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Scritto da PIERFRANCO LISORINI   
Pregiudizi, stereotipi e carattere nazionale

 All’inizio del secolo scorso faceva il suo esordio nella organizzazione e nella istituzionalizzazione delle scienze la psicologia sociale e con essa prendeva il via l’uso massiccio dei test. Negli Stati uniti il fenomeno risulta non solo più evidente - anche a livello accademico - ma soprattutto connotato da una fortissima valenza empirica, debole o addirittura assente in Europa. Le ragioni di questa differenza sono ovvie: la gestione dei flussi migratori e la necessità politica di fornire all’opinione pubblica strumenti per valutarne l’impatto sociale, la domanda da parte della grande industria di manodopera specializzata e la conseguente esigenza di contrarre i tempi per la formazione, l’incombente urgenza di disporre rapidamente di quadri dirigenti e intermedi nell’esercito, che fino al 1915 era organizzato per far fronte a scenari geopolitici continentali.  È un quest’ambito che gli stereotipi nazionali si definiscono e si rafforzano, alimentati da vecchi pregiudizi e forieri di nuovi. A farne le spese furono soprattutto gli italiani: pessime prestazioni allo Stanford, un IQ solo di poco superiore a quello della comunità colored, e la loro identificazione con la criminalità organizzata su base nazionale, una minaccia per l’ordine e la sicurezza wasp.


Prende forma lo stereotipo del’italiano mafioso ottuso superstizioso indisciplinato, molto più pesante di quello innocuo e folkloristico di origine europea, mandolinaro, mangia spaghetti, chiassoso. Niente di nuovo sotto il sole: nell’antichità i romani erano mangiapolenta -  di farro, ovviamente - e ai greci toccava l’epiteto di pederasti mentre per tutta l’età moderna l’ebreo è stato identificato con l’usuraio. Ce n’è voluta per i nostri connazionali in America per liberarsi dello stigma che li aveva segnati e che probabilmente si è attenuato con l’aggravarsi di altri problemi di compatibilità etnica e culturale che coinvolgono latinos e neri.

La domanda che mi pongo è: gli stereotipi nazionali sono solo frutto di pregiudizi, di marginalizzazione, di difesa di privilegi acquisiti o c’è alla loro base un carattere nazionale magari travisato o caricaturizzato? 

Ci sono buoni argomenti per riconoscere la presenza di atteggiamenti prevalenti che identificano una comunità nazionale e che nei momenti critici della storia risultano determinanti per le scelte dei suoi governanti. Atteggiamenti che sono un’eredità storica e culturale, modalità di adattamento e segno della difficoltà ad uscire dal solco tracciato nel corso delle generazioni. Detto questo, l’interpretazione del carattere nazionale non è univoca, proprio perché si tratta della sommatoria di tratti diversi la cui unificazione rimane arbitraria e deve fare i conti con inevitabili giudizi di valore. 


Ci sono comunque momenti nella storia dei popoli che quel carattere nazionale lo forgiano e lo connotano più nettamente. Per i tedeschi e il nord Europa la partecipazione corale alla riforma protestante, per la nazione francese la violenza iconoclastica della rivoluzione, la passione della reconquista per gli spagnoli, per gli inglesi la coscienza collettiva maturata con la glorious Revolution, la nascita di una nazione dall’orgoglio della dipendenza in America ma anche, in negativo, per l’Italia, la natura elitaria dell’esperienza riformatrice prima e del risorgimento dopo. In Italia dove il popolo è sempre spettatore inerte se non indifferente delle grandi trasformazioni, fallite o riuscite. Italiani, convinti di esserlo senza aver mosso un dito per diventarlo; tutti fascisti a cose fatte, tutti in piazza per la liberazione dopo essere stati alla finestra mentre poche decine di migliaia di uomini se la giocavano dall’una e dall’altra parte. Sempre dopo, sempre al seguito, sempre a guardare come sarebbe finita l’iniziativa di pochi, finché di pochi che prendessero iniziative non ce ne sono più stati e sul Paese è calata la coltre plumbea del partito e del sindacato. 


Tanta retorica, tanta falsa partecipazione che non riesce a nascondere la reale indolente, scettica, sorniona passività di un popolo intimamente bigotto e indifferente, chiuso nel proprio privato, piagnone e conformista e pronto ad accettare la spaccatura fra società civile e Stato. Ricordo - è un privilegio dell’età - un vecchio direttore anglofilo del Corriere - Piero Ottone -, che imputava questo distacco della nazione dalle istituzioni e dalla politica alla presenza della chiesa e all’esser rimasta l’Italia al riparo dal vento riformatore. La sua era un’analisi sbagliata, perché confondeva la causa con l’effetto. I primi riformatori avevano lo sguardo assai più lungo di Lutero o di Calvino ed erano italiani ma si erano affermati e rimanevano fuori da ogni contesto sociale, cani sciolti destinati a diventare apolidi. E non perché toscani o lombardi o napoletani fossero convintamente attaccati a santa madre chiesa e facevano resistenza: perché sono altri che si debbono muovere, poi, secondo come va a finire, noi ci siamo. Sempre dopo, sempre a cose fatte. 


Perché in America i governanti di ogni colore, siano Trump o Biden, sono al servizio del loro popolo, ne anticipano umori e interessi e intendono la politica come arte di guidare il popolo dove il popolo vuole andare, perché Macron, che pure è una costruzione artificiale, di fronte alla rivolta dei gilet gialli riconsidera la sua strategia politica e previdenziale, perché Johnson si muove nell’onda dei sentimenti popolari, perché la Merkel come fiuta i rischi di un vaccino di cui rimane opaco il sistema di produzione e di distribuzione invece di irrigidirsi e chiudere la porta in faccia a qualunque perplessità ne sospende l’impiego in attesa di vederci chiaro mentre in Italia un governo di onniscienti e tutto il codazzo della stampa di regime - non solo quella - se la prende sdegnosamente col popolo bue e con i giornalisti che hanno incautamente diffuso la notizia di chi  con quel vaccino ci ha lasciato la pelle?  La risposta è semplice e terribile: perché in tutti i Paesi civili la politica è espressione della società, in Italia no.


La cesura fra società civile e politica comporta un’altra conseguenza esiziale: l’assenza di fattori unificanti all’interno della prima, la sua disomogenizzazione e la tendenza a riorganizzarsi-contro, che porta ad una sua  spaccatura verticale, retaggio secolare se non millenario della lotta fra azzurri e verdi, guelfi e ghibellini, bianchi e neri, segno, allora come ora, di una crisi delle istituzioni e della sostituzione della faziosità alla partecipazione.

Inutile dire che di questa patologia etica la politica mestierante non solo si nutre ma con un perverso processo circolare contribuisce ad aggravarla e perpetuarla. Libera da controlli, autoreferenziale, un club privato all’interno del quale i giocatori giocano partite che non hanno altro scopo se non quello di continuare a giocare, un hortus conclusus nel quale si pavoneggiano signori che nessuno ha mai eletto, eletti che si sono affrettati a recidere ogni legame con i loro elettori, arroganti rappresentanti di idee o di presunti valori e non di interessi reali, cronisti parlamentari, una dozzina di opinion maker. E senza pudore questa politica mestierante esibisce quotidianamente se stessa occupando la carta stampata, che per fortuna nessuno legge, e la televisione, alla quale è più difficile sottrarsi, con tutto il suo codazzo di clienti, questuanti e buffoni di corte.

Pierfranco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

    Il nuovo libro di Pierfranco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS


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