La frana di Niscemi che da oltre 235 anni sta distruggendo il territorio: (aspetti geologici, responsabilità e condizioni future)

La frana di Niscemi che da oltre 235 anni sta distruggendo il territorio:
(aspetti geologici, responsabilità e condizioni future)

Il territorio di Niscemi è geologicamente fragile da tempo, con terreni composti principalmente da argille, marne e sabbie pliocenico-pleistoceniche, predisposti a fenomeni franosi complessi, specialmente quando saturi d’acqua dopo piogge intense.

Studio disponibile secondo le descrizioni fornite dai geologi, della Società Geologica Italiana (SGI), CNR-IRPI, università di Catania nei giorni immediatamente successivi all’evento (fine gennaio 2026).
Giorgio Cecchini, vicepresidente dell’Ordine dei Geologi siciliani, spiega cosa sta succedendo nella cittadina nissena e che legame c’è col maltempo dei giorni scorsi,

Nel marzo del 1790 Niscemi fu colpita da un evento che oggi definiremmo crisi geologica profonda:
il terreno si apriva e si richiudeva, le falde scomparvero, si udirono boati sotterranei, si sprigionarono fumi solforosi e dal suolo emersero coni di fango. L’aria era irrespirabile, il calore anomalo.

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Un notaio fu chiamato a registrare l’accaduto perché la popolazione temeva di non sopravvivere.
Quello che allora fu chiamato “casma” era in realtà un collasso del sottosuolo legato a gas, falde e strati gessosi instabili.
Oggi, 235 anni dopo, Niscemi rivive lo stesso schema.
La frana di questi giorni non è un episodio isolato, né una fatalità: è la riattivazione dello stesso sistema fragile.
La città poggia su terreni argillosi, gessosi e fratturati, attraversati da acqua e gas profondi.
Quando cambia la pressione per piogge intense, scavi, urbanizzazione o captazioni idriche, il sottosuolo cede.
Stesso territorio.
Stessa dinamica.
Stesso pericolo.
Nel 1790 il suolo si spezzò.
Nel 1997 si riattivarono le fratture.
Nel 2026 la terra torna a muoversi.
La differenza non è nel fenomeno, ma nel modo in cui viene raccontato:
ieri si scriveva per “memoria futura”, oggi si parla di “evento eccezionale”.
Ma non lo è.
Niscemi è un territorio geologicamente attivo.
Finché non verrà riconosciuto e messo in sicurezza ed evaquato tutto il paese a livello profondo, ogni frana sarà solo l’anticamera della prossima.

1. Natura dei terreni:
L’area è dominata da argille plioceniche (deposte tra circa 5,3 e 2,6 milioni di anni fa), marne (argille + carbonato di calcio), argille sabbiose e, in profondità, livelli gessosi/evaporitici.
Sopra c’è spesso uno strato sabbioso-arenaceo (piastrone arenaceo-sabbioso) che poggia su argille impermeabili/grigiastre.
La colorazione della parete franata (giallo sabbioso alternato a grigio argilloso) è un segno classico citato da più geologi (es. Giuseppe Collura, Sigea).
Le argille, una volta sature, perdono drasticamente resistenza al taglio (fino al 50–70%), favorendo scivolamenti su pendenze moderate. È un contesto tipico della Sicilia centro-meridionale.

2. Ruolo delle precipitazioni:
L’innesco principale è attribuito alle piogge intense e prolungate (legate al ciclone Harry e alle perturbazioni di gennaio 2026), con infiltrazione profonda, aumento della pressione interstiziale e saturazione.
Non serve un nubifragio estremo: basta accumulo idrico prolungato per attivare meccanismi classici nelle argille siciliane.
3. Tipo di frana:
Le descrizioni convergono su una frana di tipo complesso, con prevalenza di scivolamento roto-traslazionale lento (o roto-traslativo).
– Componente rotazionale nella parte alta (superficie curva a “cucchiaio”, rotazione attorno a un punto, crepe arcuate, sprofondamento in testa e sollevamento alla base).
– Componente traslazionale più in basso (scivolamento in blocco verso valle lungo piani più piatti).
È una riattivazione parziale di una frana preesistente (1997), con fronte esteso (fino a oltre 4 km), scarpate >20 m in alcuni punti, e avanzamento progressivo verso sud (direzione Gela/piana).
Segnali: crepe, abbassamenti, deformazioni stradali (SP12 chiusa già dal 16 gennaio), boati percepiti dalla popolazione.

4. Fattori antropici confermati:
Urbanizzazione sul ciglio, carichi aggiuntivi, possibili perdite idriche/fognarie, drenaggi insufficienti e impermeabilizzazione alterano il bilancio idrico, accelerando l’evoluzione (non causa primaria, ma amplificatrice). Molti esperti sottolineano che dopo il 1997 non ci sono stati interventi strutturali significativi sul versante.
5. Inquadramento geologico regionale:
La Sicilia centro-meridionale è tra le zone più franose d’Italia, con spessori argillosi enormi, tettonica compressiva (pieghe, faglie), monoclinali con inclinazione 5–15° verso sud, e pendii naturalmente predisposti a scivolare. Niscemi sorge su un altopiano argilloso che “cede” verso valle da millenni.

6. Cosa serve ora:
– Le indicazioni degli esperti (SGI, CNR, Protezione Civile, geologi catanesi) coincidono:
– Priorità assoluta:
Ridurre l’acqua nel pendio (drenaggi profondi, sub-orizzontali, canalizzazioni superficiali).
– Monitoraggio continuo (inclinometri, GPS, radar satellitare interferometrico/SAR, droni).
– Alleggerimento carichi in sommità, consolidamenti localizzati solo dopo stabilizzazione idraulica.
– Evacuazioni e zona rossa ampliata (oltre 1.500 sfollati, case probabilmente da demolire in alcune porzioni).
Molti sottolineano che senza interventi radicali (inclusa possibile delocalizzazione parziale) il rischio persiste, dato il carattere “inarrestabile” del processo geologico in evoluzione.
Purtroppo, la mancanza di interventi preventivi e la carta geologica dettagliata mancante (non esiste alla scala 1:50.000) hanno aggravato l’impatto.
Ecco i principali elementi che confermano l’esistenza di conoscenze pregresse:
– Frana del 12 ottobre 1997
Nella stessa area attuale (o molto vicina) si verificò un evento franoso analogo, descritto come riattivazione parziale nel 2026.
Questo dimostra che il fenomeno non è nuovo e che già allora era stato osservato e presumibilmente studiato/rilevato.
– Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) della Sicilia del 2006
Il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) della Regione Sicilia è uno strumento di pianificazione territoriale approvato nel 2006 (con decreto del Presidente della Regione Siciliana n. 376 del 2006), finalizzato a identificare, classificare e gestire i rischi idrogeologici e geomorfologici, come frane, alluvioni e erosioni.

Si basa su studi geologici, geomorfologici e idraulici condotti su tutto il territorio regionale, dividendo la Sicilia in bacini idrografici e mappando le aree a rischio. Le mappe del PAI sono integrate nel Sistema Informativo Territoriale Regionale (SITR), accessibile tramite il Geoportale della Regione Sicilia (https://www.sitr.regione.sicilia.it/geoportale/)
dove sono disponibili come layer GIS interattivi o scaricabili in formati vettoriali (shapefile) e raster.
Struttura e Contenuti delle Mappe PAI:
Le mappe sono organizzate in scale variabili (da 1:50.000 a 1:10.000 per dettagli locali) e includono:
– Carta della Pericolosità: Classifica le aree in base al grado di instabilità geologica. I livelli sono:
– P1: Bassa pericolosità (eventi rari o di bassa intensità).
– P2: Media pericolosità.
– P3: Elevata pericolosità.
– P4: Molto elevata pericolosità (zone con fenomeni attivi o riattivabili, come frane complesse su terreni argillosi).
Per le frane, si distinguono tipi come rotazionali, traslazionali, colate, ecc., con delimitazione dei corpi franosi (testa, corpo, piede) e superfici di scorrimento.
– Carta del Rischio: Combina la pericolosità con gli elementi esposti (abitazioni, infrastrutture, popolazione). I livelli sono:
– R1: Basso rischio.
– R2: Medio rischio.
– R3: Elevato rischio (possibili danni gravi a cose e persone).
– R4: Molto elevato rischio (possibili perdite di vite umane, danni irreparabili).
Queste carte includono vincoli urbanistici: nelle zone R4 è vietata qualsiasi nuova costruzione, con obbligo di interventi di mitigazione.
– Altri Layer: Mappe di vincoli idrogeologici, siti di attenzione (aree monitorate per instabilità), reticolo idrografico, e integrazioni con dati ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per aggiornamenti nazionali.
Le mappe sono state aggiornate nel tempo: ad esempio, nel 2022 un decreto dell’Autorità di Bacino ha rivisto alcune classificazioni basandosi su eventi recenti (come smottamenti del 2019), elevando il rischio in zone specifiche e introducendo “siti di attenzione” per monitoraggi prioritari.

Focus su Niscemi nelle Mappe PAI:
L’area di Niscemi (provincia di Caltanissetta) è mappata come una delle zone più critiche della Sicilia centro-meridionale, a causa della sua geologia argillosa e della storia di instabilità (frane note dal 1790 e 1997). Nel PAI del 2006:
– La frana principale è etichettata con la sigla 077-2NI-079, descritta come una frana complessa attiva (tipo roto-traslazionale), estesa su circa 4 km di fronte, con coinvolgimento del costone meridionale dell’abitato.
– Pericolosità: P4 (molto elevata) per l’intero corpo franoso, dovuto a terreni argillosi pliocenici predisposti a saturazione idrica e scivolamenti.
– Rischio: R3-R4 (elevato-molto elevato) per le strade (es. SP12 e SP10) e le abitazioni sul coronamento (ciglio superiore della frana). Questo implica vincoli stretti: dal 2007 vige il vincolo geologico R4, con divieto assoluto di edificazione e obbligo di evacuazione in caso di attivazione.
L’aggiornamento del 2022 ha confermato e innalzato questi livelli, basandosi su sopralluoghi post-2019 (frane minori lungo le provinciali), classificando Niscemi come “sito di attenzione” per dissesto geomorfologico. La frana del gennaio 2026 è una riattivazione parziale di questa mappatura preesistente, con il fronte che ha arretrato di decine di metri, interessando oltre 1.500 residenti.
Come Accedere alle Mappe
– Geoportale SITR:
su https://www.sitr.regione.sicilia.it/geoportale/ e cerca “PAI” o “frane Niscemi”. Puoi visualizzare layer interattivi (es. “Pericolosità da Frana PAI”, “Rischio Idrogeologico PAI”) sovrapposti a mappe base (ortofoto, topografiche). Per Niscemi, zoomma sulle coordinate approssimative (37.146° N, 14.393° E) per vedere la delimitazione rossa/arancione delle zone P4/R4.
– Download:
Dal portale, scarica dataset gratuiti (es. shapefile delle frane attive) o consulta il catalogo open data della Regione Sicilia.
– Fonti Aggiuntive:
ISPRA fornisce mappe nazionali integrate (https://www.isprambiente.gov.it/…/risch…/mappe-nazionali), con Niscemi inclusa nelle aree ad alto rischio franoso della Sicilia.
Purtroppo, come noto da esperti, manca una cartografia geologica dettagliata alla scala 1:50.000 per l’area, che avrebbe potuto migliorare la prevenzione.
L’area era già classificata ad alta pericolosità (P4, molto elevata) e con rischio R3-R4 (elevato-molto elevato) per alcune strade e abitazioni sul coronamento della frana.
Il PAI si basa su studi geologici e geomorfologici precedenti al 2006, che mappavano le zone instabili.
7. Responsabilità amministrative:
Sono state evidenziate responsabilità trasversali (locali per urbanistica/vincoli non rispettati, regionali per fondi non spesi/prevenzione, nazionali per inerzia sistemica).
Non è “fatalità”, ma mix geologico + antropico + omissioni.
La Procura chiarirà profili penali; politicamente, è scontro (opposizione accusa Governo/Regione, maggioranza punta su emergenza/ricostruzione). Priorità ora: sfollati (1.500+), monitoraggio, delocalizzazione parziale.
Situazione attuale (28 gennaio)


La maggior parte degli sfollati sono rifugiati da familiari; pochi al palazzetto, allestito dalla Protezione civile di Caltanissetta.
Frana: ancora attiva, fronte 4 km, “canyon” con pareti fino a 50 m, arretramento continuo.
Prossimi passi: monitoraggio continuo (GPS/inclinometri), piano ricollocazione, inchiesta per disastro colposo aperta dalla Procura di Gela.
Purtroppo, nonostante il PAI lo segnalasse da anni, gli interventi preventivi sono mancati.
Ora si punta su evacuazione, aiuti economici e delocalizzazione.
– Eventi storici lontani
Nel marzo 1790 Niscemi fu colpita da una grave crisi geologica (descritta come “casma”), con aperture e chiusure del terreno, boati, fumi solforosi e coni di fango, legata a instabilità del sottosuolo (probabilmente collassi carsici o legati a evaporiti gessose). Fenomeni simili indicano una fragilità nota da secoli.
– Documenti tecnici e relazioni geologiche
Esistono relazioni geologiche ufficiali (ad esempio per interventi su strade provinciali come la SP12, datate almeno al 2019) che descrivono il contesto geologico dell’area, inclusi affioramenti di argille marnose, sabbie e fenomeni di dissesto attivi preesistenti (frane a valle del cimitero, vecchie cave, ecc.).
– Contesto del MUOS
Già negli anni 2010-2015 (durante le controversie sulla base), comitati e perizie denunciavano la fragilità geologica e idrogeologica dell’altopiano, basandosi su studi e documentazione pubblica preesistente.
Esiste un documento ufficiale e non contemporaneo all’evento di Niscemi datato marzo 1790: si tratta di una relazione stampata intitolata:
“Relazione del casma accaduto in marzo 1790 presso a S. Maria di Niscemi, nel Val di Noto in Sicilia”, scritta dal cavaliere Saverio Landolina Nava (noto naturalista e antiquario siracusano dell’epoca, patrizio di Siracusa).
Questo testo fu pubblicato a Napoli nel 1792 (o in edizioni successive intorno al 1794) dall’editore G. Tardano, e in alcune versioni è indicato come terza edizione o con una prefazione/introduzione di Giovanni-Enrico Bartels (un medico/repubblicano di Amburgo che ne curò una pubblicazione). Si tratta di un opuscolo di circa 40 pagine in formato in-8°.
Il documento descrive esattamente i fenomeni che hai menzionato:
– aperture e chiusure del terreno,
– boati sotterranei,
– emanazione di fumi solforosi,
– formazione di coni di fango (simili a piccoli vulcanetti di fango),
– scomparsa delle falde idriche,
– instabilità generale del suolo, che all’epoca fu chiamato “casma” (termine usato per indicare voragini o sprofondamenti improvvisi).
Landolina Nava, che era un osservatore scientifico dell’epoca (si occupava di geologia, mineralogia e antichità), redasse questa relazione probabilmente su incarico o per interesse naturalistico, e fu diffusa come resoconto “ufficiale” dell’accaduto, simile a come si facevano le relazioni sui terremoti o eruzioni.
In sintesi, non è un caso isolato del 2026: la zona era già mappata come a rischio elevato nei piani di bacino dal 2006, con un precedente importante nel 1997 e segnali di instabilità noti da oltre due secoli. Gli studi odierni (post-frana 2026) si inseriscono su una base di conoscenze pregresse, anche se purtroppo non sempre sufficienti a prevenire l’impatto sulle abitazioni.
Molte cronache e post recenti sulla frana del 2026 citano proprio questo documento del 1790 (spesso riprendendo la descrizione quasi parola per parola), confermando che è la fonte primaria storica per quell’evento.
Bisogna tenerne conto e diffondere questa notizia, per ripartire da questa per uno studio attuale e contemporaneo, ricostruendo la cartografia odierna, per la mancanza di cartografia ufficiale.

https://openlibrary.org/…/Relazione_del_casma_accaduto…

1 febbraio  2026

Paolo Bongiovanni
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