La fabbrica del lucido (per ipocrisie): un viaggio satirico nella cucina della Rai tra selfie, intercettazioni, dee vendicatrici, improvvise vocazioni politiche e camicie bianche sbottonate
Un giornalista vittima di un attentato surreale, un imprenditore che confessa un “lancio politico” a sua insaputa, due milleduecento articoli, una valanga di intercettazioni e chat private, una Rai che – come una macchina del lucido – trasforma tutto in narrazione unica, e ora la rivelazione: “Non escludo niente”, dice Ranucci, aprendo alla politica. Ma quando la cera si rovescia, chi la spazzola? E chi lucida le scarpe del candidato? E, soprattutto, chi lucida la camicia bianca del giornalista che, tra una relazione con una stagista e una confidenza con una fonte, ha sempre saputo mescolare lavoro e piacere con disinvolta maestria?
La fabbrica del lucido (per ipocrisie): un viaggio satirico nella cucina della Rai tra selfie, intercettazioni, dee vendicatrici, improvvise vocazioni politiche e camicie bianche sbottonate
Cera d’api, cera di carnauba e tanta, tanta trementina mediatica: la ricetta per produrre il conformismo politico si arricchisce di un ingrediente segreto – il “metodo Report” – che oggi torna indietro come un boomerang, e chi lo ha usato per anni ora ne subisce la lucidatura a specchio, mentre il presunto “burattino senza fili” scopre di avere una volontà politica tutta sua, e nel frattempo si scopre che le camicie bianche non erano l’unico capo di abbigliamento a cui Ranucci teneva in modo particolare
Saggio di analisi politica (satirico)
C’era una volta, in un angolo della Francia, una fabbrica dove si produceva il miglior lucido da scarpe del mondo. Cera d’api, cera di carnauba, trementina: ingredienti nobili, fusi e mescolati con cura, colati ancora caldi in vasetti di vetro, lasciati raffreddare lentamente fino a raggiungere la testura perfetta. Quel lucido non nascondeva la pelle, la nutriva, la faceva respirare.
Oggi, quella fabbrica si trova a Roma, in viale Mazzini. Si chiama Rai. E il lucido che produce non è per scarpe, ma per coscienze – e per ipocrisie. Una “fabbrica di lucido” dove non si conciano pelli, ma si conciano i fatti; non si lucidano calzature, ma si lustrano le narrazioni, fino a farle brillare conformi al volere di chi, di volta in volta, siede al potere. Ma il bello – o il patetico, o il ridicolo – è che oggi quella fabbrica sta lucidando se stessa, e il risultato è un pasticcio che farebbe impallidire persino i santi Crispino e Crispiniano, patroni dei calzolai.
Lo showroom: le collaborazioni prestigiose e i tendiscarpe di legno
La visita inizia nello showroom, uno spazio tranquillo che presenta i diversi marchi del gruppo. Qui si possono apprezzare le collaborazioni prestigiose: numerosi prodotti per la cura dell’immagine sono stati sviluppati per le più grandi case politiche. Ogni marchio beneficia di tonalità e finiture proprie, progettate nel laboratorio adiacente. Sugli scaffali, tra scatole di lucido ed esposizioni di spazzole, ho notato subito anche diverse paia di tendiscarpe in legno chiaro – quegli strumenti che servono a mantenere la forma della scarpa, perché la cura della pelle non si limita ai prodotti di manutenzione: include anche la conservazione della forma.
Nella Rai di oggi, i tendiscarpe sono i giornalisti che tengono in forma la narrazione. Ma quando la forma non piace, si cambiano i tendiscarpe. E così, il 28 agosto 2026, Sigfrido Ranucci – il conduttore di Report che per nove anni aveva tenuto in forma il programma – viene sostituito. Ma la sostituzione, come il lucido francese, richiede una formulazione precisa: non basta cambiare il tendiscarpe, bisogna anche cambiare la cera.
E qui entra in gioco la vicenda più surreale – quasi ridicola – che il giornalismo italiano ricordi da tempo. Il 16 ottobre 2025, un ordigno esplode davanti all’abitazione di Ranucci, distruggendo due auto. L’attentatore confessa: è Valter Lavitola, imprenditore e “confidente” del giornalista. Il movente? Un “attentato d’amore” – così lo hanno ribattezzato i cronisti – per lanciare Ranucci, a sua insaputa, nel firmamento della politica che conta. Lavitola sostiene di aver agito per “fare aumentare la sicurezza” del giornalista, perché sarebbe stato nel mirino dell’intelligence israeliana. Una spiegazione che, per usare un eufemismo, ha del pazzesco.
Ranucci, da vittima designata, si trasforma in attore di una tragedia greca con risvolti da farsa. Con un piglio deterministico – cioè con la convinzione che tutto sia già scritto e inevitabile – scrive sui social: “Sono venuto a conoscenza che la Rai mi ha sospeso”. E aggiunge: “Il motivo è legato ai 2.800 articoli in due mesi pubblicati contro di me”. Ma non spiega come quei 2.800 articoli possano aver danneggiato la sua credibilità più di un attentato inscenato da un amico che voleva farlo diventare presidente del Consiglio.
Il magazzino: i lotti stoccati per gamma e colore

PUBBLICITA’
Proprio accanto allo showroom, il magazzino ospita i prodotti finiti pronti per la spedizione. Bancali di scatole, creme, lozioni e aerosol – ovvero dichiarazioni, comunicati, tweet – sono stoccati per gamma e colore. Ogni lotto è identificato, controllato e preparato per i rivenditori e i distributori. Nel magazzino della Rai, i lotti sono le reazioni politiche: quelle della maggioranza, che esultano, e quelle dell’opposizione, che insorgono.
“Giusto così. Ora si faccia chiarezza”, scrive il vicepremier. “Operazione brutale, autoritaria e fascista”, ribatte l’ex presidente della Commissione di Vigilanza. E intanto, la commissione di Vigilanza Rai – l’organo che dovrebbe sorvegliare l’attività della tv pubblica – è un coacervo (un ammasso confuso e disordinato) di interessi contrapposti. Nel luglio 2026, si sono dimessi in blocco tutti i sedici componenti dell’opposizione e poi, in risposta, anche quelli della maggioranza. La commissione, di fatto, è stata silenziata per due anni. Come dire: il cane da guardia era assente, e il lupo ha potuto entrare nell’ovile. Ma il lupo, in questo caso, è lo stesso che ha sempre tuonato contro il metodo Report – e ora si ritrova a usare lo stesso metodo per colpire Report.
La cucina: dove si mescolano cere, pigmenti e solventi
È qui che si svolge la parte più dinamica della visita. È qui che cere, pigmenti e solventi vengono combinati per creare le paste. L’atmosfera è densa, animata dal movimento delle vasche e dal roboare dei miscelatori. Gli aromi sono caratteristici: piacevoli, con note resinose e di cera, ma intensi.
Nella cucina della Rai, gli ingredienti sono diversi. Si prenda un giornalista scomodo, lo si mescoli con un attentato surreale, una valanga di intercettazioni e chat private, due milleduecento articoli contro, un po’ di fango – e il tutto si colisca nello stampo del potere. Ma l’ingrediente segreto, quello che rende questa ricetta unica, è il metodo Report stesso.
Per anni, Report ha costruito la sua fortuna su due pilastri: il “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” – cioè il principio secondo cui le frequentazioni personali di un politico ne determinano il valore – e l’uso indiscriminato di intercettazioni telefoniche, pubblicate senza ritegno. Basti ricordare i servizi basati su un selfie di Giorgia Meloni con un pregiudicato, o sulla Colosimo con Ciavardini. O le conversazioni privatissime tra coniugi, rese pubbliche con il pretesto dello scoop.
Oggi, quel metodo si ritorce contro il suo principale utilizzatore. Ranucci è travolto da uno tsunami di intercettazioni, chat, conversazioni – le stesse armi con cui ha costruito le fortune professionali di Report. E chi ha sempre difeso quel metodo – i sostenitori della “libera informazione” – ora invoca il principio sacrosanto che le persone si giudicano dalle proprie azioni, non dalle frequentazioni. Ma – come osserva il testo che stiamo commentando – come possono invocarlo, se per anni hanno violato fragorosamente quel principio? È come se il calzolaio che lucida le scarpe con cera d’api si lamentasse che la cera gli brucia le mani.
Il laboratorio: le formule storiche e le nuove ricette
Il laboratorio si trova nell’edificio principale, al piano superiore. L’ambiente calmo e luminoso contrasta con il fermento del reparto produttivo sottostante. Qui le formule vengono sviluppate e perfezionate. I tecnici testano consistenza, brillantezza e prestazioni.
Nel laboratorio della Rai, si testano le consistenze politiche. Si lavora sia sulla conservazione delle ricette storiche – il vecchio schema per cui chi governa controlla la tv pubblica – sia su sviluppi più recenti, come le formulazioni prive di scrupoli. È qui che vengono create anche le tonalità personalizzate per i clienti: alcuni richiedono un marrone o un bordeaux molto specifico per un determinato modello di narrazione.
Ma la vera novità di questa vicenda è che il laboratorio sta sperimentando una formula che nessuno aveva mai provato: l’autodistruzione del metodo. Perché se chi ha sempre difeso l’uso delle intercettazioni ora ne subisce il peso, e chi ha sempre tuonato contro di esse ora le usa come arma, il risultato è una confusione tale che persino Kant – il filosofo della Critica della ragion pura, che analizzava i limiti e le possibilità della conoscenza umana – si arrenderebbe. I suoi a priori – i principi universali che secondo Kant stanno alla base di ogni esperienza – qui non bastano più. Come dice il testo, si apre un dilemma amletico – come quello di Amleto, il principe danese che esitava tra “essere o non essere” – ma qui le domande sono: “Lasciare o trattenere? Cantare o tacere? Correre o fermarsi?”. Tutti dubbi che, come nella tragedia shakespeariana, finiscono per paralizzare l’azione.
La fase finale: il riempimento dei vasetti e il raffreddamento
Le miscele di cere e pigmenti, riscaldate e omogeneizzate in grandi serbatoi, vengono colate – ancora calde – nei vasetti di vetro. Segue una fase di raffreddamento attentamente controllata, che consente alla cera di solidificarsi lentamente e di raggiungere la sua testura finale. Una volta raffreddato, ogni vasetto viene sigillato, etichettato, smistato e inviato al magazzino.
Nella fabbrica Rai, il prodotto finito è la narrazione: calda, plasmabile, poi lasciata raffreddare fino a diventare solida, indiscutibile. Ranucci è stato colato nello stampo del “giornalista incompatibile”, sigillato con l’etichetta “avvicendamento editoriale”, e spedito al magazzino delle carriere alternative. Ma la domanda che resta, e che il testo solleva con forza, è: questa vicenda poteva essere l’occasione per una crescita civile del paese. Poteva insegnare che le frequentazioni non bastano a giudicare una persona, che le intercettazioni sono un’arma impropria, che la privacy è un diritto costituzionale. Invece, il risultato è un disastro.
Perché, come dice il testo, “la cultura laica, in Italia, quella che fa dei valori liberali la propria regola fondativa, appartiene a una minoranza”. Eppure, quella minoranza – si pensi all’esperienza di Marco Pannella – ha saputo cambiare la storia. Ma oggi, tra veti incrociati, coacervi confusi, e dee vendicatrici come Nemesi – la divinità greca che puniva l’hybris, cioè la tracotanza – ci ritroviamo a guardare una farsa che si prende per tragedia. Ranucci è l’ultimo di una lunga serie di silurati (allontanati bruscamente) – forse a ragione, perché il suo metodo gli si è ritorciato contro, o forse no, perché le motivazioni dell’allontanamento restano oscure. Ma il suo strillare risentimento suscita in alcuni ilarità, in altri solidarietà. È la regola della follia – quella per cui un servizio pubblico che dovrebbe garantire pluralismo diventa una fabbrica di lucido da scarpe, dove si lustrano le notizie e si soffoca la verità.

L’ultima, folgorante rivelazione: il burattino scopre di avere una volontà
E qui la vicenda si arricchisce di un capitolo che nessuno, nemmeno il più abile sceneggiatore di fiction politiche, avrebbe potuto prevedere. Mentre la fabbrica del lucido continua a produrre narrazioni, e mentre le intercettazioni e le chat private di Ranucci continuano a essere saccheggiate con la stessa violenza che lui stesso ha usato per anni contro i politici, il giornalista – che fino a pochi giorni prima si presentava come una vittima sacrificale del potere, un “burattino senza fili” ma pur sempre affabile affabulatore – compie il passo che trasforma la commedia in farsa, e la farsa in qualcosa di ancora più grottesco.
Intervistato su La7 il 31 agosto 2026, Ranucci dice testualmente: “Non escludo niente”. Con queste tre parole, lascia aperta la porta a un possibile futuro in politica. Aggiunge che “si deve porre il tema di come si fa politica in questo paese”, e non chiude all’ipotesi di una candidatura, alimentando le voci circolate negli ultimi giorni su un suo possibile coinvolgimento nel campo progressista e, in particolare, nelle eventuali primarie del centrosinistra.

Lavitola e Ranucci
La notizia è di quelle che farebbero sobbalzare persino il più compassato degli osservatori politici. Perché Ranucci, che per anni ha costruito la sua immagine pubblica e la sua fortuna professionale sul “metodo Report” – quel metodo che giudica i politici in base alle frequentazioni, ai selfie con i pregiudicati, alle intercettazioni private – ora si scopre non solo vittima di quello stesso metodo, ma anche potenziale attore sulla scena politica. E non un attore qualsiasi: un candidato che, secondo alcuni leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, sarebbe perfetto per rappresentare il campo progressista.
Fratoianni ha definito Ranucci una “vittima” della situazione Rai, accusando l’azienda di aver penalizzato un conduttore con una trasmissione sgradita al governo. Bonelli ha parlato di un più ampio disegno dell’esecutivo Meloni per occupare l’informazione. E ora, il presunto burattino – che fino a ieri si diceva inconsapevole dell’attentato “d’amore” organizzato per lanciarlo in politica – dice che non esclude nulla. La domanda sorge spontanea: ma allora, l’attentato di Lavitola era davvero “a sua insaputa”? O il giornalista, con il senno di poi, sta scoprendo che la vocazione politica non è poi così lontana dalle sue aspirazioni?
Come nota giustamente chi ha seguito la vicenda, il dato che inchioda Ranucci è un altro, ed è stato evidenziato dalla giornalista Annalisa Chirico: oltre il 40% delle inchieste di Report nell’ultima stagione hanno riguardato direttamente Fratelli d’Italia. Un dato che, da solo, basterebbe a far sorgere più di un sospetto sulla presunta “indipendenza” del programma e del suo conduttore. Ma ora, con l’apertura alla politica, il sospetto diventa certezza: Ranucci non è solo un giornalista che fa politica con le inchieste, ma un potenziale politico che forse – anche se non lo ammette – sta già facendo campagna elettorale da anni, in diretta televisiva, con il contributo dei soldi del servizio pubblico.
La camicia bianca, i pantaloni neri, e il guardaroba segreto del giornalista
E qui la vicenda si arricchisce di un ulteriore, gustosissimo dettaglio che solo chi ha seguito con attenzione la carriera di Ranucci può apprezzare. La camicia bianca – il capo che per anni è stato il suo marchio di fabbrica, indossata con disinvoltura nelle puntate di Report, nei teatri, nelle interviste – non è solo un vezzo stilistico. È un simbolo. Come ha raccontato lui stesso in un’intervista del 2025, la camicia bianca è il suo “colore preferito”, anche se in realtà il suo vero amore è il nero.
Ranucci ha raccontato un aneddoto che, riletto oggi, assume contorni quasi profetici. Da ragazzo, aveva un paio di pantaloni neri che non si toglieva mai, per due o tre anni. I suoi genitori, disperati, dovettero chiedere aiuto al vicino di casa, un omone soprannominato “Hulk”, che glieli strappò letteralmente di dosso. “Una sensazione bruttissima”, ha commentato Ranucci. Ma forse, oggi, quella sensazione è esattamente quella che prova: i pantaloni neri – la sua sicurezza, la sua immagine – gli sono stati strappati via, e lui si ritrova in mutande, a chiedersi chi glieli riporterà.
La camicia bianca, però, è rimasta. E su quella camicia bianca – sbottonata fino a quasi l’ombelico, come hanno notato molti – si sono concentrate le attenzioni non solo degli stilisti, ma anche dei moralisti. Perché la camicia bianca, come il lucido da scarpe, copre ma non nasconde. E sotto quella camicia, come sotto il lucido, c’è una pelle che – a quanto pare – è stata molto, molto attiva.
Il guardaroba morale: relazioni con stagiste, fonti e il “metodo Ranucci”
Non è un caso che, in queste settimane, siano venuti alla luce dettagli sulla vita privata di Ranucci che avrebbero fatto arrossire persino il più disinvolto dei latin lover. Nel suo libro autobiografico “La scelta”, pubblicato nel 2024, Ranucci racconta di aver avuto relazioni sentimentali e sessuali con una stagista di Report e con una fonte utilizzata per le sue inchieste. Le donne, indicate con nomi di fantasia – “Karoline”, “Emilia”, “Lavinia” – sono descritte con dovizia di particolari, compresi quelli più intimi.
La storia di “Karoline” è particolarmente inquietante: una stagista svizzera, arrivata a Report per fare esperienza, che secondo il racconto di Ranucci sarebbe diventata la sua amante, e che dopo aver scoperto un tradimento sarebbe uscita sconvolta dalla sua abitazione, per essere poi investita da un’automobile. Un finale da noir italiano, che farebbe invidia ai fratelli Vanzina.
Ma non è tutto. La giornalista Angela Camuso ha raccontato di aver contattato Ranucci per lavorare a Report e di aver ricevuto in cambio avances non richieste, messaggi a base di baci e complimenti. La deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli, vicepresidente della Commissione Vigilanza Rai, ha definito le accuse “gravissime”, sottolineando che non si tratta di un episodio isolato.
E poi c’è il caso di Giulia Presutti, la nuova co-conduttrice di Report, che Ranucci ha attaccato definendola “mediocre” e “mentitrice”. Secondo quanto riportato da Repubblica, Ranucci l’avrebbe accusata di aver fatto il “doppio gioco”: sapeva di essere stata scelta come sua sostituta mentre fingeva di solidarizzare con lui. Ma il colpo di scena è che anche Presutti è stata fotografata nel ristorante di Lavitola, quello delle ostriche, a cena con alcune amiche. Come dire: il ristorante di Lavitola era una sorta di salotto buono per i giornalisti di Report, e Ranucci – che aveva definito Presutti una “frequentatrice” – forse avrebbe dovuto guardarsi allo specchio.
E infine, c’è la voce – non verificata, ma persistentemente circolante – che tra Ranucci e Lavitola ci fosse una relazione gay, che spiegherebbe l’attentato “d’amore” come un gesto estremo per lanciare il giornalista in politica. Una voce che, se fosse confermata, aggiungerebbe un ulteriore, grottesco capitolo a una vicenda che ha già tutti gli ingredienti di una commedia all’italiana.
Conclusione: la lucidatura a specchio, il candidato che non esclude niente, e il guardaroba che si apre
“Spes contra spem” – sperare contro ogni speranza – ammoniva Marco Pannella. Forse è l’unica via d’uscita. Perché il lucido, prima o poi, si consuma. E la pelle, sotto, rimane. Ma per vedere quella pelle, bisogna smettere di lucidare e cominciare a guardare. E magari, come nella fabbrica francese, usare ingredienti che nutrono senza soffocare. Invece, qui si continua a mescolare cera d’api e trementina, ma il risultato è sempre lo stesso: una brillantezza artificiale che copre le crepe, senza mai curarle.
Il caso Ranucci è l’esempio perfetto di come la fabbrica del lucido italiano non produca più lucido per scarpe, ma lucido per occhi. E gli occhi, come i lettori e gli spettatori, finiscono per vedere solo ciò che la cera lascia vedere. Il resto – le intercettazioni, le chat, gli amici scomodi, i selfie con i pregiudicati, le improvvise vocazioni politiche, le camicie bianche sbottonate, i pantaloni neri strappati da Hulk, le relazioni con stagiste e fonti – rimane sotto, sepolto, in attesa che qualcuno, prima o poi, decida di grattare via la cera e guardare la pelle vera. Ma forse, come dice il testo, è troppo chiedere a un paese che ha trasformato il dibattito pubblico in una guerra tra opposti fanatismi.
E così, tra un “editto bulgaro” e un “editto meloniano”, tra una commissione di Vigilanza che non vigila e una redazione che minaccia di abbandonare la nave, la fabbrica del lucido continua a produrre. E noi, spettatori paganti, ci chiediamo: ma questa è informazione o intrattenimento? Servizio pubblico o commerciale? E, soprattutto: questo è un giornalista che fa politica con le inchieste, o un politico che fa giornalismo con le inchieste, o forse – come sembra – un aspirante candidato che usa la Rai come trampolino di lancio, mentre nel frattempo colleziona relazioni con stagiste e fonti come altri collezionano francobolli?
La risposta, come sempre, è nelle mani di chi mescola gli ingredienti. E chi li mescola, oggi, sembra avere le mani unte di cera, ma gli occhi bendati. E il guardaroba, ormai, è completamente aperto.
“Tutti i dubbi amletici” – come quelli di Amleto – restano sospesi. Lasciare o trattenere? Cantare o tacere? Correre o fermarsi? E ora: candidarsi o non candidarsi? E, ancora: indossare la camicia bianca o il chiodo di pelle nera? Forse, la vera scelta è un’altra: smettere di lucidare e cominciare a respirare. Ma per farlo, bisognerebbe uscire dalla fabbrica. E noi, invece, ci siamo dentro fino al collo. E Ranucci, con il suo “non escludo niente”, ci sta dicendo che è pronto a indossare un altro paio di scarpe – e magari a lucidarsele da solo, con la cera che ha imparato a conoscere così bene. Nel frattempo, qualcuno si sta già chiedendo se, nella prossima campagna elettorale, il suo slogan sarà “Votate per me, ho la camicia più bianca di tutti”.
