LA FORZA DEL NUMERO (I)
Oggi mi propongo di entrare un po’ più addentro a ciò che sta succedendo in terre e mari geograficamente lontani, ma gravido di conseguenze per la nostra economia e, in prospettiva, sicurezza. Cercherò di analizzare i rapporti di forza tra la nazione aggredita, l’Iran, e le soverchianti armate nemiche, che da quarant’anni vagheggiavano questa guerra: il duo yankee-sionista.
In un mio passato articolo avevo anticipato che il concetto di kolossal, tanto caro agli americani, in quanto sprigionante l’idea di invincibilità, debba cedere il passo a ridimensionate strategie belliche. Infatti, le gigantesche portaerei, tuttora ispirate ad un concetto di guerra di 80 anni fa, sono oggi come calamite che attirano le pagliuzze di ferro. E i tecnici e gli strateghi del Pentagono stanno cominciando a rendersene conto.

La ciclopica portaerei ricorda un antico maniero, al centro di mura e fossati difensivi: internamente sofisticati apparati difensivi, elettronici e strutturali, all’esterno cerchie di navi-corazza, anch’esse provviste di sistemi anti-missili e droni, a creare una sorta di arcipelago galleggiante e impenetrabile
Una qualunque delle 11 portaerei americane, della stazza di 100.000 ton, del costo tra i $ 6 miliardi e i $ 18 miliardi, mosse da 2 reattori nucleari in grado di produrre elettricità per anni, senza scalo, rappresenta il bersaglio più eclatante e quindi il più ambito in una guerra navale. Ma proprio a causa di questo, ogni esemplare si è dotato di sistemi protettivi sempre più tecnologicamente avanzati e in continuo, spasmodico aggiornamento, per rintuzzare sistemi di offesa sempre più sofisticati.
Ci sono, innanzitutto, tre griglie aeree del diametro di centinaia di km attorno alla portaerei e alle sue navi protettive, adibite a intercettare e neutralizzare qualsiasi attacco dal cielo: hanno sigle SM2, SM6 e ESSM. I missili in arrivo dal cielo devono riuscire a superare queste tre griglie, ossia il fuoco congiunto di missili sparati dai cacciatorpedinieri di scorta. Qualora qualcuno ci riuscisse, dalla portaerei il cannoncino meccanico Gatling sputerebbe una valanga di proiettili di acciaio al tungsteno in tutte le direzioni, quasi a oscurare il cielo (v. paragone con la battaglia di Platea nell’immagine sottostante). Si tratta dell’ultima, disperata difesa, con un grande limite: la quantità finita di proiettili, che viene esaurita nel giro di pochi secondi e deve essere ricaricata manualmente durante qualche spasmodico minuto, con gli uomini esposti al pericolo incombente dei missili nemici in arrivo.

La battaglia di Platea (479 a. C.), nella quale, nonostante la disparità numerica, i Greci a dispetto del numero ben più esiguo, sconfissero definitivamente il gigantesco esercito dell’Impero persiano capeggiato dal “Gran Re” Serse, i cui dardi “oscuravano il cielo” (Erodoto). [VEDI] Oggi i numeri sono invertiti e sono i persiani odierni (gli iraniani) ad indossare i panni -e l’astuzia- dei Greci di allora per affrontare, pur orbati di aviazione e marina, l’Impero americano e il suo alleato e persuasore israelita

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Questo tipo di guerra navale risente del retaggio di sistemi difensivi dei decenni successivi alla fine dell’ultima guerra, con forze in conflitto di tipo paritetico: si usano da entrambe le parti missili del valore di milioni di dollari ciascuno, sia come difesa che come attacco. Sino a pochi anni fa, i missili erano tutti balistici, ossia seguivano la traiettoria parabolica tipica di un mortaio. Negli ultimi anni, ai sofisticati sistemi difensivi si sono di pari passo affiancati missili, altrettanto costosi, viaggianti però a velocità ipersoniche, ossia a velocità di molto superiori alla velocità del suono (Mach, ossia 1.234 km/h). Nel caso di missili ipersonici, la velocità minima è di 5 Mach. Senza entrare nel dettaglio dei tanti missili sfornati di recente dalle maggiori potenze, raffrontiamo la fisica di un missile balistico con quella di un missile ipersonico medio.
I missili balistici, anche intercontinentali, vengono lanciati con un certo angolo rispetto alla verticale, escono dall’atmosfera per entrare nell’esosfera, oltre i 700 km e fino a 1.200 km di altitudine, dove l’aria è estremamente rarefatta e le temperature superano i 1000°C; poi rientrano nell’atmosfera a velocità maggiorate dall’attrazione gravitazionale, ma in parte rallentate dall’attrito con l’aria, sempre più densa. La loro traiettoria parabolica è definita già in partenza, facilitando le operazioni di intercettazione.

Missile ipersonico Kinzhal russo, visibile sotto la pancia del suo vettore MIG 31-K.
I missili ipersonici, al contrario, non hanno una traiettoria definita in partenza, sono manovrabili e pressoché invisibili. Per giunta, la fisica nei loro dintorni è totalmente diversa da quella che contorna un missile balistico. Se vengono proiettati oltre l’atmosfera, il loro rientro avviene a velocità estreme, oltre 20 Mach, all’interno di una bolla di plasma incandescente, dove la fisica dell’aria si fonde con la chimica nucleare e dei plasmi, richiedendo materiali capaci di gestire temperature superiori a quelle di fusione dell’acciaio, come ceramiche avanzate, tipo carburo di afnio o zirconio. Come di vede le difficoltà da affrontare al crescere della velocità aumentano in misura esponenziale. Faccio qui un esempio più alla portata della nostra esperienza. Se una persona si tuffa maldestramente in acqua di pancia da una certa altezza e quindi con una certa velocità, il suo corpo è come se non trovasse affatto la stessa acqua che docilmente si farebbe da parte con un tuffo di testa o “a soldatino”; trova invece l’equivalente di un corpo solido, in quanto la velocità d’impatto e la superficie di contatto è tale che l’onda d’urto non riesce a propagarsi lateralmente ma in verticale, e solo dopo qualche frazione di secondo accoglie il corpo in caduta. Se l’altezza e quindi la velocità di caduta sono eccessive, possono provocare persino la morte.

Cratere di Barringer, Arizona. Sono calcolate le dimensioni del meteorite che lo produsse ca. 50.000 anni fa: 50 metri di diametro, sufficienti a produrre un cratere di 1,2 km di diametro e 170 metri di profondità, rilasciando un’energia pari a 600 bombe atomiche tipo Hiroshima. L’elevatissima energia cinetica generata dall’altissima velocità, di almeno 50 Mach, ha sopperito ampiamente all’assenza di esplosivo
Spostiamoci dall’esempio precedente all’impatto devastante di un meteorite che cade sulla Terra. La sua velocità può raggiungere e superare i 60.000 km/h (oltre 50 Mach), a seconda anche dell’angolo di inclinazione dell’impatto.
Se il meteorite è abbastanza voluminoso da non disintegrarsi al contatto con l’atmosfera, raggiunge la Terra con una violenza inaudita; e durante il tragitto la sua velocità accelerata presenta il fenomeno del tuffatore suaccennato, ma enormemente maggiorato e con una connotazione fisica sua peculiare. Infatti, nella sua caduta comprime l’aria davanti a sé, che non ha il tempo di spostarsi lateralmente, formando quindi un blocco compatto davanti al meteorite, strappando gli elettroni dalle molecole d’aria e formando un plasma surriscaldato e ionizzato.
CONTINUA
Marco Giacinto Pellifroni 29 marzo 2026