L’ Epoca d’Oro del Nulla: Un Soliloquio tra Lustrini e Aerofagia Politica

L’ Epoca d’Oro del Nulla: Un Soliloquio tra Lustrini e Aerofagia Politica

Se fossimo ancora negli anni ’90, diremmo che l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump è stato il “remix non richiesto” di un pezzo che avevamo già consumato fino a rigare il vinile. Ma qui, nel 2026, la faccenda si fa più densa. Abbiamo assistito a due ore di performance — un record di durata che sa di sequestro di persona mediatico — dove il “sogno americano” è stato servito con la stessa delicatezza di un attacco di aerofagia incontrollata in un ascensore affollato: un rilascio di pressione prepotente, rumoroso e decisamente poco profumato, che il protagonista cerca di spacciare per “brezza di rinascita”.

Immagine da https://www.vaticannews.va/it/

Il setting era quello delle grandi occasioni, ma l’estetica tradiva una deriva familiare alla nostra Generazione X, cresciuta tra il rigore della Prima Repubblica e il trash della TV commerciale. Sembrava di stare al Festival di Sanremo, ma in una di quelle annate sfigate dove mancano i pezzi forti e restano solo i lustrini di scena. Niente ritornelli memorabili, solo una nenia infinita su dazi, vittorie immaginarie e “nemici che tremano”.

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Trump ha trasformato il Congresso in una passerella dove la sostanza è stata giustiziata sull’altare della forma più becera. È stata la definitiva debacle di Hobbes. Il filosofo del Leviatano pensava allo Stato come a un garante d’ordine contro la guerra di tutti contro tutti, ma qui l’homo hominis lupus è diventato il format ufficiale di governo. Non c’è più il patto sociale, c’è solo il predatore alfa che ringhia contro i “pirati somali del Minnesota” e definisce “folli” gli avversari, banchettando sulle macerie della coesione nazionale.

Mentre il tycoon vantava un’economia che “ruggisce” (nonostante un 72% di americani la senta rantolare), nell’aria risuonava quel sound tipico dei Supertramp: un mix di pianoforti malinconici e sassofoni che urlano “Goodbye Stranger”. È la colonna sonora perfetta per un’America che guarda il cielo sopra Berlino non per cercarvi angeli protettori alla Wenders, ma per capire da dove arriverà il prossimo dazio o l’ennesima minaccia all’Iran. C’è una solitudine metafisica in questo isolamento “Maga”, un desiderio di chiudersi in un guscio dorato mentre fuori il mondo cambia orbita. Trump si muove come un boxeur messo KO da un flaneur. Tenta di colpire duro, di mostrare i muscoli del riarmo e della cattura di Maduro, ma la realtà lo schiva con la noncuranza di chi passeggia senza meta. La sua razionalità cozza violentemente contro la libido del potere puro: vorrebbe citare numeri e successi, ma viene costantemente tradito dal desiderio pulsionale di umiliare la Corte Suprema “deludente” e di riscrivere le regole del voto a sua immagine e somiglianza.

C’è qualcosa di profondamente arcaico, quasi da vicenda del carcere palermitano dell’Ucciardone, in questa gestione del potere basata su fedeltà tribali e silenzi strategici sullo scandalo Epstein. È una politica che puzza di vecchio “dentro”, dove il privilegio si barrica dietro le sbarre d’oro della Casa Bianca. Siamo lontani anni luce dal romanticismo di Mazzini e della Giovine Italia. Se Mazzini sognava un’Europa delle nazioni unita da ideali comuni, Trump propone un’America delle fazioni, un duello senza padrini dove non esistono regole d’onore, ma solo il sopravvento del più forte o del più bugiardo.

Il Paese “è tornato”, dice lui. Ma a guardare bene tra le pieghe dei suoi lustrini, la narrazione si muove lungo il crinale di una dialettica surreale: quella tra Ridolini e Pinocchio. Da un lato abbiamo la maschera di Ridolini (i mercati), che reagiscono con una gestualità convulsa e ipercinetica a ogni annuncio di dazi. È una risata isterica, fatta di indici che schizzano e crollano come in una comica slapstick, dove la finanza globale sembra inciampare costantemente sulle proprie aspettative. Dall’altro lato c’è il Pinocchio della politica interna. Qui il naso si allunga a ogni smentita sui sondaggi reali e a ogni promessa di “nuove epoche d’oro”. Ma la vera tragedia è che, in questo teatro, non c’è una Fata Turchina a riportare l’ordine: c’è solo un elettorato che osserva il legno masticato della democrazia sperando che, prima o poi, il burattino smetta di cantare la sua nenia e inizi a camminare davvero.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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