Decrescita della polazione Stampa
Scritto da PAOLO MACINA   
Decrescita della popolazione

 Nel mese di febbraio sono stati divulgati i dati ufficiali ISTAT sul decremento demografico della popolazione italiana. I freddi numeri statistici rilevano una popolazione residente in continua decrescita, che si rivela ancor più accentuata se si riduce l’analisi escludendo la popolazione immigrata. Lo scorso anno è stato registrato anche il livello più basso di “ricambio naturale” degli ultimi 102 anni. A fronte di 435 mila nati vivi, sono stati registrati 647 mila decessi. Il numero medio di figli per donna è di 1,29, mentre è di 32,1 anni l’età media al parto.

Aldilà dei profondi mutamenti economici che questa situazione produrrà (sul sistema pensionistico, sul sistema sanitario, su quello produttivo eccetera), molti massmedia hanno attribuito la colpa di questa situazione all’incertezza che i giovani hanno sul futuro, percepito sempre più come inadatto a crescere una prole al sicuro dai grandi problemi esistenziali. Vorrei qui affermare che la biologia ci dimostra l’esatto contrario e che tali affermazioni sono delle balle colossali.

Dimentichiamo infatti spesso che, pur essendo una specie evoluta, apparteniamo comunque alla vasta specie animale, e come tale siamo soggetti alle stesse regole biologiche che tendono a garantire la sopravvivenza della specie. Ed è dalla pubblicazione nella prima metà dell’800 dei saggi di Charles Darwin che sappiamo come queste funzionano.

Charles Darwin

La teoria sull’evoluzione della specie si basava su concetti semplici e su altrettante ovvie deduzioni, che potremmo brevemente riassumere così: ogni specie tenderebbe a riprodursi all’infinito e, se non vi fossero delle interferenze, arriverebbe a infestare l’intero globo; ma questo non succede, poiché ognuna di esse, una volta raggiunta una certa misura, smette di crescere. Se c’è un competitore, come nel classico caso della tigre e dell’antilope nella savana, questo avviene in modo naturale. Se invece un vero competitore non c’è, come nel caso degli umani, è la natura stessa che si occupa di interromperne la crescita esponenziale, riducendo per esempio il numero di spermatozoi presenti nell’apparato riproduttivo maschile, oppure portando in età avanzate lo stimolo tra le donne a volere un figlio, quando la probabilità di rimanere incinte si riduce notevolmente. Il 2019 è anche stato il primo anno in cui l’indice di fecondità delle ultraquarantenni è stato superiore a quello delle ragazze con meno di 20 anni. Rendendo il nostro stile di vita più rilassato e tranquillo, si abbatte la frenesia a riprodursi e il nostro orologio biologico si adegua alla nuova situazione raggiunta.

 
Giuseppe De Rita

Il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis ed ex presidente del Cnel, la mette giù dura: in una recente intervista attribuisce il crollo delle nascite a «una dinamica culturale malata», bollando il fenomeno in corso come la «cetomedizzazione» dell’Italia. «Se non si fanno figli è soprattutto perché non si vuole ridimensionare tenore di vita, abitudini e comodità. I figli costano e obbligano eterni Peter Pan a uscire da loro egoismo» sostiene lo scienziato, che afferma ancora: «E’ un paradigma sociale segnato dalla tendenza a rinviare i momenti di passaggio alla vita adulta, soprattutto la scelta coraggiosa di diventare genitori. Si preferisce divertirsi o mettere da parte risorse in vista di qualche investimento o nel timore di esigenze future. La crisi ha pesato su tutto, anche sulla voglia di avere figli. Ma non è detto che le coppie sarebbero più propense ad allargare la famiglia se migliorassero gli interventi pubblici. E’ un problema più profondo, di mentalità e di dittatura dell’io. Una società che non sa più dire “noi” non fa figli. Si è perso l’equilibrio nei rapporti sociali necessario per stare bene insieme, uno accanto all’altro» (Intervista a Giuseppe De Rita, La Stampa 12/2/2020 ).

Altro che difficoltà economiche. Il nostro paese è ancora uno dei pochi al mondo che prevede una sanità gratuita universale, soprattutto per quanto riguarda le patologie complesse e quindi più costose, quelle per intenderci dove in altri paesi evoluti si valuta la convenienza economica a erogare il servizio. Non solo mette a disposizione, ma obbliga i ragazzi ad andare a scuola fino a 18 anni. E riguardo il livello di povertà, De Rita aggiunge: «Tutti dicono che in Italia non c’è più un euro, ma non è vero. Aumentano i depositi bancari, le polizze vita, il risparmio nei fondi d’investimento, i soldi provenienti dall’economia sommersa e nascosti nel materasso. Lo conferma il fatto che in giro sono introvabili le banconote da 200 euro». 


Quali sono i paesi al mondo con la più alta natalità? Quelli dove la povertà è ancora estremamente diffusa, dove si muore per cause che nel nostro paese sarebbero considerate sciocchezze, e dove quindi l’orologio biologico (che è un istinto e non è programmato) consiglia alle coppie di riprodursi per dare più probabilità alla sopravvivenza della specie. Senza andare tanto distante, anche in Italia per decenni i residenti delle regioni del sud, pur con un reddito pro capite decisamente inferiore a quello dei connazionali del nord, avevano un numero di figli per coppia notevolmente superiore. Proprio come tra gli animali, e questo non suoni assolutamente come un’offesa, anzi.

I nostri giovani, satolli e ben curati, sempre più proiettati verso l’appagamento di bisogni edonistici, sono ben lontani dalle paure che avevano i nostri nonni, i quali nonostante due conflitti mondiali appena conclusi, con un paese da ricostruire e un avvenire tutt’altro che sereno, non esitavano a mettere al mondo famiglie numerosissime. Quindi se si vuole contrastare questo fenomeno, biologia ed economia suggeriscono che bisognerebbe assicurare meno contributi pubblici e rendere il futuro dei nostri giovani più instabile di quello attuale. 

PAOLO MACINA    febbraio 2020

 

  Torinese, matematico, funzionario presso una compagnia assicurativa, obiettore di coscienza. Esperto di temi relativi all’economia nonviolenta e alla finanza etica, per sei anni rappresentante dei soci torinesi di Banca Popolare Etica e per tre consigliere della Fondazione Culturale Etica. Ha collaborato con diverse riviste d’area pacifista e nonviolenta.

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