IL REBUS DI BANKITALIA Stampa
Scritto da Marco Giacinto Pellifroni   

IL REBUS DI BANKITALIA

Il decreto per il passaggio allo Stato delle quote private di Bankitalia (il 95%), testé convertito in legge tra polemiche e risse, solleva molti interrogativi ai quali non ho trovato risposte, né ascoltando le dichiarazioni dei deputati M5S né tanto meno da parte di altri, compresa la pagina dedicata da La Stampa di ieri a questo tema. Le mie domande sono:

     -  Le quote di Bankitalia detenute dalle banche private quando sono state acquistate? Forse nei primi anni ’90, nel pieno delle privatizzazioni a gogò gestite da Mario Draghi, allora Direttore Generale del Tesoro, mentre l’attenzione dei media era tutta rivolta a Mani Pulite?


 -   L’ingresso di queste banche comportò un esborso proporzionale al valore del capitale sociale, fermo a valori del 1936, quale era ancora in vigore fino all’altro ieri (€ 156.000!)?

 -  Il governo, attraverso Saccomanni (uomo di parte in quanto Direttore Generale di Bankitalia prima di diventare uomo pubblico come Ministro del Tesoro) afferma che la cessione delle quote per € 7,5 miliardi non attinge a fondi pubblici in quanto si tratta di “riserve” della Banca d’Italia.

 -   Come si sono formate queste riserve? Chi le ha costituite, insomma sono dello Stato o no? La risposta sembra essere affermativa, stante le tasse sulla plusvalenza (cioè in pratica sull’intera somma, vista l’esiguità del valore iniziale rispetto a quello della rivendita allo Stato) in ragione di € 800 milioni, ossia il 12% agevolato (agevolazione concessa a quale titolo, invece del normale 20%?).

  -    Poi c’è la spinosa – e opaca - questione dei lingotti della riserva aurea, terza nel mondo, del valore di circa € 100 miliardi. Quando le banche private hanno acquistato le quote di Bankitalia per una somma ferma al 1936 (se ciò fosse vero, sarebbe una vera truffa ai danni di noi cittadini) sono diventate proprietarie anche della riserva aurea? Insomma, l’oro accumulato in oltre un secolo, quando doveva garantire il valore delle banconote, oggi svanito, è rimasto di noi cittadini o se lo sono accaparrato le banche?


  -   Come mai la legge Tremonti del 2005, che prevedeva la (ri)nazionalizzazione delle banche, non fu attuata? Chi la impedì, e perché oggi la si fa addebitandola allo Stato per una cifra enorme? Perché Napolitano (appena eletto) e Prodi nel 2006 legalizzarono la privatizzazione delle banche, pur vietata dalla legge? Il governo è forse al servizio dei banchieri?

  -   Infine, l’interrogativo più cruciale: ora che Bankitalia è quasi per intero pubblica, continuerà a dover comprare le sue banconote dalla BCE a debito e interesse? E rimarrà privata della facoltà di stamparsele, così come conia le monete? Chi usufruirà del signoraggio? Sempre la BCE? In tal caso, che differenza fa rispetto alla situazione precedente?

A tutte queste domande non ho trovato risposte; e anche oggi, con la bagarre seguita alla rivendita delle quote private, si è girato intorno a questi interrogativi in maniera confusa. Se tra i lettori c’è qualcuno in grado di dare risposte chiare e certe gliene sarei davvero grato.

Marco G. Pellifroni                           2 febbraio 2014 

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