottamatore venuto dalla sinistra.
Tajani, il “bambolotto” che prende ordini?
E qui arriva la parte più umiliante per l’ex premier, quella che fa capire perché il paragone con Houdini e Fregoli risulta così grottesco. Perché di Renzi, a Forza Italia, non frega nulla. Anzi, per dirla tutta, i vertici azzurri lo considerano un fastidio, un nostalgico che non ha capito che i tempi sono cambiati. Antonio Tajani, che Renzi forse sperava di conquistare con promesse di alleanze e poltrone, è in realtà un fedelissimo dei Berlusconi. Va a prendere ordini da Marina e Pier Silvio come una volta li prendeva da Silvio. Forse, anzi, peggio di prima, perché oggi i figli del Cavaliere sono ancora più presenti, più esigenti, più intenzionati a dettare la linea. L’hanno dimostrato con il recente rimpasto ai vertici del partito: a maggio hanno sostituito il capogruppo alla Camera Paolo Barelli con Enrico Costa, una mossa decisa non da Tajani, ma dai vertici di Cologno.
Insomma, Tajani non è un alleato che Renzi possa conquistare. È un soldato che risponde ad altri. E i generali, quelli veri, non hanno nessuna intenzione di fare spazio a un ex sindaco di Firenze che, tra l’altro, con il loro fondatore ha avuto un rapporto conflittuale per anni. Berlusconi, si ricorderà, definiva Renzi un “caimano” e un “sborone”. E i figli, in fondo, la pensano uguale.
La legge del contrappasso: il campo largo che non c’è
Per capire l’ulteriore beffa, bisogna però guardare anche all’altro versante. Perché Renzi non ha solo fallito nel suo tentativo di conquistare Forza Italia. Ha anche fallito nel tentativo di farsi accettare dal campo largo, la coalizione di centrosinistra che pure lo ha accolto come socio minore. I sondaggi di questi giorni sono impietosi: Italia Viva stenta intorno al 2,4-2,5 per cento, appena un soffio sopra la soglia di sbarramento. E il campo largo, pur sommando Pd, M5S, Avs, Iv e +Europa, resta inchiodato al 45% contro il 46,4% del centrodestra. Non solo: la distanza è così risicata che Renzi e i suoi pochi parlamentari potrebbero fare la differenza, ma nessuno li considera davvero. Né la segretaria del Pd Elly Schlein, che guarda con sospetto all’ex premier e ai suoi continui ripensamenti, né Giuseppe Conte, che da sempre lo vede come un avversario. Conte, anzi, «recalcitrante in politica estera» e non solo, ha fatto della lotta a Renzi una bandiera.
Così Renzi si ritrova inghiottito in un limbo politico senza uscita. Non lo vuole il centro, perché Forza Italia gli è preclusa. Non lo vuole la sinistra, perché il Pd e il M5S lo considerano una quinta colonna. Persino i “cespugli” della coalizione, da Calenda a Magi, da Fratoianni a Bonelli, lo guardano con diffidenza, pronti a tradirlo al primo passo falso. È il paradosso di un ex premier che ha governato l’Italia e che oggi fatica a farsi ascoltare persino in un talk show. È l’incubo di un illusionista che, dopo aver sbaragliato tutti, si accorge che le catene non le ha mai tolte veramente. Di un trasformista che ha cambiato troppe maschere e, alla fine, ha dimenticato quale fosse il suo vero volto.
La morale in salsa di far west
La vicenda della grazia a Nicole Minetti, in apparenza così lontana dai ragionamenti politici di Renzi, è diventata il detonatore di una crisi più profonda. Perché ha dimostrato che Forza Italia, con i suoi scheletri nell’armadio e i suoi vecchi rituali di potere, non è affatto un partito in decomposizione, ma un organismo vivo, capace di resistere agli urti e di difendere i propri confini. E ha dimostrato che Matteo Renzi, nell’illusione di essere Houdini e Fregoli insieme, ha sottovalutato la forza dei morti che continuano a comandare. I Berlusconi, vivi o defunti che siano, tengono ancora in pugno il loro partito. E non lo molleranno a un rottamatore che ha già fallito una volta.
Renzi, per uscire da questo labirinto, dovrebbe inghiottire rospi amari. Dovrebbe accettare di fare il gregario in un centrodestra che non lo vuole, o il gregario in un centrosinistra che lo tollera a malapena. Dovrebbe smetterla di pensare a “Macigni” e “Leopoldine”, e magari occuparsi di cose più concrete, come le accise sulla benzina di cui parlano i giornali in questi giorni. Ma la politica italiana, si sa, è fatta di orgogli, non di pragmatismo. E l’orgoglio di Renzi, quella convinzione incrollabile di essere il più bravo, il più furbo, l’unico a poter salvare il Paese, rischia di essere la sua condanna. Come quella di Houdini, che morì non per un trucco sbagliato, ma perché si credeva invincibile. Come quella di Fregoli, che si perse nei mille volti e dimenticò chi era davvero. La morale, per i banfoni che preferirebbero una vacanza a Sharm El Sheik ma si accontenteranno di un fiumiciattolo a Ferragosto, è semplice: la politica è un circo, ma i clown, prima o poi, finiscono per far ridere solo se stessi. E Renzi, in questo circo, sembra proprio essersi dimenticato di essere solo una comparsa.
