In ginocchio! Stampa
Scritto da PIERFRANCO LISORINI   
In ginocchio!
La genuflessione davanti al feticcio del politicamente corretto

Gli antichi romani avevano eccezionali capacità organizzative, rispettavano la disciplina militare ma erano piuttosto restii a prestare omaggio alle autorità. Con tutto il potere che potessero avere consoli e tribuni prima e imperatori dopo, il più miserabile dei cittadini si rivolgeva loro da pari a pari, direttamente, dando loro del tu e soprattutto con la schiena ben dritta. Eppure la società romana era tutt’altro che egualitaria: la distanza fra la ricchezza di pochi e le ristrettezze di molti era abissale, fino al punto che a Roma e nei municipi la sussistenza era garantita dalle ceste alimentari distribuite dallo Stato. Ma la diffusa consapevolezza della volubilità della fortuna o, se vogliamo, del dinamismo sociale che consentiva al figlio di un servo emancipato di entrare nell’ordine equestre o addirittura in senato, rinsaldava l’idea della fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini, a ciascuno dei quali era aperta la possibilità di raggiungere qualunque traguardo.


Un caso esemplare è quello di Giustino, un profugo illirico analfabeta rifugiato nella nuova Roma e arruolatosi nell’esercito per sfuggire alla fame, che dopo una fulminea carriera militare viene proclamato imperatore. Dopo qualche anno il vecchio contadino ottiene di associare al principato il nipote, il Giustiniano rappresentato ieraticamente con la moglie Teodora nella cattedrale bizantina e nei mosaici ravennati. Se nelle sue vene non scorreva sangue nobile le ascendenze di Teodora, figlia di un guardiano del circo, attrice e attivissima prostituta, non erano migliori. Sta il fatto che questi due parvenus celebrati dalla tradizione cristiana per essersi spesi nella persecuzione di ebrei, gentili e ariani e per l’imposizione forzata dei dogmi di Calcedonia, fra rabbioso fiscalismo, ruberie e altre malefatte imposero la genuflessione a quanti si fossero presentati davanti a loro, primi fra tutti senatori e alti dignitari di corte. È curioso come il cristianesimo, la religione del tutti uguali, tutti poveri peccatori, abbia incoraggiato  e sancito questa pratica, che estende ai rapporti fra uomini l’inginocchiamento davanti a Dio e a tutta la sacra famiglia. 


 La genuflessione, come l’inchino che ne è la versione edulcorata, è la negazione esplicita della pari dignità di ogni essere umano, è la celebrazione del servilismo e della dipendenza. Non per niente lo stesso cristianesimo esalta gli umili, quelli che si sdraiano per terra davanti al potente, ai quali andrebbe invece ricordato che il potere è solo arbitrio e sopraffazione e che l’autorità autentica è quella di chi si pone al servizio della comunità;  non è un caso che la Chiesa si sia adoperata per secoli nel tener buoni i poveri inculcando i valori dell’obbedienza e della sopportazione. Ma se  genuflettersi davanti ad un altro uomo è un segno di rinuncia e di sottomissione e la genuflessione davanti a una divinità trasforma il credente in un accattone spaventato, quella davanti a un’idea è una novità di questi tempi bui. È accaduto nel mondo dello sport, intorno al quale non girano soltanto soldi ma anche interessi politici internazionali e beghe diplomatiche con la copertura di una retorica asfissiante. La retorica, s’intende, del politicamente corretto, del buonismo, dell’omosessuale è bello e su tutto della lotta al razzismo. Razzismo è una categoria astratta, erede di teorie antropologiche ottocentesche mischiate con l’ideologia identitaria tardo romantica e approdate al mito della razza ariana. Un mito privo di qualsivoglia fondamento storico o biologico, usato scopertamente in funzione antiebraica nella Germania hitleriana (per la verità presente anche prima del terzo Reich e diffuso ben al di là dei paesi di lingua tedesca).


Ora questa categoria viene usata per tappare la bocca a chi si oppone alle immigrazioni illegali, per coprire il pericolo rappresentato dalle enclaves musulmane, per impedire di fatto una pacifica convivenza fra nuovi arrivati e vecchi residenti, che avviene naturalmente in una condizione di pace sociale e di benessere condiviso. La paura dello straniero e la sua emarginazione viene impropriamente sussunta all’interno della categoria razzismo, con la quale non ha concettualmente niente a che vedere: si tratta di xenofobia, della quale in Europa e negli Stati Uniti sono stati a lungo vittime gli italiani. Italiani che emigravano in cerca di lavoro e con tutte le carte in regola, prima friulani, liguri, toscani poi soprattutto campani, abruzzesi, calabresi e soprattutto siciliani, vittime dello smantellamento delle attività produttive del mezzogiorno. Mandolinari e mangia spaghetti, che non andavano a pesare sullo stato sociale altrui ma a faticare portando un contributo decisivo all’economia di chi li ospitava e, con le rimesse, alla madrepatria. E col tempo hanno fatto valere la loro laboriosità e la loro intelligenza, i migliori strumenti per abbattere il muro della diffidenza e della paura. Xenofobia, dunque, e non razzismo, che è altra cosa.


E mentre il razzismo evoca dottrine e ideologie, ovviamente collocate a destra, la paura dello straniero è un fenomeno quanto si vuole odioso, anche perché a tutti può toccare di esserne vittima, ma concreto e concretamente affrontabile. Intanto bisogna interrogarsi sulle cause che l’hanno provocato e vedere di rimuoverle, perché non si tratta di idee o di dottrine ma di timori reali e spesso giustificati e non può essere eliminato con slogan e spot televisivi. L’ambulante multato per un cavillo non può guardare con simpatia ai “vucumprà” che occupano impunemente il suolo pubblico per vendere merce contraffatta, che se lo fa un negoziante italiano non solo chiude bottega ma finisce in galera. E i provvedimenti di polizia contro l’accattonaggio che non valgono più se hai la pelle nera? E tutta la rete di protezione, vedi la comunità di S. Egidio, che stride con la solitudine disperata degli italiani finiti ai margini? Per non dire dello spaccio, dietro il quale c’è la tragedia di tante famiglie, degli scippi, delle rapine e degli stupri, dei quali, per delicatezza, la grande stampa non dà più conto.


Conseguenze immediate, tutte, di un’immigrazione - invasione - scriteriata e alimentata dal business dell’accoglienza, politicamente tanto potente da controllare l’informazione, che con una martellante propaganda e con la manipolazione delle notizie impedisce di vederne i devastanti effetti sociali politici e culturali di medio e di lungo termine. Ma chi li denuncia è un razzista e se prova ad argomentare rivela la sua natura egoista e retrograda di sciovinista, populista e, ovviamente, fascista.  Quindi tutti zitti e in ginocchio davanti al Moloch del pensiero unico perché non basta più il silenzio assenso del conformista, non basta più la docile indifferenza di chi pensa ai fatti propri: si deve credere oltre che obbedire, si deve aderire col cuore e con la mente. Ma con che faccia l’occidente inginocchiato può sobillare il dissenso nella Russia di Putin, un’autocrazia sui generis, dove non risulta che lo Stato educatore imponga la sua scala di valori  e pretenda dai cittadini-fedeli atti di fede e di contrizione. Non sarà che l’occidente laico e dissacrante ha imboccato un percorso circolare e si ritrova alle prese con nuove forme di sacralità, nuovi valori assoluti e indiscutibili, nuovo fanatismo e una nuova Santa Inquisizione?

 

  Pierfranco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 Il nuovo libro di Pierfranco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS


Netanyahu

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