Progetto Italia: da Palazzo Chigi ai “forconi” Stampa
Scritto da Marco Giacinto Pellifroni   
PROGETTO ITALIA:
DA PALAZZO CHIGI AI “FORCONI”

Una classe politica degna del mandato ricevuto dai suoi elettori dovrebbe avere un fine ben chiaro, un Piano per l’Italia: massimizzare i benefici della popolazione ai minimi costi.

Vediamo come la nostra classe politica sia invece riuscita a capovolgere il rapporto costi/benefici, massimizzando i costi e minimizzando i benefici.

Qualsiasi trattato di economia elementare dimostra che esiste un punto d’incontro delle due curve della tassazione e degli introiti fiscali risultanti; punto oltre il quale le entrate non crescono più al crescere dell’onere fiscale, ma ripiegano verso il basso. In altri termini, più tassi e meno incassi: c. d. Curva di Laffer.


Un governo accorto, allora, quando il suo ministero del Tesoro lo avverte che si sta raggiungendo il punto critico, abbasserebbe le aliquote, proprio per incrementare i cespiti dell’erario, diminuendo il gravame sui contribuenti.

Invece cosa fanno, prima il governo Monti e poi il governo Letta? Il primo a partire dal settembre 2011 aumenta l’Iva da 20 al 21%.  Risultato a fine 2012: il gettito scende di € 3,4 miliardi (ca. -3,4%). Anziché imparare la lezione, il governo Letta insiste in questo scellerato e masochistico indirizzo; e dal settembre 2013 alza ulteriormente l’Iva dal 21 al 22%. Risultato, largamente prevedibile: altro tonfo del gettito, che a fine ottobre 2013 scende di € 3,5 miliardi. Totale: € 6,9 miliardi di mancati incassi, conseguente al doppio crollo dei consumi.

Un discorso analogo si può fare per le accise sulla benzina, che i vari governi non hanno saputo far altro che aumentare.

Ma poiché nessuno pensa che al ministero dell’Economia ci siano degli sprovveduti, il fine dei governi Monti-Letta, al netto dei proclami, qual è in realtà? Verrebbe da dire che godono a vedere la gente sempre più tartassata e impoverita, mentre ai vertici non hanno dato il minimo contributo alle entrate erariali, anzi. Questa tendenza, del resto, è in linea col progressivo allargarsi del fossato tra gente comune, inclusa la borghesia di un tempo, e i privilegiati della politica, della para-politica e della finanza: il ricco si sente ancora più ricco quanto maggiore la disparità di ricchezza col resto della nazione.


Letta e Monti: le facce cambiano, le politiche no.

Quello che è ancora più iniquo in queste tassazioni è l’indifferenza per i diversi redditi dei tassati: l’Iva si applica in pari grado al precario e al banchiere. Per giunta, che senso ha, ad es., che l’Iva sui consumi elettrici domestici sia al 10%, mentre quella sul gas per il riscaldamento sia al valore massimo del 22%? È forse un lusso proteggere la propria casa dal freddo? E  perché privilegiare l’assurdità ecologica del riscaldamento elettrico?

Tutte le manovre per svuotare le tasche dei cittadini fanno evidentemente parte di un piano ben architettato, la cui linea-guida è il drenaggio di soldi dal mercato, perpetrato dalla BCE ad esclusivo vantaggio delle banche: quelle stesse che piangono sempre miseria e procedono a severi tagli del personale e/o alla loro progressiva precarizzazione. Mentre USA e Giappone hanno posto un freno alla miseria dilagante pompando enormi masse di liquidità  direttamente alle imprese, per evitarne il fallimento, la BCE ha fatto altrettanto, incanalando però i flussi di denaro verso le banche; le quali li hanno usati, non per finanziare imprese e famiglie, bensì per acquistare titoli del debito pubblico; il quale ha pertanto continuato a crescere insieme agli interessi: quegli stessi che sottraggono fondi ai governi europei (anche ex-“virtuosi”, come l’Olanda), che si rifanno strangolando cittadini e imprese con le tasse. Il circolo così si chiude: cittadini e imprese non solo non ricevono denaro, ma gli Stati pretendono addirittura che gliene diano, attingendolo non si capisce da quali riserve.

Per capire certe situazioni è talvolta bene portarle agli estremi. Immaginiamo uno scenario in cui venga di colpo sottratto tutto il denaro esistente; mentre tutti pretendono che le merci cedute e i servizi resi vengano pagati in moneta sonante: quella che non c’è più. La nazione precipiterebbe nel caos, in quanto tutti sarebbero ad un tempo creditori e debitori. L’essere tutti in default impedirebbe ulteriori forniture di beni e servizi, nella certezza che non sarebbero ripagati. A meno di non ricorrere al baratto, ossia alla forma di scambi primitiva e impratica, per lo sfasamento nel tempo tra domanda e offerta. La storia insegna che la prima esigenza che gli Stati soddisfecero fu proprio quella di garantire, attraverso la coniazione di moneta di valore intrinseco (oro, argento, bronzo), l’esigibilità dei debiti nel tempo. Il venir meno di una civiltà si rifletteva nel progressivo minor valore intrinseco della sua moneta. Gli ultimi 2 secoli hanno visto tale valore scendere a livelli infimi, con la sostituzione dei metalli con semplice carta. Recentemente viene demonizzata persino questa, in favore dell’evanescente moneta elettronica, col pretesto della “tracciabilità”. Con un non trascurabile “particolare”: che non sono più gli Stati a provvedere all’emissione, bensì una cricca di banche private transnazionali. Ragion per cui tutti gli Stati, e quindi tutti i cittadini, sono diventati loro debitori, senza nemmeno la garanzia della loro solvibilità, che ricadrebbe comunque sugli Stati!


Padoa-Schioppa e Saccomanni: le facce cambiano, le politiche no.

A fronte di questa colossale fregatura, la minima contropartita sarebbe che perlomeno questi produttori di moneta, a costo zero per loro e al 100% + interessi per noi, non ci facessero mancare il denaro necessario alle operazioni di scambio di merci e servizi. Invece, è proprio questo che fanno; e se i cittadini, per la penuria di liquidità, non ottemperano alla soma di tasse e tributi che lo Stato impone loro per saziare proprio quel sistema bancario che fa mancare i soldi ai cittadini, interviene il suo braccio armato, Equitalia, che sferra il colpo di grazia, pretendendo, da chi non è riuscito a pagare 100, di pagare 400, pignorando ogni bene al privato e portando al fallimento un’azienda. Il condono fiscale, visto dalla “sinistra” come atto di resa del governo, sarebbe invece un atto di clemenza, che non sgrava il debito originale, ma solo sanzioni e interessi usurari.

Questo è a grandi linee il Piano per l’Italia secondo gli schemi vigenti ormai da decenni. Mentre palazzo Chigi qualifica come teppisti, eversori, ecc. i cittadini rovinati che scendono in piazza per protestare. Vorrebbe che protestassero “pacificamente”, dimenticando che facendo le dimostrazioni “coi guanti” nulla si è mai ottenuto: né una riduzione dell’oppressione fiscale né quella dei privilegi di coloro che predicano i comportamenti “soft” da parte di gente portata alla disperazione.

I “forconi” dimostrano che ormai il vallo tra popolo e palazzo ha raggiunto dimensioni colmabili solo con le “cattive”. Cosa verrà dopo nessuno lo sa; non si è mai saputo a priori a cosa avrebbero portato rivolte, sommosse, rivoluzioni. Eppure la storia ne è densa. E quel nome forconi, a metà tra attrezzi contadini e pubbliche esecuzioni, turba i sonni degli agiati frequentatori dei palazzi. Sono un replay della Grecia o, dio non voglia per loro, della Romania?

Marco Giacinto Pellifroni                                        15 dicembre 2013 

 

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