La dolce vita (politica): quando Paparazzo fotografa destra e sinistra che si baciano nella Fontana di Trevi
La dolce vita (politica): quando Paparazzo fotografa destra e sinistra
che si baciano nella Fontana di Trevi
Se Federico Fellini fosse vivo oggi, probabilmente non girerebbe La dolce vita: gli basterebbe accendere un talk show politico. Le luci sono le stesse, i personaggi pure, il bianco e nero è diventato HD, ma il vuoto esistenziale resta identico. Cambia solo il nome della festa: non più Via Veneto, bensì “dibattito pubblico”.
Partiamo da una domanda semplice, come avrebbe fatto Socrate seduto a un tavolino del Café de Paris, con Marcello Rubini che prende appunti e Paparazzo che scatta foto: *che cosa intendiamo davvero quando diciamo “destra” e “sinistra”?*
È una posizione? Un valore? Un’etichetta sul bavero? O, più prosaicamente, un costume di scena da indossare a seconda dell’ospite in studio?
Nel film, Marcello vaga da una festa all’altra in cerca di senso. Nella politica italiana, elettori e militanti vagano da una sigla all’altra in cerca di coerenza. E qui nasce la seconda domanda maieutica: *se destra e sinistra dicono di essere opposte, perché finiscono così spesso a dire le stesse cose, solo con musiche diverse di Nino Rota?*

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Osserviamo il grande ballo.
Da un lato, la *destra in smoking liberale, che parla di libertà, mercato, Occidente e Stato di diritto. Dall’altro, la **sinistra in abito progressista*, che parla di diritti, inclusione, Europa e civiltà globale. Si guardano con sospetto, si insultano a favore di telecamera, ma quando il cameriere porta il conto – NATO, UE, vincoli economici, compatibilità internazionali – pagano insieme, con la stessa carta di credito.
Poi c’è l’altra sala, quella più buia, dove la musica è più forte e l’aria più densa. È lì che incontriamo la *destra radicale* e la *sinistra radicale*, che ufficialmente si odiano, ma condividono lo stesso guardaroba: antiamericani, antiglobalisti, statalisti, nostalgici di una sovranità perduta come l’innocenza di Paola sulla spiaggia finale del film.
E qui la domanda diventa imbarazzante: *se i nemici hanno gli stessi nemici, sono ancora nemici o sono parenti che non si parlano più?*
Fellini avrebbe sorriso. Perché questo è il vero scandalo della dolce vita politica: l’arco ideologico non si spezza, si piega fino a chiudersi. A un’estremità c’è chi grida “libertà!” e all’altra chi grida “giustizia sociale!”, ma entrambi finiscono per invocare lo Stato quando il mercato li spaventa e il mercato quando lo Stato li soffoca.
Intanto, Paparazzo immortala la scena: una destra e una sinistra radicale che si sfiorano le mani mentre gridano slogan opposti, senza accorgersi di dire la stessa frase con parole diverse.
E il popolo? Il popolo, come Marcello, osserva, beve, applaude, fischia, cambia tavolo. A volte si innamora di Sylvia che entra nella fontana promettendo salvezza; altre volte segue Steiner, convinto che dietro la cultura e la profondità ci sia una risposta. Ma ogni volta torna a casa con la stessa domanda irrisolta: *chi mi rappresenta davvero?*
La risposta maieutica, purtroppo, non consola: forse nessuno. O forse tutti, a turno, per un breve tratto di notte romana, finché le luci non si spengono e resta solo il rumore del mare.
E allora l’ultima domanda, quella decisiva, Fellini ce la sussurra dalla spiaggia: *non è che il problema non sia destra o sinistra, ma questa eterna, stanca, irresistibile attrazione per la “dolce vita” del potere?*
Perché, alla fine, mentre discutiamo se l’abito sia rosso o nero, chi balla davvero non siamo noi: sono loro. E Paparazzo, come sempre, ha già venduto la foto al miglior offerente.
