La blasfemia dei nuovi credenti quando cala il velo dell’ipocrisia
La blasfemia dei nuovi credenti
quando cala il velo dell’ipocrisia
Gli imbonitori di regime, portavoce della disgustosa melassa destra-centro-sinistra, del Pensiero Unico, del politically correct, sacerdoti della Verità rivelata dalle lobby del potere transatlantico, vestali del sacro fuoco della democrazia e della civiltà occidentali hanno imposto un dogma sul quale non si può discutere: il potere giudiziario è una funzione dello Stato affidata alla magistratura, che lo esercita in modo autonomo e indipendente, al riparo dalla politica e dagli interessi di parte. Che questo possa tradursi nella insindacabilità di un organo autoreferenziale sciolto da ogni controllo da parte della società civile e dei suo legittimi rappresentanti non importa. Che i magistrati, che non sono un’astrazione ma persone in carne e ossa possano diventare una casta privilegiata e una spada di Damocle pronta ad abbattersi su chiunque ne metta in dubbio i privilegi o un’arma per favorire una fazione a danno di un’altra non importa. Che il potere checché ne pensasse Montesquieu sia della Legge e non di chi è incaricato di applicarla non importa. Ma la tripartizione dei poteri – che poi sono funzioni – ricorda la Santissima Trinità, il che in un Paese intriso di bigottismo sotto mentite spoglie laiche non è male e giustifica la deificazione dello Stato considerato hegelianamente anteriore alla società civile invece che strumento da questa creato per tutelarsi. E, di conseguenza, ecco la sacralizzazione del Capo dell Stato, controfigura del Sommo Pontefice, che però è infallibile quando parla ex cathedra mentre l’inquilino del Quirinale è infallibile anche quando emette un colpo di tosse. Ma, si sa, il popolo italiano ha bisogno di credere (di obbedire e di combattere ne fa volentieri a meno).
Tutto però all’interno della cornice della politica, della società e della cultura italiane: le parole, le dichiarazioni d’intenti, i valori sono elementi di arredo, poi c’è la sostanza delle cose: chi può può e chi non può su’ danno. E anche l’indipendenza della magistratura non sfugge a questa norma suprema: belle parole – si fa per dire – ma quando ci vuole ci vuole e i giudici vanno messi a cuccia.

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Cuius regio eius religio, sanciva la pace di Augusta del 1555 mettendo fine ai conflitti fra papisti e protestanti. Mutatis mutandis diventa: ogni Stato sovrano ha le sue leggi e al suo interno sono quelle le leggi che vanno rispettate. Un principio meno fumoso di quello che assegna alla magistratura un potere assoluto al riparo dai governi e dalla politica, meno fumoso e più fondato perché consegue direttamente dalla sovranità dello Stato. Bene: tutto in una volta, infischiandosene allegramente della stessa dottrina sulla quale poggiano, governo e parlamento col sostegno unanime dei signori dell’informazione hanno messo in croce i giudici svizzeri, hanno deriso il codice penale svizzero, hanno fatto irruzione nella procedura penale di uno Stato sovrano, hanno preteso di schiacciare l’amministrazione della giustizia di un altro Paese sotto il peso della nostra opinione pubblica e della nostra politica. Intendiamoci, non è la prima volta: era successo con l’Ungheria, è prassi comune con la Russia. Non è un’attenuante ma in un caso si può tirare in ballo la storiella democrazia vs autocrazia nell’altro il buon diritto di Salis & C. di menare i fascisti anche fuori casa. Ora, invece, è preso di mira il vicino, in barba ai buoni rapporti secolari, alle reiterate attestazioni di buongoverno e all’averlo finora additato come l’antesignano della democrazia.
Tutto perché un locale per giovanissimi del Vallese per cause ancora da chiarire ha preso fuoco e fra le vittime ci sono sei italiani morti e una dozzina di feriti. Per una terribile coincidenza lo stesso giorno nel silenzio assordante dei nostri media una trentina di persone, uomini, donne, bambini, sono bruciate vive nel villaggio di Khorly, nella regione di Kherson in mano ai russi, mentre festeggiavano l’inizio del nuovo anno in un albergo centrato con successo da un missile ucraino.
Una tragedia spaventosa quella di Crans-Montana, nella quale, come sempre accade in questi casi, alla fatalità si accompagnano precise responsabilità umane, che gli inquirenti svizzeri, non quelli italiani, hanno il compito di accertare. E, come prova del rispetto della sovranità della Svizzera e della separazione tanto strombazzata dei poteri, Meloni, i fratellini d’Italia, gli eredi di B. con al seguito, purtroppo, Salvini e sorretti dalla compiaciuta approvazione di compagni e centristi hanno prima deciso la dinamica di quanto è successo poi si sono scagliati contro i responsabili prendendo di mira i gestori del locale e il sindaco della cittadina. Un mese di martellamento mediatico, finito con la personalizzazione del giudice, insinuazioni di ogni genere sui coniugi Moretti (per carità senza l’infraciosato l’accento finale), col botto finale quando l’uomo arrestato pochi giorni dopo l’incendio è stato scarcerato su cauzione in attesa di processo, come prevede il codice elvetico (al pari di quello degli States). Il governo italiano, noto per la sua remissività, si è scatenato. Ha convocato l’ambasciatore (una cosa di per sé inaudita, come se il governo cantonale o quello federale fossero responsabili delle decisioni del giudice e come se il giudice non dovesse attenersi alle leggi).
Ha preteso di partecipare con i propri inquirenti alle indagini (mi auguro che gli svizzeri non si lascino ricattare o intimorire) imitando come un miserabile lacchè l’atteggiamento sopraffattorio del padrone americano nei confronti dell’Italia e ha scatenato una campagna di stampa senza precedenti. Nei talk show sono state fatte affermazioni ridicole come: “i ricchi la fanno sempre franca”, dimenticando che la carcerazione preventiva è giustificata solo dal pericolo di fuga e non è un anticipo di pena per una colpa tutta da accertare. Qualcosa di allucinante, nel Paese del ponte Morandi, per il quale nessuno ha fatto nemmeno un giorno di galera e a quattro anni di distanza il procedimento penale è ancora in corso, senza fretta.
Questo per quanto riguarda la commistione fra potere politico e amministrazione della giustizia, l’interferenza negli affari di uno Stato sovrano e la pretesa di anticipare le sentenze. Ma c’è un altro aspetto della questione, forse anche più grave: la confusione fra l’atto criminale, intenzionale e mirato ad un proprio vantaggio, e la colpa, attribuibile a incuria, incompetenza, mancata sorveglianza. E in più l’opportunistico abbandono della stucchevole retorica buonista sul significato e la funzione della pena, che vede tutti d’accordo, politici, intellettuali, educatori: la pena non è una punizione ma uno strumento per la riabilitazione, un’espiazione, una splendida occasione per rientrare nelle grazie di dio. Un’aberrazione storica e giuridica aggravata dal fatto che chi la predica è il primo a non crederci, in perfetto stile cattolico.
Ora, per farsi belli agli occhi dell’opinione pubblica e compiacere i parenti delle vittime, è il momento di mostrare l’altra faccia della morale cattolica: crucifige, crucifige! La giustizia diventa vendetta, auto da fé, caccia al demonio.
Ma la giustizia è sì vendetta, ma vendetta sottratta non solo ai singoli individui ma anche alla società, una vendetta spassionata, consegnata alla razionalità e alla impersonalità del diritto. Non è un dettaglio, è l’origine e il fondamento dello Stato.
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