LA CORSA DI AI È (IN)ARRESTABILE? (II)

Fuor dei disegni, questo è il volto del vero Michael Burry, l’hedge manager che ha scommesso oltre $ 1 milione al ribasso sull’imminente crisi del 2026, che dovrebbe far impallidire quella del 2008, da lui proficuamente pronosticata. Si stanno moltiplicando i segnali che danno il 2026 come l’anno di cambiamenti drastici in numerosi campi, monetario, finanziario, geopolitico
Già 25 anni fa, a cavallo tra due millenni, bastava l’acronimo dot.com per scatenare l’acquisto di qualsiasi azione avesse a che fare con il nascente Internet, osannata come la porta sul futuro. Piccole aziende, di cui non è rimasta traccia, qualora avessero in qualche modo a che fare con Internet, vedevano le proprie quotazioni moltiplicarsi in modo esponenziale. Pur senza aver realizzato profitti, il loro valore di mercato rivaleggiava paradossalmente con quello di grandi case automobilistiche o compagnie aeree.

Agli albori del 2000, gli investitori si illusero che ogni pagina web stampasse moneta

Oggi sperano in un analogo miracolo da parte degli algoritmi di AI
Quando la bolla è scoppiata, tra il 2000 e il 2002, il Nasdaq (indice delle società tecnologiche) aveva perso quasi l’80% del suo valore.
Quelle che sono oggi grandi e consolidate società, come Amazon e Google, ne rimasero tramortite, ma poi ripresero più vigore di prima. Internet quindi non era crollata, ma la sua sopravvivenza e la successiva marcia trionfale avrebbe lasciato per terra innumerevoli fallimenti, si era insomma liberata delle facili illusioni. Ciò è quanto oggi sperano coloro che hanno puntato sul successo dell’AI, che comunque rimodellerà alcune industrie e ne migliorerà i parametri produttivi.
In realtà, il denaro AI viaggia lungo un circolo chiuso, autoreferenziale: tutto si riduce ad uno scambio reciproco di licenze tra le varie società di AI (balugina persino un nuovo modello di baratto, se non fosse che gli scambi vengono monetizzati).

Se gli scambi di know-how, licenze e potenza di calcolo tra società di AI avvengono in realtà lungo un circolo di dare e avere, ciò che innegabilmente arriva dall’esterno è invece la quantità sbalorditiva, e crescente, della forma di energia più pregiata, l’elettricità, i cui costi tengono a vanificare i profitti di tutto il complesso, a conferma che l’informazione ha un costo, che lievita man mano che chiediamo all’hardware prestazioni sempre più dettagliate, sofisticate, circostanziate
Nel frattempo, i piccoli investitori bruciano soldi nell’inseguimento di facili guadagni, mentre le start up, nate a debito, vanno in panico e perlopiù chiudono in perdita.
Tutto ciò non significa preconizzare la fine dell’AI, ma un suo saggio ridimensionamento. La si era prefigurata in termini quasi divini, abbagliati da tutto quanto essa è in grado di fare, in innumerevoli campi. D’altro canto, l’intelligenza umana è portata ad ingigantire e ad innamorarsi delle novità: tutti noi siamo cresciuti ascoltando le fiabe e amiamo le storie, specie quelle di geni o di eroi. E allora trasferiamo questi nostri ricordi in favole per adulti, divinizzando le ultime scoperte della scienza.

Cosa evoca un’immagine come questa? Illustra la capacità astrattiva della nostra mente, sull’onda di remote fiabe o di episodi miracolosi, riproposti nei secoli attraverso opere d’arte di profondo impatto emotivo.

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Per secoli la religione non ha fatto che fornire spunti alla nostra immaginazione, finché l’odierno scetticismo non ci ha portato a dubitare della loro veridicità; anche se, di fronte ad un capolavoro, preferiamo goderlo come se rispondesse alla verità storica. L’uomo insomma ama ancora fantasticare, uscire dal quotidiano. Come quando fa una puntata al Lotto. O in Borsa. O quando legge la Bibbia.
Riflessioni al margine
Oggi l’euforia suscitata da AI ci ha fatto mettere in netto subordine quale è la situazione finanziaria, al di là di favole o remoti miracoli.
Viviamo all’interno di un sistema finanziario che non lascia scampo, tranne ai suoi creatori. Ci hanno messo attorno al collo, sin dalla nascita, un debito verso creditori senza volto, che ineluttabilmente cresce ogni giorno che passa. Abbiamo finito col darlo per scontato, mentre si regge su un’architettura studiata nei suoi punti essenziali da quei creditori affinché non ci accorgessimo della sua sottile perfidia.

Il monte Olimpo, sacro agli dèi. Idealmente, su quelle cime, dietro quelle nuvole, si celano ancora gli odierni dèi, scopritori dell’Araba Fenice, che permette loro di prosperare sul lavoro altrui, cioè di coloro che danno valore (“inverano”) i loro pezzi di carta colorata spacciata per denaro
Mentre l’intelligenza umana, ora aiutata da AI, si ingegna -presumibilmente- per migliorare la società, ci accorgiamo che a trarne profitto sono sempre persone collocate oltre le nuvole del monte Olimpo. Alla gente solo le briciole: una mancetta. Il denaro ci viene descritto com’era una volta, legato all’oro, perciò limitato. Ma questo legame è stato da tempo rescisso come un ostacolo alla mitica crescita e quindi lasciato all’arbitrio dei suoi fabbricanti.
Oggi si parla di “reset” geopolitico e monetario, si inventano nemici esterni -il lupo della favola- per distrarci dai nemici veri: quei creditori, al cui servizio scodinzolano quanti sono ben pagati per celare la natura truffaldina del vigente sistema banco-monetario. Quegli stessi che ci chiedono nuovi sacrifici per comprare armi contro l’orso russo. “Armiamoci e pagate”. Poi magari partirete pure.

L’odierno lupo mannaro è l’orso russo, dipinto come in procinto di mangiarsi l’Europa. In suo nome, un’Europa già in profondo affanno, peraltro voluto, si dissangua nel preparare una nuova guerra, immemore degli olocausti delle due precedenti. Ma il denaro (e il sangue) deve scorrere: è la maggior fonte di profitto dei prestasoldi
Ma perché hanno imboccato, al solito senza chiedercelo, questa strada? Per salvare fabbriche a suo tempo programmate in vista di una produzione in crescita, in ogni campo. Nel caso di stabilimenti meccanici, come l’auto, la Germania ha imboccato la conversione del secolo: armi al posto di auto. La guerra in Ucraina ha fornito all’alleanza produttori-politici un’imperdibile occasione per cambiare commodity, che non sarà più il pubblico a scegliere, ma i governi. Geniale, no? Dopotutto, è stato così in ogni guerra: meno burro e più cannoni. L’importante è che il Pil cresca. E che i banchieri prosperino. (*)
Ciò premesso, ho chiesto alla stessa AI di svelarmi quale sarebbe la miglior via d’uscita dalla crisi dell’auto. La risposta si è dilungata per parecchie pagine, di cui riporto i punti salienti.
- Ritorno alla semplicità tecnica. L’auto è diventata troppo complessa, troppo costosa da produrre e da mantenere, troppo dipendente da elettronica fragile. È uscita dalla capacità di spesa delle famiglie. L’unica strada sensata è: a) ridurre il numero di componenti; b) modularità: pezzi intercambiabili tra modelli, come negli anni ’70-’90; c) long life design: auto pensate per durare 15–20 anni, non 6–7; d) facile riparabilità: ricambi disponibili e accessibili.
- Ridurre i modelli e aumentarne la qualità. L’esuberanza di modelli, varianti, motorizzazioni è insostenibile: schiaccia i margini di profitto, disorienta i clienti, aumenta i costi di tutto. Solo le case che sfoltiranno il gigantismo di opzioni potranno salvarsi.

Lancia Thema 1988-1991. Gli ultimi anni in cui la qualità prevaleva sulla quantità, l’essenzialità sulla complessità, la durata sulla continua sostituzione.
3.Passaggio a un modello d’uso, non di sostituzione. Il problema non sono i clienti: è il sistema, che vive solo se la gente continua a cambiare auto ogni 3-5 anni. Ma quella stagione è finita per sempre. È lo stesso passaggio che fecero le grandi case di elettrodomestici negli anni ’80 quando capirono che la saturazione del mercato richiedeva assistenza, non nuovi modelli ogni anno.
La crisi dell’auto non è un caso isolato: è il sintomo più evidente del crollo quieto di un modello industriale nato negli anni ’50 e arrivato al suo limite biologico, economico e culturale. L’obsolescenza programmata ha funzionato fino a quando: la popolazione cresceva; i salari crescevano; le famiglie risparmiavano; le risorse sembravano infinite.
Oggi nessuna di queste quattro condizioni esiste più. Inoltre, la complessità tecnica è diventata fragilità: prodotti più costosi, più fragili e più difficili da riparare.
Le persone chiedono semplicità, non novità fini a se stesse. Si sta tornando ad un istinto antico: possedere meno cose, ma migliori.
È un ritorno all’intelligenza dei nostri nonni: comprare bene, riparare il possibile, durare nel tempo.
Insomma, un manifesto anticonsumista. E, come nonno, ed ecologista, non posso che sottoscrivere ogni singola parola.
(*) In uno dei miei prossimi articoli illustrerò i motivi puramente banco-monetari della tardiva entrata in guerra degli Stati Uniti nei due conflitti mondiali del secolo scorso, a dimostrazione che il mondo ruota intorno ai top banker e le guerre sono il più facile sistema di rientrare dei debiti.
Marco Giacinto Pellifroni 23 novembre 2025