Ma c’è qualcosa di pratico nella filosofia? Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
MA C’E’ QUALCOSA DI PRATICO
NELLA FILOSOFIA?

 Questa domanda nasce dal diffuso luogo comune secondo il quale la filosofia ha poco a che vedere con la quotidianità e con le questioni pratiche e concrete che la vita umana ci pone innanzi a ogni passo (a meno di non avere il previlegio di vivere nell’isola dei beati). Che senso ha – ci si potrebbe infatti domandare – dedicare gran parte della nostra vita sempre troppo breve rispetto alle cose che vorremmo fare ad almanaccare, per esempio, sulla corrispondenza delle nostre percezioni con l’effettivo aspetto e con la vera forma degli oggetti percepiti o sui limiti della nostra ragione o del nostro linguaggio?


O magari perdere la ragione per cercare di comprendere, con la nostra mente finita, l’infinito? E non sembra una perdita di tempo disquisire sull’essenza di quell’oggetto al tempo stesso familiare e inafferrabile che chiamiamo “tempo”? E quando, dopo tanto interrogarci, ricercare e dubitare concludessimo che il tempo rimane, per noi, qualcosa di inconoscibile in sé e di misterioso non dovremmo dare ragione a chi considera la filosofia solo una perdita di tempo? Che senso può mai avere una ricerca senza fine? E come si può rispondere a quest’altra domanda filosofica se non filosofando, cioè dando un senso filosofico alla domanda sul senso della filosofia? E così ci ritroviamo nel bel mezzo di quel labirinto descritto da Massimo Cacciari, da cui si diramano i diversi itinerari della filosofia, “diversi eppure tutti insistenti nel ‘luogo’ del labirinto che formano con il loro stesso procedere, in una sorta di inimicizia fraterna. Un labirinto il cui centro è origine – dagli imprevedibili, infiniti esiti”. Dunque la filosofia non è divenuta, come pensava Hegel, sapere assoluto a cui non c’è più niente da aggiungere, semplicemente perché l’ente che pensa, cioè l’uomo, continua a pensare trascendendo ogni sua determinazione, e continuerà a pensare finché non gli verrà meno il ben dell’intelletto.


Ed è proprio quel “finché” che mette ogni essere umano di fronte ai suoi limiti ontologici, alla sua fragilità, vulnerabilità, incompletezza e, in definitiva, alla sua finitudine e al destino a cui è impossibile sfuggire, cioè la morte, obbligandolo a porsi le domande fondamentali: non sarebbe stato meglio non venire al mondo piuttosto che doverlo abbandonare per forza e in molti, troppi casi dopo sofferenze inenarrabili? Non sarebbe stato meglio, allora, morire appena nati, prima di subire il male o di commetterlo? E se non fossimo mai nati, o fossimo morti subito dopo, che cosa sarebbe cambiato per l’universo e per l’umanità? E se l’umanità stessa non fosse mai comparsa sulla faccia della Terra non sarebbe stato un bene per il nostro pianeta così maltrattato dalla discendenza di Adamo ed Eva? E se si estinguesse in seguito a qualche catastrofe cosmica, o nucleare o pandemica (possibilità non più solo fantascientifica come ora stiamo vedendo), che cosa cambierebbe nella vita delle stelle? E perché solo sulla Terra, per quanto ne sappiamo, è stata possibile la nostra vita e questa bella d’erbe famiglia e d’animali? Porsi simili domande significa anche interrogarsi sul perché oggi è a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità e sul perché i filosofi e anche scienziati come Albert Einstein, Stephen Hawking e, tra gli altri, la biologa ambientalista Rachel Carson che ci hanno da tempo messi in guardia sui pericoli mortali che comporta lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali non illimitate e sulla pericolosa rincorsa delle grandi potenze ad armamenti sempre più spaventosi e distruttivi a scopo di dominio e di supremazia mondiale e sulle conseguenze dei cambiamenti climatici sulla salute di ognuno e sugli equilibri geopolitici  e demografici  non sono stati ascoltati. Perché?


Ecco una bella domanda che riguarda tutti gli esseri viventi, senzienti, pensanti e volenti (in quanto vogliono o desiderano sempre qualcosa) che noi siamo, non solo i filosofi di professione. E qui entra in campo quella parte della filosofia che Aristotele ha chiamato Etica   riguardante, in senso lato, lo studio del comportamento (ethos) umano e, in senso specifico, l’agire umano in vista di fini, i quali, a loro volta, possono essere buoni o cattivi (da captivus, cioè ‘prigioniero’). E’ chiaro, dunque, che l’Etica riguarda tutti, non solo i filosofi. In questo senso l’Etica rappresenta la parte pratica della filosofia in quanto si occupa, o meglio, si preoccupa di indicare in che cosa consiste il vero bene e la vera felicità in modo che quell’ente pensante, senziente, volente e desiderante ed effimero che è l’essere umano non si perda dietro ai piaceri effimeri, nell’insignificanza della vanità e del nulla. Sì, ma come? Per esempio coltivando quella parte dell’etica che insegna non solo a distinguere il bene dal male ma anche come raggiungere il nostro vero bene, cioè quella parte della filosofia pratica che riguarda la “cura di sé” (cfr. Michel Foucault, L’uso dei piaceri, Feltrinelli, 1984). Foucault osserva come in epoca ellenistica e imperiale romana il concetto socratico di “cura di sé” divenne un tema filosofico comune, universale.


 

La ‘cura di sé’ fu accettata da Epicuro e dai suoi seguaci, dai cinici, dagli stoici come Seneca, Epitteto e Marco Aurelio…La cura di sé non costituiva una raccomandazione astratta, ma un’attività ampiamente diffusa, una rete di obblighi e servigi prestati alla propria anima”. La cura di sé ha a che vedere, dunque, anche con la Persuasione contrapposta alla Rettorica di cui ha trattato il giovanissimo Carlo Michelstaedter prima di uccidersi (1910); con la vita autentica contrapposta alla inautentica di cui parla Martin Heidegger in Essere e tempo (1921) e con l’essere in sé e l’essere per sé intorno ai quali riflette Jean Paul Sartre nell’Essere e il nulla (1942). Noi possiamo pur sempre scegliere di andare verso il bene, cioè verso l’essere, oppure di andare verso il male, cioè verso l’autodistruzione e il nulla. Se siamo persone responsabili e libere di scegliere, come ci ha voluti, secondo le Scritture, il Dio creatore del cielo e della terra.


Questa è la funzione fondamentale della sinderesi, in mancanza della quale l’Etica e la nostra stessa vita non avrebbero senso e avrebbe ragione Schopenhauer quando pensa che il mondo sia l’inferno, e gli uomini che lo abitano siano, da un lato le anime dannate e dall’altro i diavoli. Altro che il migliore dei mondi possibili! Ma, alla fine di tutto, che cosa resta? Come ha dichiarato Socrate ai giudici dopo essere stato ingiustamente condannato a morte, nell’ Apologia scritta dal suo allievo Platone: “Ma né prima, in previsione del pericolo, ho creduto di dover fare nulla che fosse indegno di un uomo libero, né ora sono pentito di essermi difeso in questo modo; anzi preferisco ben più di morire per essermi difeso così, che di vivere difendendomi in quel modo indegno (fuggendo). Poiché né in tribunale né in guerra è lecito, né a me né ad altri, ricorrere a qualunque mezzo per scampare, costi quel che costi, alla morte”. Ma di Socrati non ce ne sono tanti in giro per questo mondo pieno di Grilli.

  FULVIO SGUERSO

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