LA FORZA DEL NUMERO (II)
Premessa: le notizie provenienti da un fronte di guerra vanno sempre prese con precauzione, in quanto i due belligeranti fanno filtrare -o tacere- quanto è loro conveniente. La situazione con il conflitto in Iran non è molto differente da quella vigente nell’ultima guerra, quando chi cercava notizie non distorte dal regime italiano, ascoltava Radio Londra, che tendeva però a magnificare le azioni delle forze avverse.

Famiglia in trepido ascolto di Radio Londra. Si cercava la “verità” dal nemico, quasi fosse l’oracolo e non anch’essa una fonte di parte
Passiamo ora da un meteorite ad un missile ipersonico. A velocità superiori a 5-10 Mach, anch’esso produce il fenomeno visto per il meteorite, formando davanti e intorno a sé un plasma che lo avvolge come una corazza, rendendolo invisibile ai radar che scannerizzano il cielo. Inoltre, è manovrabile, non presentando così una traiettoria individuabile, ma erratica (loitering). Qualora riuscisse ad arrivare a quota 0, evitando le griglie di protezione del complesso portaerei-cacciatorpediniere, anche se non contenesse alcun esplosivo, la sua forza d’urto sarebbe simile a quella prodotta dal meteorite, naturalmente in misura ridotta, ma sufficiente a trapassare il bersaglio, come una portaerei, parte a parte, spezzandola in due e causandone l’istantaneo affondamento.


Una portaerei, vista sullo sfondo dell’oceano, non rende conto delle sue dimensioni. Ma se guardiamo l’immensità della sua coperta ci rendiamo conto della megalomania della nazione che l’ha concepita, allo scopo di poter spostare un lembo del suo territorio ovunque nel mondo, per poterlo meglio dominare. Tuttavia, la sua grandezza e la concentrazione di valori la rende anche il bersaglio più ambito

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Teniamo presente che, oltre al suo valore intrinseco, una portaerei è come una città galleggiante, con cinquemila uomini di equipaggio e dozzine di sofisticati fighter jets, vanto dell’aeronautica americana, del valore di ca. $ 100 milioni ciascuno. La perdita economica e di vite umane per un suo affondamento sarebbe quindi catastrofica.
Battaglie come questa vengono definite simmetriche, nel senso che le parti in conflitto utilizzano mezzi di distruzione tecnologicamente ed economicamente simili. Ma, come accennato in apertura, i sonni dei tecnici del Pentagono sono molto più disturbati da scenari asimmetrici, trovandosi, nella guerra in Iran, a dover combattere ad armi impari, e dai costi estremamente sbilanciati. E, in una guerra, i costi dell’una e dell’altra parte non possono essere drammaticamente divergenti, come invece sta accadendo nei cieli sopra il mare antistante le coste iraniane. Tanto per intenderci: se il rapporto dei costi veleggia intorno a 1:100, la guerra diventa insostenibile. Il bullo yankee e il suo persuasore di Tel Aviv, partiti con l’arroganza di chi crede di affrontare una pulce, si sono trovati ad affrontarne stormi, un po’ come il leone alle prese con un branco di iene sghignazzanti.


La forza del branco
Gli iraniani, infatti, consapevoli di costituire la preda per eccellenza di USA e Tel Aviv, non sono rimasti con le mani in mano e per decenni si sono preparati alla grande sfida.
Mentre gli USA continuavano a fabbricare enormi portaerei e relative navi ausiliarie, colmando il pianale di lancio di dozzine di fighter jet sempre più sofisticati e costosi, appesantendo i bilanci del Pentagono oltre ogni misura, per inseguire il sogno della loro onnipresenza su qualsiasi teatro di crisi, gli iraniani, nell’ombra di tunnel scavati nel cuore delle montagne per decine di km, onde proteggersi da future aggressioni, implementavano la costruzione in serie di “umili” droni, fatti di plastica e vetroresina, del valore di poche migliaia di dollari, di bassa velocità, e dotati di una carica esplosiva comunque temibile, con l’obiettivo principale di confondere gli apparati radar nemici grazie al loro numero e ai diversi angoli di attacco, per preparare la strada all’entrata in azione di ben più aggressivi missili, dosati a seconda del valore del bersaglio.

Missili iraniani prodotti col criterio della catena di montaggio, qui allineati in una galleria e pronti per l’impiego. La loro forza è nel numero, offuscando i cieli per confondere i radar di difesa, previsti per l’individuazione di singoli missili, i quali poi seguiranno, trovando la strada aperta

L’immagine dà l’idea di uno stormo di droni in arrivo sul bersaglio. L’immagine rende solo l’idea della loro quantità, ma non le differenti angolazioni di arrivo e la loro manovrabilità. I radar di difesa vengono disorientati e non risultano in grado di intercettarne se non una frazione. Questa invasione scomposta viene definita, nel gergo militare americano, “saturation war”
Ciò premesso, la leggenda di impenetrabilità degli strati protettivi avvolgenti qualsiasi tipo di materiale bellico, sia navale che aereo, è stata ripetutamente smentita dal successo della saturation war, ossia la saturazione del cielo da parte di stormi di droni erratici.
Il principio si estende dalle portaerei ai costosi F35 fighter jet che fanno mostra di sé sulle portaerei stesse. Considerati invisibili (stealth) al fuoco nemico, più d’uno di essi è stato abbattuto da missili iraniani, andando ad aggiungersi ad altri tre, abbattuti dal fuoco amico in Kuwait. Anche altri aerei “sentinella” o cargo hanno fatto la stessa fine.
L’ultimo evento riguarda una coppia formata da un F15E e l’aereo che lo precedeva: un EA-18G Growler. Quest’ultimo ha soprattutto una funzione jamming, ossia di disturbo dei radar nemici, permettendo al fighter jet di svolgere la sua missione di attacco, evitando di venire intercettato e colpito. Nell’episodio in esame, il Growler aveva preparato un corridoio di 40 km esente da interferenze radar iraniane, nella convinzione di risultare invisibile assieme al suo protetto F15E. La contraerea iraniana, invece, ha colpito dapprima il Growler e, di conseguenza, l’F15E, privo di jamming protettivo.

Un EA-18G Growler in fase di partenza. Dotato dei più sofisticati e recenti apparecchi per la schermatura radar (jamming) svolge funzioni di spianare la strada ad altri jet più adatti ad attacchi diretti
Se aggiungiamo a quanto detto sinora, anche la distruzione di aerei a terra nelle basi USA del Golfo, e di jet israeliani nei loro hangar, colpiti con estrema precisione dai missili iraniani, emerge in tutta evidenza il costo immenso che questa guerra sta costando sia agli USA che a Israele, che naturalmente lo nascondono ai propri cittadini, già oberati da un’inflazione crescente e dalla soppressione delle residue forme di welfare.
Di conseguenza, è in atto una profonda revisione dei criteri bellici da parte del Pentagono: se materiale dai prezzi stellari finisce col fungere, anziché da deterrente, da ghiotto ed aggredibile bersaglio per il nemico, che senso ha continuare lungo una strada, inaugurata nel lontano 1942, che sta rivelandosi inadeguata sugli odierni campi di battaglia?
La guerra all’Iran ha portato alla luce tutti i punti deboli della marina e dell’aviazione americana e israeliana. Sotto questo punto di vista, è servita a passare dalla teoria di generali a tavolino alla pratica di un nemico rivelatosi ben superiore alle supponenti aspettative. Tanto da ingenerare un’aperta insubordinazione dei generali contro le follie da stratega in erba di Donald Trump. Ma cambiare registro richiederà anni di profondi cambiamenti, mettendo alla fonda le ingombranti portaerei e nei depositi hangar molti aerei considerati gioielli della moderna tecnologia.

Quasi non bastasse lo Stretto di Hormuz, a ridurre il transito navale, lo stesso stillicidio è pianificato per lo Stretto di Bab El-Mandeb, con l’entrata ufficiale in guerra degli Houti yemeniti
La svolta è stata già annunciata dai massicci ordini di droni a fabbriche americane, con relativo balzo in borsa dei loro costruttori, nonché dall’interruzione di programmi sin qui seguiti, per sostituirli con altri, come ad es. i progetti di sottomarini senza equipaggio, a indicare il nuovo indirizzo degli strateghi del Pentagono. Di conserva, dovranno cambiare anche i corsi di addestramento di tanti specialisti, non più richiesti. Insomma, un cambio epocale in tanti settori militari.

La lezione di questa guerra asimmetrica non finisce qui: è stata infatti una palestra non simulata anche per altre nazioni, belligeranti non dichiarate, come Cina e Russia, che hanno surrettiziamente fornito supporto logistico e materiale all’Iran, usato anche come banco di prova proxy di armi sin qui rimaste inerti nei loro arsenali. La Cina sta prendendo nota, in vista del prossimo attacco a Taiwan. La Russia viene ampiamente ripagata del suo supporto, anche finanziario, col prezzo del petrolio in netta salita, grazie alla messa in opera di un altro espediente da parte dell’Iran: la chiusura dello stretto di Hormuz, con la minaccia di cannoneggiare le navi di nazioni “sgradite” e la ventilata posa di mine, spingendo a titolo cautelativo le grandi compagnie di assicurazioni navali, come il Lloyd di Londra, a sospendere la copertura. Risultato: un ammasso di petroliere e portacontainer bloccate all’imbocco dello stretto. Uno dei tanti strattagemmi che gli strateghi di USA e Israele non avevano minimamente preventivato. Così come non avevano preventivato che il nerbo mobile della loro flotta, marina e aerea, non fosse così stealth (invisibile), come da manuali bellici, da considerarsi ormai obsoleto. L’ultima amara scoperta ha riguardato una delle ciclopiche “fortezze volanti” B52, che ha potuto essere tranquillamente osservata dal nemico per quasi un’ora, a titolo di prova.

Un B52, il cui nome echeggia nelle orecchie di quanti -come chi scrive- ne videro rombanti stormi in azione sulle città italiane durante l’ultima guerra. Nella loro versione aggiornata dovrebbero risultare invisibili ai radar, ma la tecnologia cinese, prestata all’Iran, apre una breccia nel loro involucro protettivo. Al pari degli F35 e di tanti dome protettivi, dimostratisi invece perforabili dal fuoco nemico
Tutte queste scoperte sulla propria vulnerabilità, a dispetto del cumulo di tecnologie incorporate negli anni, hanno dato l’avvio nel Pentagono a concitate riunioni di specialisti delle varie branchie per tracciare una percorribile via d’uscita dal ginepraio iraniano.
È curioso notare come le tecnologie di base circolino tra nazioni: i droni SHAHED-136 sono stati sviluppati autonomamente dall’Iran. Visti i suoi brillanti risultati nella saturation war contro le elefantesche e super tecnologiche armi americane, l’Iran ne ha ceduto la fabbricazione alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. A sua volta quest’ultima sviluppò sul campo degli anti-droni che risultarono molto efficaci nell’intercettare i droni russo-iraniani. Tanto efficaci che Zelensky s’è offerto ai Paesi del Golfo per la vendita di questi anti-droni, per rintuzzare gli attacchi iraniani sui loro territori, in quanto ospitanti basi USA. Quindi gli originali SHAHED-136, nati in Iran, hanno promosso la tecnica ucraina per abbatterli, finendo così per ritorcersi contro l’Iran stesso. In tal modo la guerra in Ucraina e quella in Iran hanno finito per adottare e sviluppare tecnologie affini e imprevedibili all’inizio delle ostilità.

Produzione in serie di droni GERAN-2 russi, modificati dagli originali iraniani SHAHED-136
Un’ultima considerazione: la dislocazione protratta in mari lontani delle colossali portaerei ha comportato ferme protratte fino a un anno per oltre 5000 uomini, che infatti hanno dato inequivocabili segnali di insofferenza e calo di morale; tant’è che sulla USS Gerald Ford, ultimo gioiello uscito dai cantieri navali, s’è sviluppato un incendio imputabile, non tanto ai colpi nemici, quanto a vandalismo interno. Un incendio, peraltro, che ha denunciato come tante presunte misure di sicurezza abbiano data pessima prova di funzionamento, causando addirittura lo spostamento della nave stessa in un bacino greco per riparazioni della durata prevista di parecchi mesi.
Commento conclusivo: questa guerra non ha fatto che confermare quanto gli USA soffrano di dipendenza ricattatoria da parte di Israele, il quale si configura a tutti gli effetti come il loro 51° Stato, incuneato in un territorio ostile ed esplosivo come l’Asia Minore, esasperando le stesse mire espansionistiche di Washington, confermandone la vera natura di nazione canaglia (rogue State) e guadagnandosi appieno l’infamante nomea da loro stessi applicata agli Stati indisponibili a diventare loro docili vassalli.Non posso quindi che condividere l’esortazione di tanti leader mondiali, a cominciare da Russia e Cina, a disarmare Israele in quanto principale attentatore alla pacifica convivenza dei popoli della Terra: è dal 1948 che si allarga a macchia d’olio, massacrando senza pietà i popoli confinanti, all’inseguimento della Grande Israele.
Marco Giacinto Pellifroni 12 aprile 2026