Povera la mia Savona Stampa
Scritto da Milena Debenedetti   

Povera la mia Savona

Come non soffrire, ora, per Savona? Non sarà mai stata bella. Non sarà mai stata armoniosa. Ma aveva una sua anima, un suo spirito, per chi sapeva coglierlo

Abito a Savona dalla nascita, e più o meno sempre nello stesso quartiere. Le voglio bene, senza sapere spiegare troppo il perché. Molti si trovano nella mia stessa situazione: quando gente di fuori critica i nostri difetti, il provincialismo, la noia sonnolenta, la scarsità di idee e vivacità, la bruttezza di certe zone…non è che ci mettiamo a dar loro torto o a difendere la città a spada tratta. No. Spesso dobbiamo ammettere tutto o quasi.

Sia sulla città, sia sui suoi abitanti. Non è che abbiamo particolare orgoglio campanilistico. E conosciamo i suoi e i nostri difetti.

Eppure le vogliamo bene. Le rimaniamo aggrappati come patelle allo scoglio, molti accetterebbero qualsiasi cosa per non doversene andare; per quelli che emigrano, anche personaggi illustri, rimane sempre una nostalgia particolare, un posticino nel cuore.

Non è certo l’amore viscerale, la passione che si ha per un amante. E’ più l’affetto solido e naturale che si deve a un parente stretto, a un affine.

Di cui non ti chiedi se lo trovi attraente, bello o brutto, stupido o intelligente: gli vuoi bene in ogni caso, e questa è una certezza, tutto qui.

E proprio come accadrebbe per un parente, soffri, ti intristisci, ti preoccupi se lo vedi invecchiare, stare male, cambiare faccia.

Come non soffrire, ora, per Savona? Non sarà mai stata bella. Non sarà mai stata armoniosa. Ma aveva una sua anima, un suo spirito, per chi sapeva coglierlo. Conficcandole quei palazzoni, quei grattacieli, quei muri di cemento come spilloni nel cuore, le stanno piano piano prosciugando l’anima. Mettendo in vendita o lasciando in abbandono palazzi carichi di storia e di fascino, (vecchio San Paolo, villa Zanelli, palazzo Pozzobonello, palazzo S. Chiara col restauro incompleto…) ricordano la mestizia di una nobile decaduta, in abiti lisi,   costretta a cedere i suoi ultimi ricordi al banco dei pegni, per tirare avanti ancora un giorno. Certi sfregi di vetro e cemento, come il quartiere Bofill nel pittoresco cuore del porto vecchio, o quell’angolo del palazzo ex Astor, impudico, arrogante, addossato a un palazzo storico, le fanno violenza, la trasformano nella figura oscena di una vecchia dipinta, semisvestita e gettata a battere per strada.

Quando Savona è stata più bella? Basta guardare le cartoline di fine ‘800. Gli edifici dei Bagni, pagode ottagonali in mezzo al verde, le ampie vie, i palazzi, le carrozze, le piazze con il loro bel giardino recintato al centro.

Guardate gli stucchi di certe facciate, anche in periferia. La cura artigianale, l’amore per quelle curve dolci, per quei colori, quei profili di finestre…

Certo c’erano enclavi industriali, nere e sporche. Ma almeno, quella ricchezza, quel sudore di tanti era convertito in bellezza, in arioso spirito di vita.

Non nel volgare chiasso di un parvenu arrogante e senza cultura. Non in un deserto grigio.

Già c’era stato un assalto. I palazzi degli anni del boom, ’60-’70, nelle poche zone disponibili in centro come nelle periferie, tipo Oltreletimbro, sono uno più orribile dell’altro. Tirati su senza troppe pretese, oppure, peggio ancora, nel culto di un modernismo alquanto discutibile, un gusto estetico del “progresso” da cummenda, che anticipava certi personaggi attuali.

Ma almeno, allora, l’espansione disordinata verso l’esterno aveva un qualche senso, l’aumento della popolazione, la necessità di dar casa a tutti.

Ora no. Ora ci viene imposta bruttezza fine a se stessa. E senza preoccuparsi neppure troppo di giustificarla. Con soddisfatta ostinazione. Ci si vuole, noi e la città, sempre un po’ più ingrigiti, depressi, miserabili. Un giorno dopo l’altro, inesorabilmente.

(Un trend corrente della società attuale, comunque. Chi è allegro e appagato della vita non ha vuoti da riempire. Dunque, non è un buon consumatore.) Sempre e comunque, siano box o parcheggi, siano case o pretenziosi grattacieli o inutili falansteri, siano capannoni artigianali di dubbia destinazione o sovrabbondanti, ipertrofici, superflui centri commerciali, siano spianate di cemento o di piastrelle, siano spazi avidamente sottratti a zone agricole, industriali, a giochi di bambini, a giardini, a campetti, a sedi di associazioni, edifici utili, polmoni sociali della comunità, siano, come massima concessione ad altre forme di bruttezza definite zone verdi, alberi asfittici in improbabili aiuole geometriche e lastricate che sembrano il sogno di un ragioniere (con tutto il rispetto per i ragionieri e la loro vita notturna), il delirio di un commercialista in acido. (Vedremo fra poco che ne sarà del Prolungamento a mare.)

Ogni spazio viene visto, da questi poteri forti dell’economia del mattone, cui si è aggiunta purtroppo anche la Curia, già trasformato in una pila di banconote alte come una casa, in uno scintillio di monete, in un deposito di Paperone.

Dico “purtroppo”, a proposito della Curia, non tanto per motivi etici o perché mi meravigli e mi scandalizzi: non sono così ingenua. E’ già da un po’ che gli affari sono affari, per tutti.

E’ solo che considerando la quantità e qualità di beni di cui può disporre, il prezioso patrimonio, quasi ineguagliabile, tra lasciti e spazi acquisiti, vengono i brividi all’idea delle devastazioni che possiamo aspettarci.

L’esempio delle colonie bergamasche a Celle, ma anche dei box del parco del Seminario, già la dicono lunga.

Se non ci sono subito i permessi o se gli oneri sono troppo forti o se le cose vanno alle lunghe, gli speculatori aspettano. Guardate in giro per la città e in periferia quante zone o edifici in abbandono o quasi.

Nessuna amministrazione si sognerà mai di chieder conto a questi proprietari, spesso ben noti immobiliaristi, dell’insulto al decoro cittadino, chiedendo di ripristinare un aspetto decente.

Non verranno mai perseguitati con l’accanimento con cui magari si impone a poveri condomini popolari di rifare le facciate ad oltranza. No. Per loro valgono altre regole. Per loro ben vengano il decadimento, i topi, la sporcizia, le lamiere arrugginite, le erbacce, i muri che crollano… purché il tutto sia recintato e non ci siano grane con passanti infortunati o vagabondi che trovano riparo.

Il cosiddetto degrado, parola ampiamente applicabile a tutto ciò che non è debitamente e scrupolosamente cementificato, è una manna, una benedizione: abbatte le resistenze popolari a qualsiasi scempio si voglia far passare.

Prima o poi, bene o male, si fa. Questa è la regola. E si fa alle loro condizioni.

Vedremo, dopo tutte le aste deserte, la progettazione partecipata degli Orti Folconi che fine farà.

Scommettiamo che assisteremo a una retromarcia coi controfiocchi?

Il no al cemento, il no ai cambi di destinazione d’uso, il no agli ampliamenti ingiustificati e alle speculazioni, il sì alle demolizioni, alle ristrutturazioni dell’esistente, ai miglioramenti di aspetto urbano, alla riorganizzazione e rivitalizzazione dei quartieri, devono diventare, assolutamente e al più presto, le basi da cui far ripartire un tentativo di ridare un minimo di vita e di armonia alla povera, vecchia, malandata Savona.

Quel che è fatto, purtroppo, è fatto. Ma adesso, per favore, basta. Fermiamo quel che è ancora possibile fermare. Se è possibile. Magari modificando quell’orrido e impudico PUC che sanziona altri livelli di cemento, più delle stratificazioni di Troia. E che si nutre di ulteriori varianti come un mostro affamato.

Questo va di pari passo con la ricostruzione del tessuto sociale cittadino, di cui parlavo l’altra volta. E di cui tornerò a parlare.

  

Milena Debenedetti  


Il mio ultimo romanzo  I Maghi degli Elementi

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