Fra Scepsi e Mathesis (Quarta parte) Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
FRA SCEPSI E MATHESIS IV

 “Fra logica e metafisica” è il titolo assegnato dal prof. Lisorini al paragrafo su Aristotele, indicando così il focus del suo discorso sul “maestro di color che sanno”, e difatti sorvola sulla retorica e sulla poetica che pure tanta importanza hanno avuto, nel bene e nel male, nella storia dell’estetica antica e moderna, e riserva alla politica e all’etica poche righe in fondo al paragrafo, malgrado i riferimenti danteschi (“Non ti rimembra di quelle parole / con le quali la tua Etica pertratta / le tre disposizion che ‘l ciel non vole, / incontinenza, malizia e la matta / bestialitade?...”) e raffaelleschi (il Sanzio, nella sua Scuola di Atene, mette in mano ad Aristotele proprio l’Etica).


Ma ora non stiamo a cercare il pelo nell’uovo, ormai sappiamo che Lisorini ha una personalità creativa e presenta il pensiero dei filosofi non pedissequamente o scolasticamente ma in modo originale. Per esempio, non viene nominata nemmeno per sbaglio la più importante delle quattro cause (formale, materiale, efficiente) che, secondo la Filosofia prima, determinano il divenire dei fenomeni naturali e quindi di tutta la realtà in un senso piuttosto che in un altro, cioè la finale, vale a dire il fine per cui un certo ente esiste; così come non viene neppure nominato il concetto di enteléchia, che indica lo stato di perfezione di un ente che ha raggiunto il suo fine; neppure vengono nominati, se non con perifrasi, l’atto puro, il motore immobile né la stessa caratteristica del Dio aristotelico che “è sempre in quello stato di beatitudine in cui noi veniamo a trovarci solo talvolta, un tale stato è meraviglioso; e se la beatitudine di Dio è ancora maggiore, essa è oggetto di meraviglia ancora più grande. Ma Dio è, appunto, in tale stato! Ed è sua proprietà la vita, perché l’atto dell’intelletto è vita, ed egli è appunto quest’atto, e l’atto divino, nella sua essenza, è vita ottima ed eterna. Noi affermiamo, allora, che Dio è un essere vivente, sicché a Dio appartengono vita e durata continua ed eterna; tutto questo è Dio!” (Metafisica XII, 7). Qui c’è veramente da chiedersi, o meglio, da chiedere all’autore il perché di queste incomprensibili omissioni, anche alla luce della cura e della precisione con le quali invece spiega “i principi che governano i ragionamenti semplicemente opinabili della doxa e quelli rigorosi dell’episteme, mettendo questi ultimi al riparo da ambiguità ed errori”.


Di qui la definizione del ragionamento: “Si ha un ragionamento quando due proposizioni sono concatenate perché hanno in comune uno dei due termini e si può dar luogo ad una terza proposizione – la conclusione – che è un nuovo rapporto di appartenenza o non appartenenza fra i due termini non comuni. Il ragionamento, insomma, è l’operazione di eliminazione del termine comune o termine medio. Questa operazione è il sillogismo, lo schema del ragionamento per cui, date certe premesse, si può o si deve necessariamente concludere in un certo modo”. Quell’apparentemente strano “si può o si deve” dipende, come l’autore spiega in nota, dalla distinzione aristotelica tra “il ragionamento dimostrativo, quello in cui la conclusione non è opinabile ma obbligata e il ragionamento o sillogismo ipotetico, in cui la conclusione è semplicemente possibile”. Giusto; Lisorini però non menziona, chissà mai perché, un altro tipo di ragionamento, del quale Aristotele tratta nel secondo libro della Retorica: l’”entimema” o “sillogismo retorico”, che viene definito come una forma particolare di sillogismo, nella quale una delle premesse è solo probabile e che quindi non ha valore logico ma solo retorico-persuasivo: “Abbiamo già detto prima che l’entimema è un sillogismo e in che cosa esso differisce dai sillogismi dialettici; infatti non bisogna né trarre il ragionamento da lontano, né svilupparlo completamente: il primo modo risulta poco chiaro per la sua lunghezza, il secondo ridondante per dire cose ovvie. Questo è il motivo per cui gli oratori non colti sono più persuasivi di fronte alle masse che non quelli colti; e, come dicono i poeti, quelli che sono non colti sono più artisti di fronte alla folla”.


Niente di nuovo sotto il sole! Molto opportuna ho trovato la distinzione tra l’Aristotele storico e l’aristotelismo scolastico medievale: “Nelle scholae medioevali egli è stato il filosofo che ha scritto la parola definitiva sui preambula fidei – quelle verità della fede che sono accessibili anche alla ragione – è stato la personificazione della ragione umana che lambisce la Verità e riconosce l’ordine del mondo, l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio ma si arresta alla soglia del mistero e della grazia…”. Vero, tuttavia non sarebbe male ricordare l’incompatibilità del Dio di Aristotele con il Dio-Padre del cristianesimo, creatore del cielo e della terra, mentre il Dio aristotelico non crea proprio nulla, dato che il mondo esiste da sempre; inoltre la concezione aristotelica dell’anima non dimostra necessariamente l’immortalità dell’anima individuale e, come se queste differenze già non bastassero, la sua etica eudemonistica è basata sull’intelletto non sulla carità, cioè sull’amore per Dio e per il prossimo. L’autore insiste nel distinguere il vero Aristotele dall’idealismo platonico “ma anche da quell’aristotelismo deformato e piegato verso una metafisica religiosa dai tardi commentatori greci e arabi e dalla scolastica latina medioevale, che farà di dio e dell’intelletto il fulcro del pensiero aristotelico”. E qui già affiora il tema polemico antireligioso e soprattutto anticristiano che sarà il motivo conduttore per tutto il lungo cammino del pensiero occidentale raccontato così perspicuamente, laicamente e brillantemente dal prof. Lisorini.


E’ poi un vero peccato che l’autore non si soffermi quel tanto che meriterebbe sulla politica – tra l’altro trattandosi di un tema che so essergli caro – e sull’etica: “In senso stretto la politica riguarda le forme di governo e il confronto fra le costituzioni esistenti: siamo lontani dall’utopia platonica della Politeia”. Certamente, ma perché? L’autore non lo spiega, dice soltanto che “In un senso più lato politica ed etica tendono a coincidere: l’uomo è naturalmente un animale politico e realizza la pienezza della sua maturità morale come cittadino”. Come cittadino, solo per il fatto di essere tale? Strano che il prof. Lisorini non evidenzi la funzione decisiva dell’educazione per la formazione dei cittadini, i quali dovranno essere anche uomini virtuosi capaci così di obbedire come di comandare; ma cosa ne è degli altri, cioè delle donne, degli stranieri e degli schiavi?  Per il greco Aristotele gli uomini si dividevano in liberi cittadini greci, in stranieri (o barbari), e in schiavi; ma chi sono gli schiavi? “Lo schiavo – scrive Aristotele – è un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo un uomo, è oggetto di proprietà , e, in quanto tale, è uno strumento ordinato all’azione e separato” (Politica , I, 5). Ma non è tutto, come scrive Remo Bodei “Oltre a motivi naturali, Aristotele ha anche cercato di dare una spiegazione storica alla genesi della schiavitù, chi è schiavo lo è in origine per diritto di conquista, perché egli o un suo antenato si è consegnato in illo tempore nelle mani di un padrone, che lo ha sconfitto in guerra o che ha mostrato maggior valore e potere…” (Dominio e sottomissione, iL Mulino, 2019).


E non basta neppure ricordare “la sua distinzione fra virtù etiche e virtù dianoetiche: le prime riguardanti il controllo che la ragione esercita sulla vita pratica, che può essere ricondotta alla medietà, alla temperanza; le seconde riguardano la ragione per se stessa, l’attuazione piena delle sue potenzialità che culmina nel sapere disinteressato e nella contemplazione” se non si dice di che cosa. Già, ma ci rimane solo da sapere qual è il fine ultimo dell’uomo, che non è la polis, la quale non è un fine ma un mezzo, dato che il fine ultimo dell’uomo è, per Aristotele, l’eudaimonìa, cioè la felicità. Qui però mi fermo per dare modo all’autore, se lo crede opportuno, di intervenite a chiarire o a integrare il suo pensiero, magari aggiungendo nota in margine a nota in margine, paragrafo a paragrafo o addirittura, ove fosse necessario, capitolo a capitolo. Ma, prima di interrompere questa mia disamina del suo testo che altrimenti rischia di protrarsi ad infinitum,vorrei porre ancora due questioni all’attenzione dell’autore, nella convinzione che, essendo egli un docente di filosofia sia pure in pensione, non tarderà a rispondere in merito agli argomenti ai quali le domande si riferiscono. Dunque, prima questione: come mai, malgrado nel titolo figuri il termine “scepsi”, manca del tutto nel libro, accanto ai paragrafi sullo stoicismo e sull’epicureismo, almeno un paragrafo dedicato interamente allo scetticismo? Seconda questione: su quali testi si basa la sua affermazione circa l’indifferenza di Agostino rispetto al crollo del mondo classico della cui cultura egli stesso era impregnato? Attendo fiducioso le sue argomentate risposte. Grazie.

  FULVIO SGUERSO

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