IL LABIRINTO GAVARRY Stampa
Scritto da Massimo Piccone da Il Letimbrio   
Resta in stato di crisi il saponificio che ha trasferito l'attività a Valleggia
IL LABIRINTO GAVARRY
Pesa lo stop al progetto di riconversione urbanistica delle ex aree di Albisola

Un altro simbolo dell’industriale savonese che fu si sta lentamente erodendo nel centro di Albisola superiore. Si tratta dell’ex saponificio “Gavarry”, situato lungo l’Aurelia di corso Ferrari. Il maxi intervento di demolizione dei fabbricati costruiti nel 1939 ed entrati in funzione dopo la conclusione del conflitto bellico, avrebbe comportato la realizzazione di un borgo i cui proventi derivanti dalla cessione delle aree di proprietà della Famiglia Sguerso, sarebbero stati investiti dalla stessa per potenziare e rilanciare il marchio “Amande” del nuovo capannone in località Tiassano di Valleggia, nel  territorio del comune di Quiliano, dove l’attività è stata trasferita nel 2012.

Proprio un anno fa, dopo l’ennesimo periodo di stallo, pareva  tutto pronto per far accendere i motori alle ruspe ad Albissola Capo, con la richiesta della regione, inoltrata al Comune, per la cosiddetta “VIA” la verifica di impatto ambientale. Sembrava così avvicinarsi l’apertura dei cantieri per trasformare l’area in base al progetto firmato lo studio Ariu-Vallino architetti associati di Varazze, per un investimento stimato in circa 50 milioni.

L’iniziativa prevedrebbe la riconversione della zona, occupata fino ad un paio di anni fa dalla storica ditta produttrice di cosmetici, dopo aver terminato l’iter urbanistico con l’approvazione in conferenza dei servizi.

 Il progetto, frutto di un accordo di programma firmato nel 2007 dall’allora Giunta di centro sinistra guidata da Nello Parodi (PD)  annuncerebbe la costruzione di 140 appartamenti distribuiti su 9900 metri quadrati, negozi per 1200 e un ufficio pubblico da 600 m², affacciati su una piazza con parcheggi interrati in parte pubblici.


Lo stabilimento della Gavarry ad Albisola

A connotare l’intervento sarebbero due torri da 10 e 11 livelli, alte rispettivamente 33,20 e 36, 7 metri, pensate per accentrare i volumi e liberare spazio al suolo per sfruttare a fini pubblici come la piazza, dove ci sarebbe anche un parco dedicato ai bambini con attrezzature e arredo urbano disegnato in maniera dedicata dallo studio varazzino.

Nel maggio scorso, però, arriva la doccia gelata. “Il Consiglio di Stato ha confermato l’annullamento dell’accordo di programma del 2007 e, di conseguenza, sono  tutti nulli gli atti successivi che si fondano sull’intesa.” In sintesi, parrebbe posata la pietra cimiteriale sull’operazione sulle aree e pure sul futuro prossimo dell’attività che ora prosegue a stento nel nuovo sito di Valleggia. La sentenza segue il ricorso al TAR presentato da circa 200 famiglie che vivono intorno alla vasta zona industriale albisolese, contrarie alle previste nuove edificazioni e allertate dai potenziali rischi delle falde acquifere.

In base allo stato attuale, escludendo proprio gli abitanti del quartiere che in maniera assolutamente legittima, hanno operato seguendo quanto consentito dalle normative su materia urbanistica ambientale, dall’esito giudiziale in molti escono con le ossa rotte.

I primi pagare pegno sono i lavoratori della Gavarry, nel maggio scorso entrati in cassintegrazione straordinaria a rotazione per un anno. Per loro lo spettro del concordato e la cessazione di attività. Dal verdetto escono ammaccati anche Comune di Albisola Superiore e Provincia. Se pur sia corretto specificare che le attuali giunte comunali di Franco Orsi e provinciali del Presidente Angelo Vaccarezza, all’epoca della firma del piano di lavoro non erano in carica.

A pagare dazio anche l’industriale Vittorio Sguerso, erede della dinastia che nel 1929  rilevò l’attività da Camille Gavarry , e non per ultimo l’impresario edile Fabrizio Barbano, titolare dell’Alfa Costruzioni Savona e proprietaria del  fabbricato di Valleggia.

 Il piano, come detto, prevedeva che, in cambio del mantenimento occupazionale, nelle superfici di Albisola alla stesso Barbano fosse consentito l’abbattimento dell’antico stabilimento per riqualificare e edificare gli spazi con una serie di palazzine a varie altezze.

Ma senza gli attesi ricavi dell’operazione, la Gavarry ha aperto la crisi.

 Secondo il Consiglio di Stato, il progetto privato-pubblico è stato annullato perché doveva essere anticipato da una procedura di verifica ambientale (VAS) la cui mancanza ha viziato l’intesa in tutte le parti.  Di conseguenza, sono nulli gli atti approvati da Comune e Provincia in esecuzione dell’atto, compreso  il PUO (Progetto Urbanistico Operativo) dell’area dell’ex stabilimento situata tra via Papa Giovanni XXIII e corso Ferrari.

MASSIMO PICCONE da IL letimbro di settembre

 

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