Quando la storia si ripete Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
QUANDO LA STORIA SI RIPETE

 Non c’è niente da fare: noi italiani non saremo mai un popolo unito, solidale, concorde, che si riconosce in un’unica storia, in un passato condiviso, in una patria comune, fedele a una sola bandiera, se non retoricamente e nemmeno sempre, considerata, ad esempio, l’unificazione forzata dell’Italia da nord a sud e la spietata repressione del “brigantaggio” meridionale nella seconda metà dell’Ottocento.

Altro che il “Liberi non sarem se non siam uni” di manzoniana memoria! Se non siamo ancora “uni”  oggi, non lo saremo certo domani: se non sono bastate tre guerre d’Indipendenza, due guerre  mondiali, una guerra di Liberazione, e poi, dopo il cosiddetto “miracolo economico” e il mitico Sessantotto, il periodo buio dello “strategia della tensione” , dello stragismo neofascista e mafioso, e poi la stagione giustizialista di Tangentopoli e il conseguente terremoto politico che ha travolto la partitocrazia della cosiddetta Prima Repubblica, non basterà certo l’attuale pandemia a fare degli italiani  un popolo unico, adulto e responsabile: siamo sempre divisi, come se vivessimo in una specie di guerra fredda (ma in certi momenti anche calda, vedi i tragici anni di piombo) civile permanente. Ora,  dopo il berlusconismo e l’antiberlusconismo, il salvinismo e l’antisalvinismo, ci dividiamo tra meloniani (cioè tra seguaci della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni) e antimeloniani; siamo un popolo che non concorda nemmeno sull’inno nazionale, che infatti periodicamente qualcuno mette in discussione fin da quando il Canto degli italiani, più noto come Fratelli d’Italia, scritto dal giovanissimo poeta repubblicano genovese Goffredo Mameli (morto ventunenne nel 1849 per le ferite riportate nel corso della battaglia per la difesa della Repubblica Romana assediata dai francesi) e musicato dal musicista suo conterraneo Michele Novaro, fu scelto, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, come inno nazionale provvisorio.


Nel 1950 in un sondaggio radiofonico su quale brano musicale potesse sostituire il Canto degli italiani,  vinse il Va, pensiero dal Nabucco di Giuseppe Verdi, ma non se ne fece nulla. Dopo il Sessantotto il Canto degli italiani cade decisamente in disgrazia a causa dei suoi richiami alla lotta armata in difesa della Patria, e alla Vittoria creata addirittura da Dio “schiava di Roma”, oltre che per il registro stilistico troppo “colto” e letterario, di non immediata comprensione da parte dei “popolo” a cui si rivolge, basti pensare a termini come “cinta”, o “coorte”, o “speme”…Tra gli esponenti politici che consideravano l’inno ormai antiquato spiccano Bettino Craxi, Umberto Bossi, notoriamente sostenitore del Va, pensiero e l’” ondivago” Rocco Buttiglione. A porre fine alle polemiche e a difendere e a valorizzare il Canto degli italiani fu il Presidente Carlo Azeglio Ciampi, che, in proposito, così si espresse: “E’ un inno che, quando lo ascolti, ti fa vibrare dentro, è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di domini, di umiliazioni…”. Già, come si legge infatti nella seconda strofa dell’inno (che però non viene mai cantata dato che ci si ferma sempre alla prima strofa ignorando quelle che seguono): “Noi fummo da secoli / calpesti e derisi / perché non siam Popolo / perché siam divisi: / raccolgaci un’unica / bandiera, una speme, / di fonderci insieme / già l’ora suonò”. E’ triste doverlo ammettere, ma quell’ora è suonata invano: non siamo per niente raccolti dietro una sola bandiera, né a una sola speranza, perché non siamo popolo, salvo che nei versi dei poeti e nella Carta costituzionale, ma moltitudine, folla, massa, consumatori, tifosi, spettatori, teleutenti, manifestanti, followers, sudditi e servi di qualche padrone e anche leoni da tastiera, odiatori o adoratori acritici del demagogo o della demagoga di turno; insomma, siamo tutto meno che un popolo, esattamente come al tempo in cui il giovane patriota repubblicano scriveva il suo Canto degli italiani.


Prendiamo l’eterna querelle su fascismo e antifascismo sempre all’ordine del giorno malgrado le rituali negazioni e minimizzazioni di revisionisti e sovranisti, per i quali il fascismo è morto e sepolto e, di conseguenza, l’antifascismo non ha senso. Bene, allora perché i revisionisti e i sovranisti insorgono come un sol uomo alla sola ipotesi che in occasione della festa della Liberazione, il 25 aprile, e della Repubblica, il 2 giugno, dopo l’inno nazionale venga intonata una canzone di libertà e di pace come Bella, ciao? Che cosa c’è che non va nelle parole di questa canzone? Non bisogna parlare di chi ha sacrificato la vita per la libertà e per la pace di tutti? Davvero una bella pretesa! Ah, perché ci sono stati anche tanti morti dall’altra parte, cioè dei combattenti della RSI e dei nazisti? Ma questi ultimi combattevano per la dittatura non per la libertà e la democrazia. Attenzione, questo non significa che non si debba avere pietà per i nemici morti, ma, come è stato detto e ripetuto fino alla noia (ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire), la pietà per i nemici caduti non giustifica in nessun modo le idee per cui sono  caduti, e siccome le idee non muoiono insieme a chi le pensava (e imponeva), non possiamo dire che il nazifascismo sia morto e sepolto insieme a Hitler e a Mussolini. Neanche a farlo apposta, leggo su La Stampa di martedì 9 giugno 2021: “Smantellato gruppo suprematista.


Indagata ‘miss Hitler’. Svastiche, croci celtiche, medagliette e cimeli del Duce. Testi antisemiti, bandiere e manifesti razzisti, con tanto di progetto per organizzare un’azione contro una struttura Nato. Così i suprematisti italiani ostentavano il loro odio diffondendo minacce e insulti attraverso i social. A fermarli ci hanno pensato gli uomini del Ros che hanno eseguito 12 ordinanze nei confronti di altrettante persone. Tra queste c’è anche Francesca Rizzi, meglio conosciuta come ‘miss Hitler’. Già indagata nel 2019”. Per questo molti italiani guardano con una certa qual apprensione alla possibile vittoria del partito di Giorgia Meloni alle comunali romane e poi alle prossime politiche nazionali, perché con lei vincerebbe la versione populista e sovranista della destra italiana con buona pace di quel che resta dei “moderati” (leggi berlusconiani) del centro destra, con tutto quello che comporterebbe anche a livello di politica estera e dei rapporto con l’ Unione Europea.


La Meloni si irrita quando qualcuno le chiede di esplicitare il suo giudizio sul fascismo, anche alla luce della netta condanna formulata al riguardo dall’ultimo Gianfranco Fini (non per niente vilipeso dai suoi ex camerati), e, invece di parlare del fascismo, parla del comunismo. Perché? Non sarà che, considerato il prezzo politico salato pagato da Fini per la sua onestà intellettuale (Il fascismo è il male assoluto), la leader di Fratelli d’Italia si guardi bene dal parlare male del Duce? Nella sua lettera in risposta alla domanda rivoltale da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere delle Sera riguardo ai suoi rapporti con il (neo)fascismo, la Meloni scrive: “E’ verissimo che Fratelli d’Italia non è organico all’attuale sistema di potere e di influenze che governano la macchina dello Stato. Ne andiamo fieri. E’ il Pd il partito del deep State, come lo chiamerebbero gli americani, quello che difende lo status quo in Italia e in Europa”. Quindi, se questi concetti hanno un senso, Fratelli d’Italia è un partito o movimento anti-sistema che combatte contro i poteri forti e corrotti che dominano l’Italia, l’Europa e il mondo. Con quali armi? Nazionalizzare le banche? E quando finiranno i soldi chi finanzierà questa rivoluzione anti-sistema? I cinesi? “Siam pronti alla morte / Italia chiamò”.

    FULVIO SGUERSO

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