La camurria dei crucchi. Magdeburgo, Camilleri e Tocqueville: come leggere lo tsunami dell’AfD senza perdere la testa (né la memoria)
La camurria dei crucchi
Magdeburgo, Camilleri e Tocqueville:
come leggere lo tsunami dell’AfD senza perdere la testa (né la memoria)

Editoriale
C’è una parola siciliana che vale più di mille analisi geopolitiche: camurria. Deriva da un termine medico, la gonorrea, e indica una scocciatura cronica, un prurito che non si riesce a grattare, un fastidio che torna sempre, anche quando lo si crede debellato. Da domenica 6 settembre 2026, la camurria ha un nome tedesco e tre lettere: AfD. E la sua ultima, clamorosa recidiva porta la data del voto in Sassonia-Anhalt, il piccolo Land dell’ex Germania Est dove appena il 3% dei tedeschi elegge un parlamento regionale che oggi, però, parla a tutta Europa.Lo tsunami di MagdeburgoI numeri, prima di tutto, perché i numeri qui non sono un dettaglio: sono la notizia. Alternative für Deutschland ha chiuso la tornata elettorale al 43,8%, conquistando 39 seggi su 83 nel Landtag — a un soffio dalla maggioranza assoluta che il candidato governatore Ulrich Siegmund, trentacinquenne dai modi gentili e dal sorriso rampante, aveva posto come condizione per governare da solo.
È il miglior risultato mai ottenuto dall’AfD in un’elezione regionale nella storia della Repubblica federale, più del doppio del 20,8% raccolto nel 2021. Di fronte a questo exploit, la Cdu di Friedrich Merz è crollata al 17,2%, dimezzando i propri consensi e segnando il peggior risultato di sempre nel Land; Linke, Verdi e Spd si sono fermati, ciascuno, poco sopra l’8%, relegati al ruolo di comprimari in un teatro che l’AfD ha occupato quasi per intero.

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E l’affluenza — quasi l’80% degli aventi diritto, la più alta mai registrata in Sassonia-Anhalt dalla riunificazione — dice che non si è trattato di un cedimento per stanchezza democratica, ma di una mobilitazione. Il popolo, semplicemente, si è presentato in massa per dire una cosa sola.
Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, un partito classificato dai servizi segreti tedeschi come «sicuramente di estrema destra» è nelle condizioni di guidare un governo regionale in Germania.
Non è un dettaglio da cronaca elettorale: è una cesura storica, come l’hanno definita in molti, e va trattata con il rispetto — non con la sufficienza — che si deve ai terremoti.I volti della camurria: Weidel, Siegmund, UrbanAlice Weidel, copresidente federale di AfD, ha incassato la vittoria con la freddezza di chi sapeva già di vincere: «È un risultato storico, il migliore mai ottenuto in questo Stato», ha dichiarato, parlando apertamente di un mandato «molto chiaro» per governare e non escludendo aperture verso pezzi della stessa Cdu che l’ha appena umiliata alle urne. È una mossa da giocatrice di scacchi, non da comprimaria da avanspettacolo: mette i partiti tradizionali di fronte alla contraddizione tra il cordone sanitario proclamato a Berlino e la tentazione, sempre più concreta sul territorio, di trattare comunque con chi vince. Jörg Urban, il leader regionale riconfermato nel marzo 2026 con il 76,5% dei consensi interni, ha tenuto insieme le anime di un partito che in Sassonia-Anhalt ha sfondato ovunque: tra i giovanissimi (42% nella fascia 18-24 anni, secondo le prime analisi del voto), tra gli operai, tra chi non era mai andato alle urne. È la fotografia di un partito che non recluta più solo i nostalgici, ma intercetta il disagio economico e generazionale di un intero elettorato che si sente abbandonato. Definire Weidel e i suoi luogotenenti «più bibì e bibò che politici scaltri» sarebbe un errore di sottovalutazione che l’Europa non può più permettersi. Non sono macchiette: sono, semmai, la prova che il potere, oggi, non ha più bisogno di apparire straordinario per essere pericoloso. Basta apparire normale, comprensibile, “uno di noi” — ed è proprio questa normalità, non la retorica muscolare, il vero moltiplicatore del consenso.L’eco internazionale: da Musk a Dmitriev, da Roma a BerlinoIl voto di Magdeburgo non è rimasto confinato alla cronaca tedesca. Elon Musk, che da mesi non fa mistero della sua sintonia con Weidel, si è congratulato pubblicamente con un laconico «Ben fatto!» sulla sua piattaforma.
Da Mosca, l’inviato del fondo sovrano russo Kirill Dmitriev ha parlato di una vittoria che «umilia» la coalizione di governo tedesca — un endorsement che la dice lunga su chi, fuori dai confini europei, guarda con interesse strategico a questa “camurria” continentale. In Italia, la reazione è arrivata quasi in tempo reale e ha fotografato meglio di ogni sondaggio le fratture del centrodestra: Matteo Salvini ha liquidato il risultato con un secco «è democrazia», mentre Antonio Tajani lo ha definito senza mezzi termini «una pessima notizia». Due modi opposti di guardare allo stesso specchio.
La sinistra italiana e il lettino da settanta euro.
Se la destra italiana si è divisa tra chi minimizza e chi si allarma, la sinistra ha offerto, nello stesso weekend, uno spettacolo che meriterebbe un capitolo a parte nel manuale dell’eterogenesi dei fini. Il 3 settembre, mentre la Germania si preparava al voto che avrebbe consegnato la Sassonia-Anhalt all’AfD, la Gazzetta del Mezzogiorno — e poi Dagospia, Libero, Il Tempo — pubblicavano le immagini di Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana e principale promotore della patrimoniale, disteso su un lettino del Togo Bay Beach di Torre Lapillo, uno dei lidi più esclusivi del Salento, un flûte di bollicine accanto. Settanta euro al giorno per un ombrellone e due lettini: non una cifra scandalosa in assoluto, ma sufficiente a riaprire la ferita di un partito che nel 2024 era andato a manifestare davanti al Twiga di Briatore per chiedere che le spiagge diventassero bene comune, e che solo l’anno prima si era già trovato a spiegare l’acquisto di una Tesla di famiglia.
La moglie di Fratoianni, la deputata Elisabetta Piccolotti, ha parlato di polemica «pretestuosa», ricordando che si trattava del compleanno di un amico. Sarà. Ma il contrasto tra l’attacco social al carovita lanciato dallo stesso Fratoianni solo il giorno prima — sull’inflazione al 3,3% che avrebbe portato le famiglie a spendere fino a mille euro in più entro dicembre — e l’immagine del lettino vip racconta, meglio di qualunque sondaggio, la distanza tra il linguaggio della sinistra e la vita reale di chi quella sinistra dice di rappresentare. Ed è proprio in questa distanza, in questo scollamento tra rappresentanti e rappresentati, che l’AfD tedesca — e i suoi imitatori italiani — trovano il loro spazio vitale.
Il teatrino di Quarta Repubblica: Magi contro Cerno.

Magi e Cerno
Nello stesso brodo di coltura si muove l’eterna diatriba televisiva tra Riccardo Magi, segretario di +Europa, e Tommaso Cerno, direttore de Il Giornale. Da una parte il deputato che ha fatto della protesta performativa una cifra stilistica — dall’espulsione dall’Aula per aver strappato un manifesto contro le liste bloccate, al celebre travestimento da fantasma durante un question time con la premier Meloni per attirare l’attenzione sui referendum. Dall’altra il giornalista che nel maggio 2025 si è visto negare la partecipazione a un dibattito sulla libertà di stampa alla commissione LIBE del Parlamento europeo, gridando alla censura e al «fascismo a sinistra». Il loro scontro, riacceso in occasione delle violenze di piazza che hanno attraversato l’Italia — con Magi che accusava il ministro Piantedosi di aver «terrorizzato» il Paese e Cerno che parlava di scenari «peggio degli anni di piombo» — è l’ennesima riprova di una politica che preferisce il conflitto in diretta tv alla mediazione paziente. Mentre l’AfD costruisce consenso reale, casa per casa, cortile per cortile, in Italia si continua a discutere di chi ha urlato più forte a Porta a Porta.
Vannacci, il Don Chisciotte che si è fatto le gambe

Vannacci
E poi c’è lui, Roberto Vannacci, generale in congedo diventato leader di Futuro Nazionale, il partito che ha fondato nel febbraio 2026 dopo l’addio alla Lega. Definirlo un «Don Chisciotte da stabilimento balneare», un fenomeno da disco rotto circondato da «un bestiario umano fatto da tutto e il contrario di tutti», era forse un giudizio comodo qualche mese fa. Oggi i numeri raccontano un’altra storia. Gli ultimi sondaggi Youtrend per Sky Tg24, realizzati proprio nei giorni del voto tedesco, danno Futuro Nazionale al 7,9%, davanti a una Forza Italia in caduta libera al 7,1%: per la prima volta, il partito di Vannacci supera un alleato storico del centrodestra e diventa il vero ago della bilancia della coalizione. Secondo un sondaggio Emg, senza i voti di Futuro Nazionale il centrodestra scivolerebbe addirittura dietro il centrosinistra. Più lo attaccano, si dice a Roma, più cresce.Vannacci, va detto, non ha aspettato la mattina dopo per intestarsi il successo tedesco. Appena diffusi gli exit poll, ha scritto sui social un commento tra il trionfale e il caustico, ironizzando sul cancelliere Merz («ha l’ulcera») e prendendosela con l’ex premier Mario Monti, accusato di dedicare al partito di Vannacci le sue «scarse energie» invece di godersi la pensione — il tutto condito da un beneaugurante «Nessun dorma!». Non è un dettaglio da poco: è la conferma che l’eurodeputato — siede a Bruxelles nel gruppo AfD, “Europa delle nazioni sovrane” — considera il voto sassone come un manifesto politico proprio, tanto da rilanciarlo, pochi giorni dopo, sul terreno di casa: le elezioni suppletive di Reggio Calabria del 27 e 28 settembre. «Reggio Calabria sarà la nostra Sassonia. Puntiamo a vincere», ha dichiarato al Fatto Quotidiano, contrapponendo il proprio candidato — un medico radicato sul territorio — a quello di Forza Italia, un legale romano che ha bollato come «calato dall’alto dalla famiglia Berlusconi», riservando parole più concilianti a Pier Silvio rispetto alla sorella Marina, definita senza troppi giri di parole la «padroncina» del partito di Tajani. Resta il rischio, tutto italiano, dell’importazione simbolica: l’AfD è un fenomeno radicato in una storia specifica, quella della Germania orientale post-riunificazione, con le sue ferite economiche e identitarie mai davvero rimarginate. Chi in Italia tenta di replicarne meccanicamente la formula, senza quel retroterra, rischia di scambiare un’onda per una moda — e di finire schiacciato, non sollevato, dal peso di un paragone troppo grande per le proprie spalle.
La lezione di Camilleri: l’anima antropologica della camurria

Andrea Camilleri
C’è un modo, forse l’unico davvero fecondo, per leggere tutto questo senza cedere né al panico né alla sufficienza: uscire dalla cronaca ed entrare nella letteratura. I quadri e gli “scherani” dell’AfD, con le loro facce segnate dell’ex Germania Est — i trugni ex Ddr, verrebbe da chiamarli con un prestito dialettale — assomigliano sorprendentemente ai trinacriuti di Andrea Camilleri: uomini di periferia, orgogliosi, diffidenti verso il potere centrale, che maturano rancori e certezze al boccale di birra invece che al bicchiere di marsala. È un accostamento che spoliticizza il fenomeno per restituirgli la sua vera natura, antropologica prima ancora che ideologica: l’AfD non nasce da un pensiero organico, ma da un sentimento diffuso di abbandono, risentimento, sfiducia. È, appunto, una camurria: non minaccia apocalittica, non semplicemente il ritorno di fantasmi novecenteschi, ma un prurito cronico della democrazia contemporanea che nessuna terapia sbrigativa riuscirà a guarire.
Tocqueville, o della democrazia che ha perso i suoi corpi intermedi
E infine Tocqueville, il grande testimone dei rischi impliciti in ogni democrazia di massa. Nella sua analisi della tirannia della maggioranza, il pensatore francese metteva in guardia da un individualismo che isola i cittadini e li rende preda dei demagoghi proprio quando i corpi intermedi — partiti, associazioni, comunità — si sfaldano. È esattamente ciò che raccontano i numeri di Magdeburgo: una Cdu, una Spd, dei Verdi incapaci ormai di mediare tra i cittadini e il potere, e un elettorato che, sentendosi orfano di rappresentanza, si getta tra le braccia di chi promette risposte semplici a domande complesse.Vannacci, in questa chiave, non è che la controfigura italiana dello stesso smottamento: un tentativo di aggirare i corpi intermedi tradizionali del centrodestra cavalcando scontenti e frustrazioni reali. La diatriba Magi-Cerno è lo spettacolo in cui il conflitto viene rappresentato ma mai risolto. Il lettino di Fratoianni è la fotografia di una sinistra che predica l’uguaglianza dal bordo piscina. Sono, tutte, declinazioni diverse della stessa camurria: il segno di una politica che ha smesso di ricucire e ha imparato solo a certificare gli strappi.Un fico secco? Non proprio. C’è chi liquiderebbe tutto con una battuta scettica: «All’Italia, dell’AfD, importa quanto un fico secco». È la tentazione più pericolosa, perché la Storia — quella con la maiuscola — non concede sconti a chi la osserva con distacco. Il voto di Sassonia-Anhalt non è un episodio locale da archiviare tra le curiosità internazionali: è un sismografo che registra, con largo anticipo, le stesse faglie che attraversano la Francia di Le Pen, la Spagna di Vox e l’Italia di Vannacci. Ignorarlo, o liquidarlo con un’alzata di spalle, sarebbe l’errore più grande. La vera sfida — per la Germania come per l’Italia, per la destra come per la sinistra — resta quella indicata da Tocqueville quasi due secoli fa: non urlare più forte del demagogo di turno, ma ricostruire pazientemente gli intermediari, le consuetudini, la fiducia che rendono respirabile una democrazia. Il resto, la spuma dei talk show e le foto da stabilimento balneare comprese, è solo la superficie di una camurria che, se non guarita alla radice, è destinata — in Germania come altrove — a tornare.
