Italia, repubblica dei mediatori: quando la politica non rappresenta più il popolo

Italia, repubblica dei mediatori: quando la politica non rappresenta più il popolo

L’Italia sembra sempre di più non essere governata da individui, ma da ambienti. L’Italia intera sembra sempre più soggetta a una politica che non nasce dal basso, ma si struttura altrove. Nei consigli comunali, nei parlamenti regionali, nei palazzi romani: ovunque si moltiplicano figure che non decidono, ma eseguono. Che non guidano, ma rappresentano interessi altrui. Che non amministrano, ma mediano.

La politica italiana sembra non appartenere più a chi la fa, ma a chi la manovra. In ogni città, da Nord a Sud, da piccoli comuni a grandi metropoli, assistiamo allo stesso fenomeno: amministratori locali che appaiono come semplici interpreti di copioni scritti altrove, talvolta con calligrafie difficili da decifrare, spesso senza volto e senza legittimazione popolare.

È una realtà nazionale attraversata da fitte reti di circoli chiusi – non solo in senso figurato. Ambienti professionali, accademici, imprenditoriali. Ma anche lobby, fondazioni, consorterie, think tank opachi, salotti influenti e ambienti “riservati”. Strutture che agiscono nell’ombra, selezionano candidati, condizionano nomine, orientano agende. Con un potere reale ben superiore a quello che spetta, formalmente, agli eletti.

In questo schema, fare politica non significa più proporre una visione, assumersi la responsabilità di una scelta o rischiare il consenso, ma semplicemente rappresentare qualcun altro. Portare la voce di chi sta sopra, non quella di chi sta sotto. Il politico diventa un mediatore ben addestrato, un portavoce, un funzionario della gestione più che del cambiamento.

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Ecco perché l’Italia sembra spesso ferma, sfilacciata, sfiduciata. Perché il cittadino non si riconosce più nei suoi rappresentanti. Perché quei volti – talvolta rassicuranti, spesso imposti – parlano un linguaggio che non arriva più alla città reale, alle sue periferie sociali, alle sue urgenze quotidiane. Il distacco è tale che il cittadino medio ha smesso di indignarsi. Al massimo scrolla le spalle. È la morte civile della democrazia.

Questa crisi non riguarda solo la sinistra o la destra, ma l’intero sistema politico. Chi è scelto per amministrare lo fa spesso non per meriti o competenze, ma per fedeltà, equilibrio interno, garanzie offerte a chi lo ha sostenuto. Le elezioni diventano ratifiche. I consigli comunali, arene silenziose. I parlamenti, teatri già scritti.

L’Italia non ha bisogno di altri mediatori. Ha bisogno di politici veri, capaci di parlare con le persone, di ascoltare il dissenso, di decidere rischiando. Ha bisogno, soprattutto, di spazi politici aperti, trasparenti, partecipati. Dove si discuta, si scelga, si sbagli anche, ma in piena luce.

Perché una comunità che si affida solo a centri di potere invisibili e autoreferenziali, che decidono senza passare per le urne o per un confronto pubblico, prima o poi perde il contatto con la piazza. E quando la piazza non parla più, o peggio ancora, non viene più ascoltata, la democrazia smette di esistere.

R.T.

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