Due Italie Stampa
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
DUE ITALIE                            

 Il Coronavirus non ha fatto che drammatizzare il divario preesistente tra due Italie: quella dei privilegiati, in stridente contrasto con l’Italia degli emarginati.

Questa contrapposizione, oggi più netta che mai, mi ha riportato alla memoria l’esclamazione di un lontano Berlusconi, che indicava i ristoranti “sempre pieni”, nonostante non si facesse che lamentare la crisi. Un analogo pensiero attraversa la nostra mente quando leggiamo, dopo la fine del lockdown, l’assalto alle spiagge e le autostrade intasate da fiumi di auto dei pendolari del weekend.

 

“Conte, l’ultimo dei narcisi”: così lo battezza l’Huffpost [VEDI]. Per elevarsi al rango europeo, non ha voluto stampare moneta d’emergenza. Per evitare un modesto salto inflativo, male minore, avremo un PIL al -10%, cioè il male di gran lunga maggiore

 

La realtà è che quella che vediamo proseguire nei riti vacanzieri e consumisti, quasi che il virus non avesse lasciato tracce del suo passaggio, è l’Italia emersa, ben visibile e rumorosa; mentre piange in silenzio la vasta, inascoltata platea dell’Italia sommersa, che è ingrossata, secondo i resoconti ufficiali, dell’impressionante cifra di un milione di nuovi poveri. Costoro si sono aggiunti ai preesistenti quattro milioni; ma il numero degli italiani in difficoltà, anche se non ancora alla canna del gas, è di molto superiore.

Questa Italia silenziosa, ben lungi dalla “maggioranza silenziosa” dei tempi della DC, è in buona parte oscurata dal sentimento di dignità e di orgoglio che impedisce ai singoli di dare spettacolo del proprio profondo disagio. 

Leggiamo spesso di pensioni o compensi precari che sarebbe pomposo chiamare salari o stipendi, al limite o decisamente al di sotto del limite di sopravvivenza, che i media definiscono come non in grado di “arrivare alla fine del mese”. Ciò detto, si volta pagina, magari per parlare di calcio, ma non si spiega come questa impossibilità non si traduca in schiere di morti per fame. Chi “non arriva a fine mese” come fa, di grazia, a sopravvivere?

La soluzione sta forse negli aiuti mensili dello Stato? No di certo, vista l’avarizia e la sporadicità dei “contributi a fondo perduto” che il governo non fa che millantare. Esiste invece un ponte, che risolve il mistero nella maggior parte dei casi: la famiglia, ultimo caposaldo di solidarietà in un mondo dove, svanite le illusioni sociali, è tornata la legge del più forte di antica ed arcaica memoria

Se le due Italie non sono divise da un rigido steccato, ma sono occultamente interconnesse, ciò è dovuto, appunto, alle famiglie (quando ci sono), nelle quali spesso convivono la parte emersa e la sommersa. Spesso c’è da dividere in più parti un reddito, specie se da pensione, magari già prossimo alla soglia di sopravvivenza; il che non fa che trascinare anche parte dell’Italia emersa negli anfratti di quella sommersa, in un lento scivolamento sul piano inclinato che porta all’indigenza di massa. 

 

La famiglia: diversamente da un tempo non remoto, il bastone della vecchiaia è mutato in bastone della gioventù. Il dramma nasce quando l’anziano muore e il giovane rimane senza sostegno. Così stando le cose, per quanto ancora sopravvivrà un sistema in cui le pensioni si pagano col lavoro di oggi anziché di ieri, separando i due proventi?

 

Gli italiani hanno un senso dei legami famigliari molto più marcato di altri Paesi, e senza questa indichiarata comunicazione tra le due Italie, sarebbe molto più arduo spiegare il limitato numero di morti d’inedia o di suicidi. A meno che le rispettive cifre siano tenute segrete da un sistema d’informazione saldamente in mano ad una ristretta cerchia di potere che tende ad enfatizzare il proverbiale bicchiere mezzo pieno.

A conferma del piano di scivolamento ogni giorno più inclinato, ci sono anche i movimenti bancari aggregati, che indicano una diffusa smobilitazione dei soldi investiti in strumenti finanziari, in primis titoli di Stato, per riversarli sui conti correnti e renderli così disponibili per le spese più urgenti, tra cui quelle di assistenza a parenti in difficoltà, in quanto privi dei “titoli” per rientrare nelle cervellotiche disposizioni assistenziali di un governo sempre più lontano dall’Italia sommersa, che tiene alla larga punteggiando i suoi oboli di requisiti stringenti, al chiaro scopo di ridurre gli aventi diritto.

Ma a questo punto s’impone un’ulteriore riflessione. 

Sotto il profilo economico le classi prevalenti sono quattro: pensionati; impiegati pubblici; dipendenti privati; autonomi. Le prime due “prendono”, le altre due “danno”. 

Negli ultimi decenni la platea dei prenditori è cresciuta a dismisura, a spese dei datori. Questo progressivo assorbimento dei datori nelle file dei prenditori, di cui il reddito di cittadinanza è l’effetto più evidente, sta mettendo seriamente a repentaglio un equilibrio istituzionalizzato nell’ultimo secolo, con l’avvento di pensioni e ammortizzatori sociali, nonché col dilatarsi degli organici pubblici, che, nonché sostituire, si sono aggiunti ai dipendenti statali (si pensi solo alle Regioni e alla mancata sparizione delle Province). Ad aggravare il disequilibrio tra datori e prenditori, questi ultimi, nella loro componente pubblica, hanno visto crescere esponenzialmente, specie se a confronto con i loro colleghi esteri, i propri emolumenti, senza che ciò abbia corrisposto ad una maggiore efficienza e produttività del pubblico impiego. 

 


Il parlamento europeo. L’Italia, nazione più indebitata di tutte “vanta” i più alti stipendi [VEDI]; tra € 16.000 e 19.000 mensili, più quasi 25.000 per i portaborse. Uno schiaffo in faccia a quanti non hanno di che vivere

 

Detto ciò, risulta incontrovertibile che lo Stato, gonfio di prenditori e con la latitanza dei datori, sia sempre più in affanno per consentire alla fascia più bassa dei prenditori, che spazia dai disoccupati ai precari, dagli handicappati ai pensionati, una vita dignitosa.

Altri fattori hanno concorso alla rarefazione della classe lavoratrice, e quindi produttrice di ricchezza: l‘automazione, sia nelle fabbriche che negli uffici, con la conseguente, vistosa, diminuzione di contributi previdenziali e assistenziali indispensabili per aiutare i più penalizzati, ossia gli esclusi dal lavoro, prima, e dall’assistenza sociale, poi. 

Senza che, presi dalla routine quotidiana, ce ne accorgessimo, lo Stato, nato come prenditore e ripartitore di benefici all’intera popolazione, e quindi percepito come padre benigno, si è trasformato in un arcigno ed esclusivo esattore di quanti ancora producono per far fronte, da un lato all’esercito ormai invasivo di persone necessitanti di sostegno economico, dall’altro ai propri ricchi emolumenti, che sono uno sfregio all’equità sociale, diffondendo una rabbia sorda in quanti patiscono questo ingiusto stato di cose e lo vivono come una persecuzione classista. 

Quasi tutto ciò non bastasse, le aziende, per sfuggire ad uno Stato sempre più famelico, si sono date alla fuga dall’Italia, alla ricerca di Paesi più ospitali sul fronte fiscale e contributivo, con ciò non facendo che acuire le ragioni delle tensioni sociali. Nel mentre, i governi di ispirazione sinistroide hanno fatto proprie le raccomandazioni del capitalismo finanziario, inondando la forza lavoro con schiere di afro-asiatici disposti a tutto, deprimendo ancor più le condizioni dei nostri lavoratori, alimentando il lavoro nero e assottigliando ancor più il flusso di contributi previdenziali e sociali.

 


Guardando le strade inondate di SUV, mi sono posto la vecchia domanda di Berlusconi sui ristoranti pieni. Specchio dell’Italia emersa, ma anche dei suoi debiti, che il Covid-19 impedirà in buona parte di onorare, accrescendo il parco auto pignorate o invendute 

 

In sostanza, non c’è provvedimento o accadimento che non abbia concorso ad accentuare la deriva dell’Italia verso una miseria tanto diffusa quanto sommersa; mentre per le strade si vedono sfrecciare enormi SUV, il cui acquisto è agevolato dalla corsa verso l’indebitamento privato che fa pendant con quello pubblico. La cultura del debito, di matrice anglo-sassone, non fa che spostare in avanti il redde rationem, mentre i “benefattori” di oggi, il sistema bancario, gettata la maschera dell’agnello, si riveleranno domani lupi feroci, pronti a spolpare la massa dei debitori, Stato in testa, trasformando gli eterei soldi prestati in beni fisici concreti, passati di mano. Grecia docet.

 

 

Il risultato, visto in freddi termini finanziari, è una decrescita della produzione, quindi del PIL e dei contributi, incentivando una sempre più affannosa ricerca statale di soldi, raschiando il fondo dei nostri barili e instaurando un vero stato di polizia fiscale, prima della capitolazione finale dello stesso Stato alla finanza predatoria.

Dietro la cortina fumogena degli Stati Generali, il novello totalitarismo soft di Giuseppe Conte ci sta spingendo in questa direzione, pur di compiacere i tiranni stranieri ed ottenere l’investitura di loro viceré. O commissario. 

  Marco Giacinto Pellifroni                     21 giugno 2020

 

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