Le Officine nell’area dell’ex Metalmetron Stampa
Scritto da Milena Debenedetti   
 Le Officine nell’area dell’ex Metalmetron
L’ultima (variopinta) cattedrale

 

Una volta tanto, fatemi difendere i colori, per così dire, accesi, che campeggiano nel nuovo inaugurando centro commerciale di via Stalingrado, e fatemi spezzare una lancia a favore dei progettisti.

Persone coerenti, che hanno il coraggio delle proprie idee, e lo rivendicano senza ipocrisie.

Dappertutto vediamo preziosissime zone archeologiche sbriciolate per intitolare parcheggi con lo stesso nome, necropoli adibite a centri commerciali, outlet  animati da quattro commessi precari, rinominati “le fabbriche” o “le officine”,  al posto di  fiorenti industrie che davano da mangiare a interi paesi. Quartieri residenziali tirati su cementificando a tappeto e senza un filo d’erbetta fertili piane rigogliose, chiamati gli orti, i giardini, i campi in fiore…

I nostri progettisti, nel rivendicare il verde e l’azzurro degli squillanti pannelli, avrebbero ben potuto affermare, in linea con quanto sopra e con le retoriche abituali, di essersi ispirati all’incomparabile paesaggio della Liguria, cielo colline e mare, dimenticando, quale trascurabile particolare, che esso paesaggio risulta quasi totalmente disperso.

Invece no, hanno rivendicato orgogliosamente: ci siamo ispirati alle pile di container! Quelle sì, nostro nuovo profilo costiero a bagnasciuga.

Chissà, che invidia avevamo, da queste parti, per i nostri corregionali di Prà, che contemplano simili panorami. O per i nostri ancor più vicini vadesi, che presto godranno dello stesso “skyline”.

Ora finalmente possiamo stare in pace anche noi, uniformandoci al trend.

Vi è poi  un’ulteriore, perfetta coerenza nella scelta artistica e architettonica. Non sono forse i centri commerciali delle nuove cattedrali, templi del culto del consumo, che attirano frotte di pellegrini adoranti come un tempo i venerati santuari? Ed è quindi giusto che, come tali, espongano le loro icone. Quale miglior immagine “sacra” del container?

Il simbolo della logistica, di un modello che trasporta altrove il mondo agricolo e industriale, riempiendo di vivacità produttiva nuove lande, convertendo campi in industrie e foreste in campi intensivi, stanando popolazioni che finora avevano vissuto ignare in mezzo a squallida natura, per farli lavorare come moderni schiavi in fabbriche lager.

Mentre qui, dove il territorio è consumato e riconsumato, dobbiamo solo trasportare, accumulare, nel  mitico processo sempre più automatizzato che impila cassoni, occupa aree enormi, impiega quattro gatti. E consumare merci, senza sosta, per mantenere il ritmo e la “crescita”. Non importa che ci servano o meno, non importa la qualità, men che mai l’inquinamento: la felicità, l’unica, e il progresso, stanno nell’acquisto.

Con che soldi, se non abbiamo lavoro, le pensioni sono decurtate e sempre più  sospirate, le tasse incombono? Ohibò, continuando a indebitarci, no? Tanto il sistema è senza fine e senza fondo, quella di adesso è crisi passeggera che possiamo permetterci di ignorare. Così dicono, o almeno dicevano fino a poco, pochissimo tempo fa. Ora son dolori…

Viviamo in un  trionfo di pianificazione che ha voluto, a due passi dall’Ipercoop, a sua volta  vicinissima al centro e alla periferia nord spolpata di negozietti, ben altri DUE centri commerciali,di cui uno con Coop annessa.

Quella stessa pianificazione che prima costruisce, case, box, spazi commerciali o capannoni che siano, poi eventualmente vede le necessità. Prima, almeno, si fingeva di operare in relazione alle previsioni economiche, alle richieste, alle esigenze abitative.

Ora no. Il privato è sacro e indiscutibile,  specie se imprese o cooperative amiche, non vi è modo di opporsi alla sua iniziativa, se si presenta con soldi, progetti, e acquista aree edificabili, se ha “diritti acquisiti”.

Le prospettive sono rovesciate. Prima si fa, poi eventualmente si pianifica “ a babbo morto”.

Non dicono nulla gli spazi vuoti al Molo 8.44, l’edificio a torre che non si sa bene a cosa serva. Si vociferava che la Maersk, considerata il dominus di un iperbolico sviluppo di cui è bestemmia dubitare,  grata per l’accoglienza, vi avrebbe trasferito, chissà, il suo centro operativo mondiale e magari anche marziano.

Non dice nulla che nella stessa Ipercoop, fin dalla sua inaugurazione, tutti gli spazi abbiano faticato a trovare negozi, con vertiginosi e continui cambiamenti. Ma forse era solo filosofia del  temporary shopping. Un’altra delle loro belle invenzioni.

Così come non spaventa il vuoto o semivuoto dei monumenti portuali.

Si continua. Si costruisce.

Con quest’ultima cattedrale, il nostro tempo di cecità e autolesionismo sta raggiungendo l’apice. Speriamo solo sia anche l’inizio del declino, prima che sia troppo tardi.

Persino la stampa più celebrativa fatica a nascondere le contraddizioni e le molte ombre.

Se chi è abituato a sparar grosso parla di poco più di 200 addetti, qualcosa vorrà pur dire.

Non  basta che questo tipo di lavoro sia di scarsa qualità, alto precariato, sfruttamento, roba per giovani che arrotondano. C’è di più: è venuto fuori  che potrebbero esserci esuberi altrove ( ma va?), tipo Ipercoop, e che ci si attiverà per sistemarli nei nuovi spazi, magari insieme a qualche altro cassintegrato residuo delle realtà industriali ormai distrutte.

Si dice anche che ai colloqui iniziati, per posti non certo specialistici come magazzinieri, si presenti anche molta gente da fuori città. Il danno e le beffe, noi ci prendiamo il traffico, il cemento, l’inquinamento. Il lavoro ad altri. Che a loro volta, arrivando da fuori, inquineranno. Non c’è scampo.

Ecco la “nuova” occupazione.

Ci saranno gli alimentari, scelta contestatissima dai commercianti perché a loro dire servirebbero da traino per le altre attività, a scapito dei negozi tradizionali. Sarà anche vero, ma può essere a doppio taglio, se li può consolare: la Coop vadese, ora al Molo 8.44, lavorava molto di più quando era in un edificio prossimo alle case. Questo non solo evidente a occhio, ma anche ascoltato dalla viva voce del personale.

Alla ex Metalmetron inoltre uno spazio che doveva essere destinato a negozio di articoli sportivi cambierà, causa vicinanza col Decathlon di Vado. Altri segnali…prima o poi finiranno anche le merceologie disponibili. Ma chi si insedierà? A suo tempo si era parlato di Castorama, ora si sente Le Roy Merlin, chi dice Bricocenter, nomi che girano…

Intanto per la crisi del commercio cittadino si ha il coraggio di imputare tutto agli outlet del basso Piemonte!

I capannoni artigianali   di fronte faticano a trovare insediamenti ( ma ri-va?). I nomi sentiti finora sono quelli di ditte comunque già operanti, compresa, chi si risente, la Scavo-ter.

E rieccoci  alla consueta “ammuina”. Sposta di qui e di là, persone e attività, giusto per far vedere che c’è movimento e fervore.

Poi c’è un mega albergo. Il fatto che tutto questo sia a due passi dai depositi petroliferi dice niente?

Fa niente?

Sembra di intuire che una parte degli oneri di urbanizzazione sarà, alle solite, utilizzata in loco per opere al servizio del centro stesso. Marciapiedi, rotonda, svincolo, quello stesso svincolo che era stato presentato in un primo tempo come un meraviglioso raddoppio di via Stalingrado per risolvere problemi di traffico pesante.

Peccato che quel raddoppio non arrivasse, come sarebbe stato logico, fino all’autostrada, ma si fermasse, o sorpresa, in prossimità del centro. E allora lo vogliamo dire che è una rampa di servizio, cioè un’opera di utilità prevalentemente interna al centro stesso, spacciata per dono alla comunità?

Con quella rotonda incompleta di via Vittime di Brescia subito funestata, a mo’ di presagio, da mortale incidente ciclistico. Altri incidenti, meno gravi per fortuna, anche in questi giorni. E code che, invece di snellirsi, aumentano a dismisura. Speriamo sia colpa dell’apertura parziale.

Poi giusto un pezzettino di pista ciclabile, ma proprio un pezzettino. Tanto per gradire.

Giorno verrà - faccio il fra Cristoforo di turno – che rimpiangeremo gli spazi sprecati per opere assurde, ridondanti o sbagliate.  E non sarà un giorno tanto lontano.

Sono così vecchia da ricordare quando via Valletta S. Cristoforo era un trionfo di orti. Ma se dici frasi del genere ti prendono in giro. Vuoi mettere il progresso?

Comunque se le aree Metalmetron  non dovevano o non potevano più essere a destinazione produttiva, se non si è voluto fare lì una zona artigianale, che senso ha invece farla consumando dalla parte della ferrovia? Con gran felicità degli abitanti, oltretutto,  a cui hanno ostruito la vista, aumentato il rumore e magari anche le puzze, se ci saranno officine o carrozzerie.

Progettazione partecipata al top!

Sulle officine ferroviarie, c’erano state proposte di organizzazioni sindacali, circa la necessità di mantenere caratteristiche e personale per la manutenzione, con preziosa occupazione conseguente.

Ma non si può, per i tagli che chiudono le officine in giro per l’Italia. 

Tagliare da una parte, anche il necessario, il sociale, l’occupazione “buona”, sprecare dall’altra, i guadagni inutili e il superfluo, incentivando la rapina e il consumo.

Quanto può andare avanti così una società?

Buona recessione a tutti.

 

 

Milena Debenedetti, consigliere del  Movimento 5 Stelle Savona 

 

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