Italia a testa alta, lavoratori a testa bassa (Settimana politica tra scioperi, mercatini e Bullometri)

Questa settimana la politica italiana ha offerto una rappresentazione plastica del Paese: da una parte le piazze piene e le fabbriche vuote, dall’altra i giardini di Castel Sant’Angelo pieni e le contraddizioni ben addobbate. Firenze e Roma, Cgil e Atreju, sciopero generale e pista di pattinaggio: due Italie che non si parlano ma si guardano storto, come due condomini che condividono l’androne e litigano su chi deve cambiare la lampadina.

A Firenze Maurizio Landini sale sul palco e spiega che “questo sciopero parla al Paese”. E in effetti parla molto, parla di pensioni a 70 anni, di salari che non crescono, di sanità che dimagrisce e di armi che ingrassano. È un comizio lungo, denso, quasi enciclopedico: se fosse una serie tv si chiamerebbe Austerity – stagione finale. L’idea di fondo è semplice: i lavoratori pagano, lo Stato risparmia, le armi incassano. Un triangolo amoroso dove l’amore, come sempre, non è ricambiato.

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Nel frattempo, a Roma, Atreju festeggia. “Sei diventata forte – L’Italia a testa alta”, recita lo slogan. E in effetti l’Italia è così forte che può permettersi di ascoltare, nello stesso villaggio natalizio, un panel sul cambiamento climatico “oltre le ideologie”, una mostra sul Bullometro (che misura gli insulti della sinistra, finalmente una scienza esatta) e l’intervento di Abu Mazen. Il tutto tra un vin brulé patriottico e una riflessione sul premierato. Se non è pluralismo questo.

La settimana politica, dunque, si è divisa tra chi contava i miliardi del drenaggio fiscale e chi contava i dibattiti in calendario: 81, più o meno quanti sono gli anni necessari per arrivare alla pensione secondo alcune proiezioni ottimistiche. Da un lato Landini che dice “i soldi vanno presi dove sono”, dall’altro Procaccini che spiega che i conservatori europei stanno diventando pragmatici, cioè realistici, cioè sobri, cioè sobri quanto basta per non parlare troppo di salari.

Il paradosso è che entrambe le scene rivendicano la realtà. A Firenze la realtà è fatta di buste paga leggere come foglie secche e di lavoratori over 50 che crescono più delle nascite. A Roma la realtà è un villaggio illuminato, con mostre sull’egemonia del merito e ospiti che vanno da Pasolini a Buffon, perché la politica moderna è inclusiva: mette insieme poesia, calcio e riforme costituzionali, così nessuno si annoia mentre cambia tutto.

Landini denuncia l’attacco al diritto di sciopero; Atreju celebra il diritto al dibattito, purché ordinato, programmato e possibilmente con badge. A Firenze si parla di ispettori del lavoro che dovrebbero arrivare senza preavviso; a Roma si preavvisa tutto, anche il Natale. A Firenze si chiede un contributo di solidarietà ai super-ricchi; a Roma si premia il merito, che è un concetto molto elastico e non richiede aliquote.

Landini e Meloni

E poi c’è la giustizia. Secondo Landini la riforma è un “oggetto di distrazione di massa”. A giudicare dal programma di Atreju, la distrazione è già un format: talk, mostre, ospiti, spettacolo. La politica non divide più pane e pesci, ma panel e hashtag. Intanto, tra Firenze e Roma, il Paese resta sospeso: forte a parole, stanco nei fatti.

Così si chiude la settimana: con due palchi, due narrazioni e un’unica certezza. In Italia tutto è ideologico, tranne ciò che conviene. Le armi sono investimenti, i salari sono costi, i mercatini sono identità. E mentre qualcuno sciopera per parlare al Paese, qualcun altro parla al Paese spiegandogli che va tutto bene. A testa alta, naturalmente.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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