La Civiltà non è patrimonio dell’Occidente

La Civiltà non è patrimonio dell’Occidente
 Il presunto attacco ai suoi valori per nasconderne la decadenza

Ogni popolo ha la sua cultura, le sue tradizioni, la sua storia ma la Civiltà è una, come l’intelligenza o la spiritualità. Non solo: Il sapere e il saper fare, al pari delle credenze religiose, delle ricette alimentari o dell’abbigliamento sono nella loro origine tratti culturali ma non rimangono aderenti alla cultura che li ha prodotti, se ne astraggono, migrano, diventano patrimonio universale.  Ma il linguaggio, l’espressione manifesta del pensiero e lo strumento per la sua comunicazione, presenta inevitabilmente ambiguità e incoerenze, e questo accade anche per il concetto di Civiltà. Che in sé è un valore assoluto che coincide con l’affrancamento dell’uomo dalla sua condizione ferina e dalla soggezione ai bisogni e col controllo della sua dimensione istintuale: è il grado di affermazione della razionalità, di liberazione dello spirito dalla materia;  in questo senso la Civiltà è una e universale. Ma si può riferire anche al modo in cui questo valore universale è stato realizzato nelle diverse culture, storiche e contemporanee, tenendo per altro presente che il piano spirituale e quello materiale tendono a sovrapporsi e il concetto di civiltà viene a coincidere con  quello di cultura nella accezione della antropologia culturale.

Ora si sente parlare di attacco ai valori dell’Occidente, di una Civiltà occidentale che sarebbe messa a rischio, per alcuni dalla infiltrazione islamica per altri dalla pressione asiatica attraverso il cavallo di Troia russo. In entrambi i casi si dà per inteso che con  l’espressione Civiltà Occidentale  si intende la Civiltà tout court  dando così vita ad uno pseudoconcetto, un modo infido per imporre la superiorità etica – ed etnica – dell’uomo bianco, un’eredità del colonialismo e della pretesa di asservire l’universo mondo agli interessi dell’Europa (o, meglio, di qualche potenza europea). Razzismo mascherato, col mercante al seguito del missionario e la pretesa di insegnare agli altri come devono vivere. Una pretesa in sé assurda, tanto più quando dal paternalismo nei confronti di popoli culturalmente arretrati si passa alla prevaricazione verso gli eredi di raffinate culture millenarie. Un caso esemplare è quello dell’Inghilterra che pretendeva di imporre il suo dominio sull’India.

La Civiltà è umana senza altri aggettivi e riverbera sulle comunità e sui singoli individui come consapevolezza della pari dignità di ogni essere umano, della libertà di ciascuno di scegliere il proprio stile di vita, una libertà garantita e non conculcata dalle norme che governano la comunità. Non è un’acquisizione ma un traguardo al quale e dal quale nel corso dei secoli e in tutte le latitudini ci si è alternativamente avvicinati e allontanati. E se per qualche aspetto l’epoca in cui viviamo si caratterizza, soprattutto sul piano formale, per acquisizioni  irreversibili come l’uguaglianza di fronte alla legge, per altri si fanno strada nuove forme di asservimento dalle quali il cosiddetto Occidente  è tutt’altro che al riparo. Intanto voglio ricordare il paradosso insito nel concetto di Stato, che sulla carta coincide con quello di democrazia – sovranità popolare – ma in realtà eredita la concezione fichtiana dell’eticità, che presuppone un educatore portatore di valori e un educando al quale quei valori debbono essere imposti.

Gli italiani sono proprio in questi giorni testimoni delle aberrazioni alle quali approda questo modo di intendere le istituzioni: nell’aretino militari armati e in divisa hanno fatto irruzione in una abitazione sfondando la porta per portare via i figli a genitori che non sarebbero in grado di educarli con tutti i crismi. Sono passati due mesi e quei genitori non sanno che fine hanno fatto; e  intanto  in  Abruzzo i sacerdoti della Legge insistono col sequestro dei figli alla “famiglia del bosco” giustificato con motivazioni speciose come la frequenza scolastica, che non è obbligatoria perché il diritto-dovere all’istruzione fra i 6 e i 16 anni può essere assolto fuori del sistema scolastico, le vaccinazioni, che non sono obbligatorie  senza la frequenza scolastica, e la mancanza di un bagno dentro casa, che nelle campagne fino a qualche decennio fa era un’eccezione e inventando un inesistente “diritto alla socializzazione”. Evidentemente una volta accettato il principio della tutela dei minori se mancano i fondamentali metagiuridici è facile imboccare una brutta china. Sono passati almeno venticinque secoli da quando nel mondo greco e romano si inorridiva all’idea che a Sparta i bambini fossero proprietà dello Stato e venissero annullati i legami parentali. Secoli di alterne vicende politiche, di trasformazioni sociali, di nuove marginalità, di imbarbarimento ma la famiglia non ha mai cessato di essere il nucleo della società che nessuna forma di potere si è mai sognata di poter violare; ora succede nell’indifferenza di un popolo istupidito e di una politica “evoluta” in mangiatoia.

Dire che la Civiltà Occidentale è in crisi o, peggio ancora, cede il passo ad altre civiltà è una sciocchezza senza senso. È semmai l’Occidente che da una parte perde di significato  col diaframma che si sta creando fra l’Europa e gli Stati Uniti, dall’altra, comunque venga inteso, vede affermarsi al suo interno tratti culturali che lo allontanano dalla Civiltà, perché non è la Civiltà, che è un valore assoluto, ad essere in crisi, ma la cultura occidentale. E l’Italia in questo contesto è all’avanguardia.

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Passi giganteschi in direzione della civilitas, che è il risvolto dell’humanitas, sono stati compiuti nel passato con l’estensione del diritto di cittadinanza a tutti i nati nell’impero romano, con l’abolizione della servitù, con la messa al bando della tortura come strumento punitivo o inquisitorio, con l’abolizione della pena di morte, col suffragio universale e la pienezza di diritti civili e politici per tutti i cittadini. L’importanza che diamo alla rivoluzione francese del 1789 non dipende dai cambiamenti istituzionali o dalla affermazione di una nuova aristocrazia, tantomeno dal lavoro della ghigliottina ma dall’enunciazione orgogliosamente forte dei princìpi di  libertà, uguaglianza, fraternità. E non si dica che erano e rimangono solo princìpi, solo parole o, peggio, retorica: sono il riconoscimento esplicito di traguardi, la stella polare per il cammino delle comunità e della politica e insieme il criterio di misura del grado di civiltà di un popolo.

I figli strappati ai genitori non sono un episodio isolato e marginale ma una conferma. Il disprezzo per la famiglia, prima attaccata su tutti i fronti, direttamente o indirettamente, incoraggiando stili di vita che la disgregano, rendendone difficile la formazione, svilendola anche concettualmente col sostegno all’ideologia gender; poi, una volta constatatane l’inadeguatezza il passo successivo è l’esproprio delle sue funzioni col trasferimento allo Stato dell’educazione alla socialità, alla affettività, alla sessualità. Ma l’attacco alla famiglia  – che in sé è uno scudo protettivo contro l’invadenza dello Stato – è prodromo all’attacco contro l’individuo, al tentativo di scongiurare il pericolo rappresentato dal pensiero libero, dal potenziale ribellismo del singolo, dalla difficoltà di indottrinare una mente nutrita di letture e capace di giudicare liberamente. Da qui origina lo smantellamento del sistema formativo. Non è vero che la scolarizzazione di massa sia responsabile del decadimento – acclarato – delle conoscenze e delle competenze: è un luogo comune  reazionario del secolo scorso dimostratosi falso. Mi è capitato di leggere sulla rete una cosa della quale avevo perfetta cognizione per esperienza diretta: la distanza abissale fra l’esame di maturità di settanta anni fa e quello odierno: chi crede nella ineluttabilità del progresso è servito. Nel 1955 la scuola serviva a qualcosa, comportava fatica, sacrificio, frustrazioni ma con le sue terribili quattro prove scritte, un orale su tutte le materie del triennio, una commissione burbera di docenti venuti da fuori era un filtro che superava le barriere sociali e coronava un corso di studi duro che anno dopo anno falcidiava i meno dotati. Oggi a fronte di programmi elefantiaci, di un numero abnorme di materie e di ore di lezione la scuola non ha più alcuna funzione di filtro semplicemente perché non insegna nulla e i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno fatto di tutto per conseguire questo risultato. A che scopo? La risposta è semplice: è il modo più efficace per spengere le individualità, per facilitare l’indottrinamento di massa attraverso il controllo delle informazioni senza che un pensiero libero possa passarle al vaglio, per ridurre il popolo a un gregge.

Se la civiltà è libertà, intelligenza, sapere si deve amaramente constatare che si è imboccato la strada dell’oscurantismo e dell’ottundimento delle coscienze. Lo strumento, come in ogni regime tirannico, sono il freno alla libera circolazione delle idee e il pieno controllo dei media. Il cittadino normale – in senso statistico, s’intende – ha esaurito la sua formazione culturale una volta concluso il ciclo di studi, dopo il quale non ha più letto un libro. Questo non vuol dire che si sia chiuso in se stesso e sia indifferente a quello che accade intorno a lui o che sia privo di curiosità: ha bisogno di sapere e per soddisfarlo si rivolge ai mezzi di informazione, soprattutto all’informazione televisiva, più diretta, immediata, ultra semplificata e iconica. Non è costretto a fare lo sforzo visivo e di decodificazione che richiede la carta stampata. Attinge all’informazione con la stessa fiducia con la quale acquista la merce in un negozio. Perché mai dovrebbe sospettare che le notizie trasmesse dal telegiornale  siano false o che i signori che sentenziano nei talk show siano più ignoranti di lui, prezzolati e in malafede? Se tutti sostengono autorevolmente le stesse cose è ovvio che siano vere, se il telegiornale trasmette una notizia perché dovrebbe sospettare che sia falsa? Non è mica un paranoico, perbacco.

E così il cittadino normale cade nella trappola, ed eccolo acriticamente “propal”  senza sapere nulla della torbida storia dei rapporti fra Israele e leader palestinesi, stupidamente convinto della favola di un imperialismo russo – sovietico, direbbe imperturbabile Verderami – che strappa territori alla carne viva dell’Ucraina in attesa di banchettare in Campidoglio e inorgoglito perché grazie alla Meloni l’Italia ha ripreso il ruolo che le compete nel mondo.

Il caso della cucina italiana strombazzato sulle tv meloniane insieme ai provvedimenti assolutamente irrilevanti sui “Paesi sicuri ” è esemplare. Personalmente giudico orribile la linea politica dell’Ue, considero i leader europei un misto di stupidità, velleitarismo e incosciente bellicismo ma prendo atto che all’Ue si è sostituita la Santa Alleanza fra Regno Unito, Francia e Germania con l’Italia completamente scomparsa dal radar, con l’aggravante che non viene tenuta fuori della porta perché, come l’Ungheria di Orbán, il suo governo sostiene posizioni più realistiche ed equilibrate: la Meloni è infatti più ottusamente filo ucraina di Macrom, Starmer e Merz messi insieme ma non può fare a meno di un Salvini  che all’estero ingenuamente temono (per nostra fortuna, anche se ormai sappiamo bene che è solo una tigre di carta). Di fronte all’evidenza di una politica estera che pesa come quella della repubblica di San Marino fanfare trionfalistiche sul riconoscimento Unesco al cibo italiano come se fosse merito di Meloni e Lollobrigida, mezz’ora di telegiornale e titoli cubitali sulla stampa; e mentre continua lo sconcio delle porte aperte all’invasione promossa e caldeggiata da tutto l’establishment che fa pagare alla nazione intera i vantaggi di pochi – che non sono solo a sinistra, come si tenta di far credere – si rovescia l’evidenza dei fatti facendo credere che l’Italia, cioè la Meloni, ha insegnato all’Europa come bloccarla.

Dov’è la Civiltà in un Paese i cui abitanti sono soggiogati con l’arma dell’ignoranza, della disinformazione, del rinforzo negativo – due spiccioli a fronte del sistematico impoverimento e il popolo bue ringrazia -, un Paese nel quale a sinistra si parla tanto di diritti, di nuovi modelli familiari, di accettazione del diverso e nel contempo si vorrebbero bruciare libri scomodi e  a destra ci si lagna per la presenza ingombrante, fastidiosa e pericolosa di immigrati illegali omettendo il dettaglio che sono stati scortati fino ai nostri porti dalla nostra marina militare per essere scaricati e abbandonati a se stessi, fatta salva la quota destinata a calmierare il costo della manodopera; un Paese nel quale si distrugge quotidianamente l’ambiente mentre si dirotta l’attenzione sul ponte sullo stretto e sull’alta velocità; un Paese nel quale si rivendica fino alla nausea l’attenzione per i giovani ma non si sente una parola e non si muove foglia sulla vera emergenza di generazioni stordite e incattivite nelle discoteche e dagli stupefacenti dando credito a chi sostiene che la droga fa comodo al sistema.

Insomma: il tasso di Civiltà in Occidente, in Europa e soprattutto in Italia è inferiore a quello della Corea del nord, dove almeno sicurezza e un minimo di benessere sono garantiti e dove le manifestazioni della cultura e dell’arte sono rispettate. In Italia la prima della Scala non è solo un evento mondano ma è soprattutto un evento culturale di risonanza internazionale al quale i vertici delle istituzioni non mancano mai; ma si metteva in scena un’opera del russo Shostakovich e Mattarella e Meloni non si sono fatti vedere. Bene ha fatto il presidente Fontana a dire che ce ne faremo una ragione; accontentiamoci del fatto che la rappresentazione non sia stata vietata. Per ora.

Pierfranco Lisorini

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